La Stampa, 16 giugno 2026
Mariella Rovere ricorda suo padre Luigi
Quando nella vita di tutti i giorni le si chiede di suo padre, Mariella si schermisce. «Dico solo che lavorava nel cinema, tanto nessuno mi chiede mai altro». Ed è un peccato, perché Luigi Rovere è stato uno dei più grandi produttori del cinema italiano. Ha fatto coppia con De Laurentiis, Gualino, Rizzoli, ha finanziato Camerini, Rossellini, Totò, ha lanciato Lattuada e Germi, Comencini e Fellini, Macario e Sordi. A fine carriera è stato anche nominato cavaliere della Repubblica.
L’occasione per riparlarne è una mostra ospitata a Torino dalla Palazzina di Caccia di Stupinigi. La curano le Officine Ianós di Alessandro Rota (che insieme a Giuseppe Costigliola sta preparando un libro sul produttore). In esposizione, i costumi di scena (realizzati all’epoca da Georges Annenkov, restaurati ora da Clotilde Cattaneo) e i cimeli di uno dei film più sontuosi da prodotti da Rovere, Puccini. Era il 1953, alla macchina per scrivere c’era Leo Benvenuti, a quella da presa Carmine Gallone, Gabriele Ferzetti vestiva i panni del compositore.
«Quegli abiti li ho salvati io», sorride Mariella, oggi 83enne. «C’era una sarta che veniva da noi per stirare e mio padre la chiamava anche sul set, per occuparsi dell’abbigliamento degli attori. A fine riprese era usanza buttare tutto, anche i costumi, ma quella volta le chiesi di tenerli. In famiglia ci abbiamo giocato per anni, li indossavamo ai compleanni e a Carnevale».
Com’è stata la sua infanzia nel cinema?
«A ripensarci incredibile, ma ero piccola e non me ne rendevo conto. Sono cresciuta alla Fert di Torino, lì avevamo una fabbrica di mobili che serviva gli studi cinematografici. Mia madre mi portava con sé e io me ne stavo lì a giocare».
Se chiude gli occhi cosa rivede?
«Mio padre che mi prende per mano e mi porta allo studio 1. Saliamo una scala, arriviamo al soppalco, una specie di corridoio che circonda il set. Lui mi fa segno di non fare rumore e da lì ci guardiamo le riprese del film».
Da dove veniva Luigi Rovere?
«Dal nulla. Erano in sette tra fratelli e sorelle, la famiglia era molto modesta: il papà era partito per la guerra, la mamma lavorava nei cantieri. A 14 anni scappò di casa e andò a Torino senza conoscere nessuno. Fece il garzone in una falegnameria, poi tirò su la sua fabbrica. Iniziò a lavorare per la Fert, alla fine ne divenne l’amministratore».
Come fu che quel carpentiere divenne produttore in società con De Laurentiis?
«Si conobbero su un set, mio padre era il fornitore delle scenografie, Dino un organizzatore giovane e sveglio. Si piacquero subito. Nel 1945 fondarono la R.D.L. (Rovere-De Laurentiis), produssero Il bandito di Lattuada, La figlia del capitano di Camerini, Il passatore di Coletti. Due anni dopo le loro strade si erano già separate».
Riccardo Gualino gli propose di diventare direttore della Lux, Angelo Rizzoli della Cineriz, ma suo padre rifiutò sempre. Perché?
«Per tutta la vita è stato un indipendente e alla fine l’ha pagata. Era un uomo a cui non piaceva apparire, non faceva parte dei circoli cinematografici. Stava zitto e lavorava».
Dei suoi artisti con chi andava più d’accordo?
«Con Lattuada e Farassino, Blasetti e la compagna Elisa Cegani, Totò, Macario. Ma su tutti Pietro Germi, Aldo Fabrizi e Carlo Rustichelli».
Ricordi di Macario?
«Una volta lo andammo a trovare sul set di Come persi la guerra, avrò avuto quattro anni. Mi prese in braccio tutto truccato con il cerone giallo e le labbra rosse. Io mi spaventai e mi misi a piangere. E così mi è rimasto un ricordo pauroso dell’idolo dei bambini».
Ha ancora il Nastro d’Argento che suo padre vinse nel 1951 «per la serietà dei suoi film»?
«Lo conservo in un angolo della casa. In famiglia i premi non li abbiamo mai esposti. Peccato però non avere più l’Orso d’Argento al Festival di Berlino per Il cammino della speranza di Germi».
Il gesto più coraggioso nella coraggiosa carriera di suo padre è stato far esordire Fellini alla regia con Lo sceicco bianco. Che cosa lo convinse?
«Fellini non aveva intenzione di fare il regista. Quando però in Persiane chiuse di Comencini si trovò a girare la scena del recupero del cadavere nel Po, lo fece con grande professionalità. Mio padre ci intravide del talento. La sceneggiatura de Lo sceicco bianco avrebbe dovuto girarla Antonioni, che all’ultimo si sfilò. E allora mio padre buttò dentro Fellini».
Com’erano i loro rapporti?
«Buoni. Era con mia mamma che Fellini non andava d’accordo. Lei era la contabile della società e lui con il suo perfezionismo girava e rigirava le scene un’infinità di volte, sprecando chilometri di pellicola. E i costi del film lievitavano, così come le discussioni».
Suo padre lanciò anche Sordi.
«Gliel’aveva proposto Fellini, che era suo amico. Fin lì aveva avuto ruoli minori, anche ne Il passatore faceva la comparsa assieme a Walter Chiari. Lo sceicco bianco fu il suo primo ruolo da protagonista e da lì la sua carriera prese il volo. Papà lo produsse ancora nel 1956 in Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo di Bolognini».
Un altro atto di coraggio fu produrre l’ultimo Don Camillo.
«Papà lo prese in corsa perché gliel’aveva chiesto Rizzoli. Fernandel era morto durante le riprese, il film era già mezzo girato e la produzione cercava di salvare il salvabile. Papà sostituì il regista Christian-Jaque con Mario Camerini, il Fernandel con Gastone Moschin. Ma senza il suo storico protagonista, e con Gino Cervi che non volle più proseguire, era tutta un’altra cosa. Don Camillo e i giovani d’oggi è un film dignitoso e niente più».
Il cinema ha fatto ricca la sua famiglia?
«A casa mia sentivo sempre parlare di milioni, nei discorsi i milioni erano l’unità di misura, ma io non ne ho mai visti. Per carità, non ci mancava nulla, avevamo la luce e il telefono e ho avuto la macchina presto. Ma per tutta la vita mio padre ha girato sempre in bicicletta».
Com’era il Luigi Rovere papà?
«Lo chiamavamo “il Pirata” perché era sempre in giro, ha fatto il pendolare per tutta la vita. Era dolce ma molto riservato, incuteva soggezione. Quando voleva, sapeva anche essere un grande affabulatore. Una qualità fondamentale per uno che di mestiere doveva convincere gli altri a mettere soldi nei suoi film».
Ha mai avuto una cotta per qualche attore di papà?
«Adoravo Kabir Bedi. Nel 1976 andai in Colombia per seguire la lavorazione de Il Corsaro Nero di Sollima e una sera uscimmo a cena. Era un uomo di una gentilezza rara, un signore. Mi piaceva molto anche Luciano Salce, ma quando me lo ritrovai davanti nel sul set di Un uomo, una città di Romolo Guerrieri non riuscii a spiccicare una parola».
Qual è la differenza più grande tra il cinema di allora e quello di oggi?
«All’epoca a fine giornata le segretarie di edizione battevano a macchina le descrizioni degli oggetti di scena e delle loro posizioni, per mantenere la continuità nelle riprese il giorno dopo. Oggi basta una foto con il cellulare».
Un’altra?
«Siamo abituati al regista che si guarda le scene al monitor un attimo dopo averle filmate. A quei tempi prima di avere il girato passavano 4 o 5 giorni, i tempi tecnici di sviluppo e trasporto. Intanto i registi procedevano alla cieca».
Di cos’è morto suo papà?
«Di cuore. Dopo la scomparsa di mio fratello a 49 anni, nel 1988, ebbe il primo infarto, poi un altro. Il terzo gli è stato fatale».
Dove riposa?
«Nel cimitero di Chialamberto, in una tomba di famiglia che, tra cugini e zii, pare un condominio».
Si è chiesta perché suo padre sia stato dimenticato?
«Perché, a differenza degli altri produttori, non ha sposato un’attrice. E non ha mai fatto parlare di sé per i suoi fatti amorosi. Ne avrà avuti senz’altro, ma se li è tenuti per sé».
Oggi il cognome Rovere è tornato a brillare nella produzione italiana, con il vostro omonimo Matteo.
«Sì, ho sentito. Gli auguro di avere tanta fortuna, più di papà».