La Stampa, 16 giugno 2026
Salvini, assedio lombardo
Chissà cos’ha pensato Matteo Salvini quando ha visto rimbalzare sui social la foto dello striscione comparso davanti all’Arena Civica della sua Milano con la scritta «Grazie Matteo, ma ora Zaia segretario». Fosse accaduto in una fase diversa per la Lega non avrebbe avuto lo stesso peso. Oggi, è l’ultimo anello di una catena di malumori e fratture che dal Nord, specie dalla Lombardia, partono all’indirizzo del vicepremier. Lo si intuisce dalle parole del presidente Attilio Fontana che invoca una Lega «che torni a fare la Lega». Lui fuga l’ipotesi di una scissione assicurando che «nessuno ha intenzione di fare un nuovo partito o di staccarsi» ma non vuole sentir parlare di “tirare a campare": «Abbiamo intenzione di dare una sferzata alle politiche per i territori più produttivi del nostro Paese messe da parte dalla Lega». Da quella Lega diventata ormai centralista e – come lamentano i militanti – sempre meno «sindacato del territorio».
Come questo cambiamento invocato da Fontana, Luca Zaia e gli altri governatori del Nord sarà concretamente messo in atto è difficile a dirsi. Ogni giorno nasce e muore una nuova ipotesi di accordo: Zaia vicesegretario, Zaia che prende la delega al Nord. Un nuovo statuto. La verità è che se non verrà convocato il nuovo Consiglio federale, lo stallo resterà. «Salvini ha detto che ci dovrà presentare un documento con il quale intende riorganizzare il nostro movimento», dice ancora il governatore lombardo. Probabilmente una risposta alla proposta di una lega federale. L’ipotesi più accreditata è quella di una macroregione del Nord affidata a Zaia. Ma Fontana non chiude nessuna porta: «Le formalità possono essere tante». Anche perché, la data del federale è ancora da definire: era previsto per domani ma, in mancanza di un’intesa, si è preferito far slittare. Impegni inderogabili dei governatori e del ministro, recitano le formule di rito. I bene informati giurano che nulla avverrà prima della prossima settimana. Quanto al contenuto della riunione, non si tratterebbe di un vero e proprio documento da presentare, piuttosto un piano «ben chiaro» del leader per riorganizzare i territori.
Comunque, l’impressione tra i dirigenti è che sia iniziato un assedio al segretario. Nessuno parla di successione ma più d’uno, intorno a lui e nel partito – prepara gli scatoloni. Non solo metaforicamente. Il Post ha anticipato la notizia dell’imminente addio del portavoce storico di Salvini, il giornalista Matteo Pandini, pronto a trasferirsi nell’ufficio del direttore della comunicazione di Enav. Dal 2013 nello staff Lega, nel 2016 scrive la biografia di Salvini “Secondo Matteo” insieme al collega Rodolfo Sala e dal 2018 portavoce del Capitano: la sua uscita ha il sapore dell’ultimo giorno di scuola. C’è anche qualcun altro che, a Milano, sta ragionando su una nuova architettura del partito. Guido Guidesi, assessore lombardo allo Sviluppo Economico e tra i dirigenti più ascoltati nella nuova generazione leghista, chiede che siano valorizzati «i tanti amministratori capaci» a partire da «Massimiliano Fedriga e Alberto Stefani. La loro immagine e la loro età anagrafica ci consentono di guardare al futuro». È evidente che il messaggio implicito sia: largo a una nuova giovane classe dirigente.
Quanto a Salvini, vuole dimostrare di essere ancora lui l’interlocutore del mondo produttivo. Motivo per cui, nonostante i tempi difficili, ieri sera ha partecipato alla cena organizzata dalla Lega alle Officine del Volo di via Mecenate a Milano con imprenditori, amministratori delegati e manager (come l’ad di Autostrade Arrigo Giana e il presidente del gruppo Fnm Andrea Gibelli, ma anche Simone Crolla, consigliere delegato della American Chamber of Commerce in Italy) «per illustrare i programmi». Al tavolo con lui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il collega all’Istruzione Giuseppe Valditara oltre a una lunga lista di dirigenti leghisti tra cui l’economista Claudio Borghi, il vice al Mit Edoardo Rixi, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alessandro Morelli, il governatore Fontana, il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari. Una cena esclusiva, anche per le quote richieste per la partecipazione, dai 2500 euro in su, programmata da tempo. Qualcuno maligna: «Devono tirar su soldi».
Ma la presenza di Giorgetti, storico riferimento dell’ala lombarda, viene interpretata come il tentativo di arginare il malessere prima che contagi irrimediabilmente “i pezzi grossi”.