Corriere della Sera, 17 giugno 2026
Il generale e la sfida a destra
La storia del governo Meloni deve essere ancora fatta. E forse, se e quando ne conosceremo certi particolari, potrebbe riservare qualche sorpresa.
Giorgia Meloni aveva vinto a mani basse le elezioni del 2022, con una maggioranza straripante e gli avversari tramortiti dalla sconfitta. Per la prima volta l’Italia repubblicana aveva un governo realmente di destra, espressione di una coalizione costruita intorno a un partito, Fratelli d’Italia, erede di una storia e di una tradizione politica riconducibili per vari tramiti all’esperienza fascista. Agli occhi di molti, tuttavia, compreso chi scrive, proprio l’eccezionalità del successo avrebbe richiesto l’audacia di andare oltre, di sfruttare fino in fondo il risultato straordinario già ottenuto. Che in questo caso avrebbe voluto dire soprattutto un’apertura della nuova maggioranza in direzione del centro, per cercare di cooptare forze e personalità di orientamento centrista-moderato sia laiche sia cattoliche.
Ma un simile consiglio è apparso regolarmente inascoltato: quasi che la premier, manifestando un’inspiegabile volontà di isolamento, non mostrasse alcun desiderio di uscire dal suo fortino.
Oggi mi chiedo però se le cose siano andate proprio così. Se non ci sia invece una sorta di storia segreta del governo Meloni. Me lo fa pensare proprio l’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano.
E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti della maggioranza, testimoniato del resto dallo scompiglio parlamentare che ha già generato e di quello ancora maggiore che potrebbe generare in occasione delle elezioni politiche del prossimo anno.
E allora mi chiedo, ad esempio, se sia questo di Vannacci il primo tentativo del genere o se invece ce ne siano stati altri di cui non sappiamo.
Nel mondo e anche in Europa da tempo tutto è cambiato. Fino a qualche tempo fa si duellava di fioretto, oggi ci si batte con la sciabola, cyber-attacchi e veleno. L’aggressività russa, unita al ritiro dell’ombrello americano sul continente, ha aperto enormi spazi di manovra a tentativi di condizionamento, d’infiltrazione, di destabilizzazione e d’influenza prima inimmaginabili.
Ora, se c’è stato un punto di politica estera che fin dall’inizio ha qualificato il governo Meloni è stato proprio il suo incondizionato appoggio alla causa ucraina. Agli occhi di Mosca così politicamente irritante da far valere alla nostra presidente del Consiglio i più volgari insulti da parte delle autorità russe. Ma solo questo o forse qualcosa di più per cercare di compensare in qualche modo la perdita della pedina Orbán in Ungheria? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo, oltre l’accertata, rabbiosa ostilità di Mosca verso il governo italiano, è l’altrettanto accertata esistenza di antichi rapporti tra Salvini e il suo entourage da un lato e Putin dall’altro, come pure tra il generale Vannacci e Mosca, dove egli ha ricoperto il ruolo delicatissimo di nostro addetto militare.
In ogni caso per la leadership di Giorgia Meloni sarà non poco qualificante il modo in cui deciderà di far fronte all’oggettiva minaccia rappresentata dal generale. Da questo punto di vista mi pare discutibile la linea tenuta finora, vale a dire di presentarlo in sostanza come uno strumento oggettivamente al servizio della sinistra. Discutibile perché falso.
Vannacci è un’autentica figura di demagogo reazionario-poujadista che raccoglie consensi di destra e di sinistra agitando questioni complesse e disagi reali della nostra società ma proponendone interpretazioni brutali e soluzioni semplicistiche, quasi sempre culturalmente ridicole e indifferenti ai diritti. Potrà pure votare in Parlamento insieme alla sinistra ma è indubbio che egli appartenga alla costellazione storico-ideologica della destra.
Ma se è così, quale occasione migliore per Giorgia Meloni di una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è? Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana – definita per quello che è – da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti, e socialmente dalla parte di chi è meno favorito? Cioè di un modello di destra europea che Fratelli d’Italia non può non proporsi di rappresentare e che tra l’altro aprirebbe alla sua leader una facile possibilità di eventuali rapporti con il centro? Spesso in politica l’identità di un protagonista è definita più che dalle sue idee e dai suoi programmi, dai suoi nemici, dall’identità di coloro contro i quali esso si schiera. Per Giorgia Meloni potrebbe essere un’occasione da non perdere.