corriere.it, 16 giugno 2026
Il 48% dei CdA italiani è composto solo da uomini
Mentre una parte della politica torna a mettere in discussione le quote rosa (Laura Ravetto e altri esponenti di Futuro Nazionale hanno proposto di allentare i vincoli che garantiscono l’equilibrio di genere nelle liste elettorali), il mondo dell’impresa restituisce una fotografia che dovrebbe invitare alla cautela. Non perché le quote siano uno strumento perfetto. Ma perché gli squilibri che hanno cercato di correggere continuano a essere evidenti.
La prima rilevazione dell’Osservatorio Governance di Cuoa Business School racconta infatti un Paese nel quale il potere economico continua ad avere un profilo tenacemente omogeneo. Nei Consigli di amministrazione delle aziende italiane con oltre 20 milioni di euro di ricavi, le donne rappresentano in media appena il 19% dei componenti. Ma ancora più significativo è un altro dato: il 48% dei CdA è composto esclusivamente da uomini. Quasi un consiglio su due.
La questione, però, non riguarda soltanto il genere. Riguarda la capacità del sistema produttivo italiano di rinnovarsi. Lo stesso studio mostra che Millennials e Generazione Z occupano appena il 15% dei posti nei board aziendali, mentre l’età media dei consiglieri supera i 57 anni. Donne e giovani, insomma, continuano a restare ai margini dei luoghi in cui si prendono le decisioni.
Sono numeri che dovrebbero far riflettere. Non tanto perché impongano una conclusione obbligata sul tema delle quote, quanto perché smentiscono una convinzione che periodicamente riemerge nel dibattito pubblico: l’idea che il problema sia ormai superato e che il mercato, da solo, abbia già corretto gli squilibri del passato.
Se fosse davvero così, sarebbe difficile spiegare perché in un Paese dove le donne conseguono lauree in misura superiore agli uomini, ricoprono ruoli manageriali sempre più qualificati e rappresentano una quota crescente delle professioni ad alta specializzazione, continuino a essere così rare nei luoghi del comando economico. Evidentemente il problema non è l’assenza di competenze. Né la mancanza di aspirazioni.
La verità, forse meno comoda, è che il potere tende a riprodurre se stesso. Accade nella politica, nelle professioni e nelle imprese. Chi occupa posizioni apicali tende a selezionare persone che appartengono agli stessi ambienti, condividono percorsi simili e fanno parte delle medesime reti relazionali. Non necessariamente per scelta. Più spesso per abitudine.
È qui che il dibattito sulle quote rischia di diventare fuorviante. Perché le quote non sono mai state il fine. Sono state uno strumento, discutibile quanto si vuole, nato dalla constatazione che il talento non sempre incontra le stesse opportunità di accesso.
Del resto, la stessa ricerca del Cuoa offre un’indicazione interessante. Alcune regioni del Mezzogiorno, spesso considerate in ritardo rispetto al resto del Paese, mostrano livelli di inclusione femminile e generazionale superiori alla media nazionale. Il Molise (che, a quanto pare, esiste davvero!) guida la classifica per presenza femminile nei CdA, mentre Sicilia, Calabria e Campania registrano la maggiore concentrazione di under 45 nei board. Segno che il cambiamento è possibile e che non esiste alcuna legge non scritta che condanni i vertici aziendali a rimanere immutabili.
La domanda, allora, è semplice: se quasi la metà dei Consigli di amministrazione italiani continua a non avere nemmeno una donna seduta al tavolo, siamo davvero sicuri che il problema oggi sia l’eccesso di quote? Oppure il rischio è quello opposto: convincersi che la partita sia chiusa proprio mentre i numeri dimostrano che è ancora aperta? Prima di archiviare le quote rosa come un residuo del passato, sarebbe forse utile guardare davvero la nostra realtà.