la Repubblica, 16 giugno 2026
La tela negoziale del Pakistan va a segno con l’assist del Qatar
Tre conflitti aperti, quello con l’India e quello con l’Afghanistan. E nessuna esperienza come mediatore di conflitti. Qualche settimana fa, nessuno avrebbe scommesso che sarebbe stata l’azione diplomatica di un Paese come il Pakistan a portare alla svolta nella crisi fra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra: invece venerdì a Ginevra – se le cose non cambieranno nel frattempo – sarà proprio il Pakistan a presiedere alla firma ufficiale dell’accordo che dovrebbe mettere fine a due mesi e mezzo di guerra che hanno sconvolto il Medio Oriente e la regione del Golfo.
Per il Pakistan si tratta di un successo enorme: entrato in scena come mediatore sin dall’inizio del conflitto, ha messo sul piatto i suoi ottimi rapporti con gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita e la relazione di lungo periodo con l’Iran. Ma non poteva contare su nessuna precedente esperienza come mediatore, tantomeno su un dossier tanto complesso. Questo spiega perchè il successo non sarebbe arrivato se a dare la spinta alla trattativa che ad aprile si era incagliata non fosse arrivato un altro protagonista: quel Qatar che nei prossimi giorni sarà palcoscenico dei negoziati tecnici fra funzionari americani e iraniani.
Dal negoziato che per mesi aveva tenuto in piedi sperando di evitare lo scontro diretto, Doha si era sfilata non appena le bombe avevano iniziato a cadere sul territorio iraniano: inizialmente perché furiosa con gli Stati Uniti e con Israele per aver mandato in frantumi un dialogo che riteneva ancora aperto. Poi perché la reazione di Teheran non l’aveva risparmiata: nei primi giorni di guerra, diversi missili iraniani erano stati sparati verso il Paese, anche se non si era mai arrivati alla pioggia di attacchi diretta verso i vicini Emirati arabi uniti. Poco più di un mese fa, la svolta: il 9 maggio, del primo ministro e ministro degli esteri del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani è volato a Washington per incontrare il vicepresidente JD Vance. Da quel momento, il ritorno in scena di Doha è stato evidente: dialoghi separati tra Stati Uniti, Pakistan, Iran e altri attori regionali come Turchia e Arabia Saudita. Fino alla maratona finale degli ultimi giorni.
Il ministro degli Esteri del Pakistan, Ishaq Dar, si è detto «grato» nei confronti di Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Egitto e Nazioni Unite per i loro «sinceri sforzi diplomatici». «Lodiamo gli sforzi costruttivi della Repubblica Islamica del Pakistan nel facilitare questo processo, insieme al sostegno dei partner regionali e internazionali», ha scritto a sua volta su X il ministro Al Thani.
Scambi di cortesie alle cui spalle si nasconde un conto economico salatissimo che è stato senza dubbio una delle spinte maggiori che hanno convinto il Qatar a tornare in campo: gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo hanno interrotto circa il 17 per cento della capacità di esportazione di gas naturale liquefatto (Gnl) del Qatar, causando una perdita annuale stimata in 20 miliardi di dollari, secondo quanto dichiarato a fine maggio da Saad al-Kaabi, amministratore delegato di QatarEnergy e ministro per gli Affari energetici. La speranza è che con il cessate il fuoco e la riapertura di Hormuz produzione ed esportazioni possano ripartire appieno.