Corriere della Sera, 17 giugno 2026
Ucraina, il G7 compatto: alzare la pressione su Putin
La missione di europei e canadesi sembra riuscita, il presidente Volodymyr Zelensky ottiene a Evian la rassicurazione che i sette leader del G7 – Donald Trump compreso – faranno nuove pressioni sulla Russia perché ponga fine all’aggressione sull’Ucraina, tanto che il presidente americano parla di «reintrodurre presto le sanzioni» sul petrolio e fonti francesi evocano «nuove sanzioni sugli idrocarburi russi».
Quanto a un eventuale cessate il fuoco come sempre non c’è niente di concreto, perché è Vladimir Putin a volere la guerra e a designare il nemico, e quindi il Cremlino può ripetere l’invito-provocazione a Zelensky ad andare a discutere di pace, se proprio vuole, a Mosca. Ma grazie alle vittorie militari e alle pressioni e aiuti internazionali, Zelensky auspica che un accordo possa arrivare «prima dell’inverno, perché quello passato per noi è stato terribile ma il prossimo non sarà piacevole neanche per i russi», e tutti pensano agli attacchi di droni sulle raffinerie di Mosca, che stanno costringendo già adesso i cittadini russi ai primi razionamenti.
In diplomazia è questione di momentum, di slancio, si cerca di capire da che parte tira il vento, e di influenzarlo. E in questi giorni la sensazione è che il vento soffi a favore dell’Ucraina, il G7 di Evian lo conferma. L’umiliazione inflitta nel febbraio 2025 da Trump a Zelensky alla Casa Bianca – «Non hai carte da giocare» – sembra appartenere a un’altra epoca. Da allora il sostegno finanziario e militare degli Usa all’Ucraina è crollato, gli europei si sono sostituiti, per quanto possibile, agli americani, e gli ucraini sono riusciti non solo a resistere ma a contrattaccare.
In questi mesi Zelensky ha dimostrato che qualche carta in mano, in realtà, ce l’ha, come dimostrano le controffensive sulla linea del fronte e in Crimea, e le colonne di fumo che sempre più spesso si innalzano dai depositi di petrolio in fiamme nelle grandi città russe, da San Pietroburgo a Mosca, colpiti dai droni ucraini. «Ne stiamo producendo un milione l’anno – ha ricordato ieri Zelensky —, ma siamo in grado di raddoppiare». E Trump, a un tratto, sembra avere perso la voglia di criticare Zelensky perché non si presenta in giacca e cravatta.
Quando il presidente americano ha annunciato l’accordo con l’Iran, e a Evian ha detto che ormai terrà il Medio Oriente «nel retrovisore» per occuparsi di nuovo dell’Ucraina, europei e canadesi si sono preoccupati: temevano che, come minimo, l’America tornasse a fare propria la propaganda putiniana. Non è stato così, almeno ieri, prima delle conferenze stampa finali di questo pomeriggio. Trump può non avere accolto Zelensky a braccia aperte, anzi ha pure dato l’impressione di ignorarlo, imbarazzato, quando il presidente ucraino è entrato nella sala con il grande tavolo dei Sette. Ma poi ha avuto due incontri bilaterali con lui, e si è fatto mostrare da Zelensky le immagini drammatiche del bombardamento russo della chiesa ortodossa di Kiev.
I summit G7, nati per permettere ai leader di conoscersi e parlare in modo informale perché riservato, sono paradossalmente diventati una grande messa in scena globale, dove ogni gesto viene esibito, scrutato, valutato, interpretato. Le telecamere a circuito chiuso mostrano il cancelliere tedesco Friedrich Merz che, nell’ennesimo gesto propiziatorio, regala al presidente Usa una maglietta della nazionale tedesca con la scritta «Trump 47» (come 47° presidente degli Usa), e poi la premier italiana Giorgia Meloni che racconta di avere smesso di fumare da un mese, e allora tutti si mettono a raccontare le proprie esperienze da tabagisti pentiti, vince il presidente del Consiglio europeo António Costa che ha abbandonato le sigarette 21 anni fa «e non ho mai ricominciato». Il premier britannico Keir Starmer finge interesse, «davvero?», ma intanto a Evian viene annunciato per il 22 luglio un importante vertice Ue-Uk, il secondo dopo la Brexit, per il «reset» delle relazioni tra l’Unione e una Gran Bretagna sempre più tentata dal riabbraccio con il continente. Il dominio della com (così i francesi ossessionati dalle abbreviazioni chiamano la comunicazione politica) ieri ha avuto inizio di primo mattino, quando l’ospite Emmanuel Macron è andato incontro a Zelensky (a differenza di quanto aveva fatto il giorno prima con Trump) nel giardino del magnifico Hôtel Royal già frequentato da Marcel Proust e Greta Garbo, con la solita mano in tasca e un’aria di grande, esibita complicità.
Un microfono lasciato aperto ha captato i due in combutta, mentre parlavano di come arrivare a un bilaterale con Trump. Premure e manovre sembrano avere funzionato, tanto che poi si è parlato anche di costruire missili Patriot in Ucraina su licenza americana. A fine giornata, foto di gruppo allargata ai leader non G7 (dal brasiliano Lula all’indiano Modi al keniota Ruto), segno di un neo multilateralismo magari di facciata ma, di questi tempi, è già qualcosa.