la Repubblica, 16 giugno 2026
Guido Tortorella ricorda suo padre Cino, il mago Zurlì
Per la gioia di noi boomer, è tornato il Mago Zurlì. Si chiamava Cino Tortorella, ma solo per l’anagrafe. Per noi era il mago dello Zecchino d’Oro, calzamaglia e giubba con i lustrini (ma nella tivù in bianco e nero non si vedeva tanto). Se n’è andato nel 2017, quasi novantenne e sempre giocoso. Adesso, suo figlio Guido lo riporta in vita con un romanzo, Artificiale (Baldini+Castoldi) in cui immagina che il padre rinasca come androide creato dall’AI: soltanto un pretesto narrativo. Quella che conta, è la magia del Mago.
Che tipi erano, Cino e Zurlì?
«A un certo punto, papà odiò quell’altro e decise di non interpretarlo più. Era il 1972. Io sono nato quattro anni dopo, e Zurlì non l’ho mai visto. Invece mio fratello Davide, che è del 1961, è stato un bimbo dello Zecchino e doveva dividere il vero padre con altri milioni di bambini, perché il Mago Zurlì era proprio una star nazionale. Eppure, anche dopo essersi levato il costume, nessuno riusciva a parlare o scrivere di Cino Tortorella senza citare Zurlì: lui ci era abituato, però gli dava un po’ fastidio. Credo sia accaduta la stessa cosa a Paolo Villaggio con Fantozzi. È anche vero che la potenza di quella maschera risveglia l’infanzia di tante persone».
Come nacque il personaggio?
«Da una pantomima teatrale del 1956, “Zurlì mago Lipperlì” che Umberto Eco, a quel tempo in Rai, propose di portare in televisione: così nel ’57 arrivò “Zurlì, il mago del giovedì”. Va detto che all’inizio lo interpretava Giancarlo Dettori, che poi scelse di dedicarsi solo il teatro. Anche mio padre era un ottimo attore teatrale, aveva debuttato giovanissimo con Strehler e mi dicono fosse uno dei migliori mimi italiani».
Però, ancora non siamo al Mago Zurlì dello Zecchino.
«Un programma che inventò papà, quando propose di allestire una specie di Festival di Sanremo per bambini. Lui sapeva parlare con loro senza bambineggiare, alla stessa altezza di sguardo. Odiava la leziosità. Voleva bambini veri, non caricature, e non si stancava di ripetere che in gara c’erano le canzoni e non i piccoli: i quali dovevano votare per gli altri concorrenti, pure questa una novità introdotta da Cino Tortorella».
Nel romanzo, lei lo riporta indietro dalla morte: senza svelare niente della trama, com’è andata?
«Un giorno chiesi a ChatGpt di fare la parte di mio padre, e parlarmi: naturalmente fu un disastro. Però mi dissi: e se invece l’aggeggio fosse stato bravo? La storia nasce così. Spero che il papà del libro assomigli a quello vero e non sia soltanto una copia, un clone: me lo confermano persone che lo conobbero benissimo».
Cos’aveva di magico, il Mago?
«Sapeva raccontare, era un affabulatore, conquistava uomini e donne in modo irresistibile. Quando ci radunavamo tutti a tavola o sotto un bel cielo azzurro, lui amava dirci: “Fermi, guardiamoci intorno, siamo qui e siamo noi: se ci concentriamo, questo momento resterà per sempre”. Era una citazione letteraria, però mio padre la incarnava. Ne ho una memoria nitidissima. Come dice il narratore del libro: non passa giorno senza che io abbia cura del tuo ricordo».
Nel romanzo lei incontra l’androide e condivide con lui uno strano, ultimo viaggio: più gioia o malinconia?
«Entrambe le cose, però alla fine ho capito che la morte bisogna lasciarla arrivare, anche se non è mai il momento giusto per coloro che amiamo. Ho fatto il possibile per rispettare mio padre, che lo meritava: era davvero una persona straordinaria. Confesso che, scrivendo, mi sono commosso tanto».
Nel testo si accenna ai diari che il padre lascia al figlio: finzione narrativa o verità?
«Quei diari sono la più bella eredità che lui mi abbia consegnato. Nel leggerli ho invidiato il suo essere giovane negli anni Cinquanta, le occasioni che ha avuto, la felicità di vita, gli amori e gli entusiasmi. Ammiro papà, che era anche un po’ orso ma quando si apriva dava tutto».
È stato un padre presente?
«Per molti anni lo vedevo soltanto nei weekend. Ma quando c’era, era per noi al cento per cento. Le feste, le domeniche, i viaggi e le vacanze in luoghi magnifici: nulla è andato perduto».
In copertina c’è un Mago Zurlì giovanissimo e leggermente fuori fuoco: elaborazione grafica o realtà?
«La fotografia fa parte delle Teche Rai, e lui non aveva neanche trent’anni. Il tempo, in effetti, un po’ sfoca le cose».
La magica giubba trapuntata è di un rosa delicatissimo. L’originale?
«E chi lo sa, non bisogna mica svelare ogni cosa. E comunque, anch’io ho dovuto compiere un percorso alla scoperta del Mago Zurlì, in qualche modo sono stato costretto a ricostruirlo. Devo ammettere che invidio voi bambini degli anni Sessanta che siete davvero stati un po’ i suoi figli, a bocca aperta davanti al televisore».