repubblica.it, 16 giugno 2026
Rivolta in Giamaica per riavere spiagge libere e ambiente protetto
Quando pensiamo alla Giamaica il più delle volte ci vengono in mente, con un sottofondo di musica reggae, palme che costeggiano spiagge cristalline. Lidi meravigliosi, bagnati da acqua trasparente, in pieno stile caraibico: peccato però che meno dell’1% della costa dell’intera isola sia accessibile a chi in Giamaica ci è nato. La terra di Bob Marley ha infatti un enorme problema: da tempo le costruzioni di grandi resort di lusso e complessi residenziali, spesso stranieri, sono in costante crescita a tal punto da privare i residenti delle proprie spiagge. La zona di Mammee Bay Beach è un esempio lampante: fino a poche decine di anni fa era costeggiata da barche di pescatori e sulla spiaggia giocavano bambini e persone delle comunità locali, oggi invece c’è perfino un muro di cemento per impedire agli abitanti del luogo l’accesso alla spiaggia. Lo stesso vale per il Roaring River, zona amata per la balneazione, dove i cinesi hanno costruito residenze private tutt’attorno e la popolazione giamaicana è stata tagliata fuori. Una condizione insostenibile che recentemente ha portato a più insurrezioni popolari e cause in tribunale, con diversi gruppi di attivisti – guidati dal Jamaica Beach Birthright Environmental Movement (Jabbem) – che si battono proprio per cercare di riavere indietro le loro spiagge e proteggere l’ambiente.
Il Jabbem per esempio è nato nel 2020 quando ci furono scontri fra locali e polizia proprio per la chiusura, con tanto di muro, di Mammee Bay. In questi giorni in Giamaica gli attivisti hanno attaccato duramente il governo, che prevede altre concessioni, per evitare che le coste vengano vendute alle grandi catene alberghiere risultando così disponibili solo per i turisti stranieri. Tra giugno e luglio sono previste almeno cinque cause legali contro la privatizzazione di Mammee Bay e Little Dunn’s River a St. Ann, della Blue Lagoon, della spiaggia di Bob Marley a St. Andrew e della spiaggia di Flankers-Providence nella capitale turistica di Montego Bay. Per Devon Taylor, che guida il Jabbem, “il mare è l’unica fonte di cibo selvatico in Giamaica. E quando ci isolano dal mare negandoci l’accesso, di fatto ci condannano alla fame”.
Uno dei problemi legato ai divieti di accesso alle spiagge giamaicane per gli stessi residenti è infatti la limitazione della pesca, ma ci sono ripercussioni anche su attività commerciali e artigianali. Gli attivisti chiedono quindi un ripensamento e una modifica del Beach Control Act del 1956, legge che conferiva allo stato la proprietà del litorale e dei fondali dando al solo governo la possibilità di concedere autorizzazioni che ovviamente – in un Paese che si basa fortemente sul turismo – sono stati concesse alle multinazionali straniere. Così facendo il governo ha alimentato quello che i locali chiamano il “turismo di piantagione” dato che ha lo stesso modus operandi di ciò che avviene nei campi dove si sfruttano i contadini locali per coltivare terre i cui profitti vanno sempre nelle mani di pochi, talvolta stranieri. “Non c’è eguaglianza – tuona Taylor – eppure il primo ministro avrebbe il potere, attraverso il suo gabinetto, di affrontare questi problemi. Si tratta quindi di una mancanza di volontà politica che va avanti da anni”.
Matthew Samuda, ministro dell’ambiente e dei cambiamenti climatici, sostiene che l’idea di migliorare l’accesso per le popolazioni locali vada “esplorata” ma indica anche il fatto che la maggior parte dei giamaicani benefici in maniera diretta di attività connesse al turismo. Attualmente il primo ministro Andrew Holness ha proposto una nuova politica di accesso e gestione delle spiagge per il futuro ma ancora non si vedono i frutti e gli attivisti sostengono che ci siano troppe restrizioni inaccettabili. Ci sono casi, come quello di Portland, in cui le autorità chiusero nel 2022 la Laguna blu promettendo di riaprirla dopo tre mesi con strutture migliorate: fu invece, dice chi protesta, un ulteriore modo per tagliare fuori successivamente gli abitanti del luogo.
Gli stessi attivisti riconoscono che il turismo “genera entrate, ma noi ne traiamo pochi benefici”, per questo motivo invocano una revisione delle leggi. Il Jabbem sostiene addirittura che attualmente le spiagge libere e completamente accessibili per i residenti locali siano lo 0.6% su oltre 1000 chilometri di costa. Una costa che, così come le aree interne, è stata duramente colpita nel 2025 dall’uragano Melissa: ormai due terzi dell’isola sono tornati alla normalità ma servono ancora interventi per ripristinare tutto e gli attivisti affermano che questo è il momento perfetto per cambiare le cose. “Quando si privano i giamaicani del mare – ha affermato alla Bbc Marcus Goffe, avvocato che rappresenta Jabbem – e li si privano delle tradizionali pratiche di pesca e dei mezzi di sussistenza, si distrugge la comunità: nel giro di una o due generazioni, non ci sarà più alcuna comunità”. Un’affermazione che si sposa con quanto accaduto soprattutto dal Covid in poi: negli ultimi cinque anni infatti c’è stata una accelerazione delle costruzioni e delle proprietà straniere anche nei luoghi iconici dell’isola, a tal punto che oggi solo il 40% dei quasi 4,3 miliardi di dollari di entrate turistiche del Paese rimane in Giamaica, il resto va agli investitori esteri.
Sempre brandendo in mano il Beach Control Act del 1956 – legato a quando la nazione è stata una colonia della Corona britannica – il governo può infatti facilmente trasferire aree costiere in mani private tanto che entro il 2030 ci saranno 10mila nuove camere di super resort in tutta l’isola. Allo stesso tempo però, negli ultimi anni, è cresciuto l’attivismo e il fronte di chi si oppone in difesa dell’ambiente e delle proprie terre.
Una opposizione molto simile a quella dell’Albania, dove negli ultimi giorni decine di migliaia di persone sono scese in piazza per la “rivoluzione dei fenicotteri”, ovvero la protesta per dire no alla costruzione di un mega resort in cui è coinvolto Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, che andrebbe ad impattare sulla penisola di Zvërnec, area popolata da foche, tartarughe marine e diverse specie di uccelli. Con lo stesso spirito dunque le comunità locali caraibiche, tra cui quelle rastafari, si battono con cinque diverse cause contro l’impatto del cemento sulla Giamaica. A Bob Marley Beach i rastafari promettono di impedire la realizzazione di un resort di lusso da 200 milioni di dollari. Per riuscirci, si ispireranno al testo di una delle più belle canzoni del cantautore giamaicano: “Get up, stand up, stand up for your right” (alzati e ribellati per i tuoi diritti).