la Repubblica, 16 giugno 2026
Django, torna in sala il pistolero che ha cambiato il sentiero del western
Torna Django. Al cinema, come evento speciale il 16 giugno. In copia restaurata, distribuito da CG Entertainment in collaborazione con Lumiere&Co. e Cinemaundici, grazie a Surf Film. Ma era mai andato via, Django? No. Per certi versi è rimasto sempre con noi. E non solo grazie a Quentin Tarantino, che lo adora e lo ha citato nel suo Django Unchained, dove però riprende solo il nome del personaggio e il “cameo” di Franco Nero, protagonista del film eponimo.
Un pantano infinito
Rivedere oggi Django, sessant’anni dopo, fa impressione. La stagione del western italiano è ampiamente storicizzata e nella considerazione superficiale di chi non c’era si identifica quasi totalmente nei film di Sergio Leone. Ecco, Django è diretto anche lui da un Sergio (Corbucci), deve sicuramente qualcosa a Per un pugno di dollari (il villaggio isolato, il giustiziere misterioso) e a Per qualche dollaro in più (il cinismo, la violenza sadica, le mani inabili del protagonista) ma per certi versi è l’anti-Leone. L’epica alla quale Leone ambiva (“il più grande sceneggiatore di western è Omero”, amava dire) qui è ferocemente accantonata. Il vero protagonista del film è il fango, e chissà se Corbucci e soci pensarono alla rima involontaria con Django: non si è mai visto un western più lercio e più piovoso, a cominciare dalla sequenza dei titoli in cui Franco Nero trascina una bara camminando in un pantano che sembra infinito. La violenza è estrema, paradossale, per l’epoca quasi insostenibile: ma è un gioco, un gioco adulto che piaceva tanto a noi ragazzini. Rivisto oggi il film sembra un anime, un cartone giapponese: ha la stessa gratuità e la stessa libertà narrativa.
Cappelloni, cowboy e pistoleri
La differenza tra Leone e Corbucci è semplice: Leone amava sul serio il western classico e “ci credeva”, Corbucci assai meno. Aveva già girato dei western: Massacro al grande canyon, Minnesota Clay, Navajo Joe. Ma il genere, dopo il successo di Per un pugno di dollari, furoreggiava e i produttori chiedevano un “cappellone” dopo l’altro. Così un giorno Corbucci si presentò a casa del suo amico Piero Vivarelli per coinvolgerlo in una bizzarra avventura. Vivarelli era un altro al quale del western importava poco, il suo film più recente era stato Rita la figlia americana con Totò e Rita Pavone, collaborava con Celentano (suo il testo di Il tuo bacio è come un rock) e non pensava minimamente a cowboy e pistoleri. Essendo stato un grande amico anche di chi scrive, possiamo raccontarvi la prima seduta di sceneggiatura così come Vivarelli l’ha raccontata, anni dopo, a noi.
L’idea del film
Corbucci: “Piero, ho venduto a Manolo Bolognini (produttore, fratello del regista Mauro, ndr) un’idea per un western, dobbiamo scrivere la sceneggiatura, ci pagano”.
Vivarelli: “Ottimo. E quale sarebbe l’idea?”
Corbucci: “È una bomba. Il film si apre così: un uomo cammina nel deserto trascinandosi appresso una bara”.
Vivarelli: “Bello. E poi che succede?”
Corbucci: “E che cazzo ne so? Te l’ho detto, dobbiamo scriverlo”.
Django Reinhardt e il nome del protagonista
Una successiva seduta di sceneggiatura fu imperniata sulla scelta del nome da dare al protagonista. Serviva un nome che si facesse ricordare, semplice, secco. Ringo? No, il protagonista di Ombre rosse no. Allora Gringo? In fondo è il modo in cui i messicani chiamano gli statunitensi, e il film si svolge sul confine. No, troppo simile a Ringo, e poi esisteva un carosello in cui tale Gringo, con un poncho simile a quello di Clint Eastwood, faceva la pubblicità a una carne in scatola. Insomma, questo nome non si trovava. Passeggiando per lo studio di Vivarelli (che era un grande esperto e appassionato di jazz) Corbucci fece scorrere la mano sulla sua collezione di dischi, e all’improvviso si fermò, e ne tirò fuori uno. “E questo chi è?”. “Ma come – gli rispose Vivarelli – non conosci Django Reinhardt? È un gitano, il più grande chitarrista del mondo”. “Mai sentito – ribattè Corbucci – però Django è un bel nome”. E Django fu.
L’omaggio di Tarantino
Tarantino ha ovviamente contribuito alla riscoperta del film con il suo omaggio, ma come dicevamo Django non è mai uscito dai radar. Il successo del film fu tale, in mezzo mondo, che cominciarono a uscire dei Django apocrifi dovunque, altro che i Vangeli. Manolo Bolognini ne fece un prequel due anni dopo, in pieno ’68: Preparati la bara! Nero si rifiutò di interpretarlo e Corbucci non volle dirigerlo: al suo posto in regia passò Ferdinando Baldi e come attore venne scelto un giovane Terence Hill – e a Trinità, fra poco, ci arriviamo. L’unico sequel ufficiale con Nero, Django 2 – Il grande ritorno, si sarebbe fatto solo nel 1987. Ma nel frattempo, negli anni 60, erano usciti Django spara per primo, Pochi dollari per Django, Django il bastardo, W Django!, Arrivano Django e Sartana… è la fine e mille altri. Pare che addirittura in Germania alcuni distributori pretendessero che nel titolo dei western italiani ci fosse il nome Django: era la condizione per acquistarli. È assolutamente legittimo affermare che Django iniziò la deriva che avrebbe trasformato il western italiano in una barzelletta. Da cui la celebre frase attribuita a Leone, che dopo C’era una volta il West si convinse che il genere fosse morto. Frase forse apocrifa, come i tanti Django farlocchi, ma troppo bella per non citarla: “Ho deciso di non fare più western quando cominciarono a uscire film come Se vedi Sartana digli che è un uomo morto. Ho pensato che il film successivo sarebbe stato Se vedi Sartana digli che è uno stronzo”.
I titoli di testa
Va detto che, per storici e cinefili, la cosa più bella di Django sono proprio i titoli di testa. I collaboratori coinvolti sono pazzeschi. La scenografia è di Carlo Simi, le musiche di Luis Bacalov, la canzone dei titoli è cantata da Rocky Roberts (quella è sicuramente un’idea di Vivarelli), l’aiuto regista è Ruggero Deodato (Cannibal Holocaust), i costumi sono di Marcella De Marchis (già moglie di Rossellini) e la fotografia è di Enzo Barboni. Occhio alle iniziali di quest’ultimo: qualche anno dopo sarebbe diventato E.B. Clucher e avrebbe diretto i primi due Trinità, quelli che trasformarono il western in commedia farsesca. Quelli che Leone definiva “western scureggioni”, con un pizzico di sadismo. Degno di Django.