corriere.it, 16 giugno 2026
Tokyo rialza i tassi, Pechino perde i consumatori: la nuova Asia
Per trent’anni il Giappone è stato il simbolo di tutto ciò che un’economia moderna temeva di diventare: crescita lenta, prezzi fermi, tassi d’interesse vicini allo zero e una popolazione sempre più anziana. La Cina, al contrario, sembrava l’incarnazione opposta: fabbriche in piena attività, città che crescevano a ritmo vertiginoso, consumi in espansione e una domanda apparentemente inesauribile.
Ora, quel mondo sta cambiando.
A Tokyo la Bank of Japan ha portato i tassi d’interesse all’1%, il livello più alto dal 1995. A Pechino le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,6% rispetto a un anno fa, segnando il primo calo dall’uscita della Cina dall’emergenza Covid. Prese singolarmente sono due notizie importanti. Lette insieme raccontano qualcosa di più: la fine di due modelli economici che hanno segnato gli ultimi trent’anni e l’inizio di una fase ancora tutta da decifrare.
Il Giappone esce dall’era dei tassi zero
Il rialzo deciso dalla banca centrale giapponese ha un valore che va ben oltre lo 0,25% annunciato il 16 giugno. Per una generazione di economisti il Giappone è stato il laboratorio mondiale della deflazione. Quando in Europa o negli Stati Uniti si temeva una crescita troppo debole, il paragone era sempre lo stesso: attenzione a non fare la fine del Giappone.
Per questo vedere oggi Tokyo impegnata a frenare l’inflazione rappresenta quasi un’inversione storica. La Bank of Japan ritiene che l’aumento dei prezzi dell’energia e il progressivo trasferimento dei maggiori costi lungo la catena produttiva possano spingere l’inflazione oltre il 2%, il livello considerato compatibile con la stabilità dei prezzi.
È la prima volta da oltre trent’anni che il costo del denaro in Giappone torna all’1%, un livello che nel 1995 veniva raggiunto mentre la banca centrale stava ancora riducendo i tassi dopo lo scoppio della grande bolla immobiliare e finanziaria degli anni Ottanta.
Non tutti, però, sono convinti che il percorso sarà lineare. Nel consiglio della banca centrale l’unico voto contrario al rialzo è arrivato dal membro del consiglio della Banca centrale Toichiro Asada, secondo il quale la situazione in Medio Oriente presenta «rischi maggiori per produzione e occupazione rispetto ai rischi di aumento dei prezzi». Un dissenso che fotografa bene il dilemma di Tokyo: contrastare l’inflazione senza compromettere una crescita che resta fragile.
Anche perché il Giappone continua a muoversi su un terreno delicato. «La Bank of Japan non ha buone opzioni», ha osservato Stefan Angrick, responsabile per il Giappone di Moody’s Analytics. «Può alzare i tassi per frenare le pressioni inflazionistiche rafforzando lo yen, ma questo rischia di danneggiare l’economia».
La Cina e la domanda che non riparte
Se il problema giapponese è il ritorno dell’inflazione, quello cinese appare quasi speculare.
A maggio le vendite al dettaglio sono diminuite dello 0,6%, il primo dato negativo dalla fine del 2022. Contemporaneamente, però, le esportazioni sono cresciute del 19,4% e la produzione industriale ha continuato ad accelerare.
Il risultato è un’economia che procede a due velocità.
Da una parte le fabbriche continuano a produrre e a vendere all’estero. Dall’altra i consumatori restano prudenti e il settore immobiliare continua a rappresentare una zavorra. Gli investimenti nel mattone sono diminuiti del 16,2% nei primi cinque mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo del 2025, segno che la lunga crisi immobiliare cinese è tutt’altro che conclusa.
A riconoscere il problema è stato lo stesso Fu Linghui, capo economista dell’Ufficio nazionale di statistica cinese. «La contraddizione tra una forte offerta e una domanda debole sul mercato interno resta evidente», ha ammesso commentando i dati diffusi martedì.
È probabilmente la sintesi più efficace dello stato dell’economia cinese nel 2026: il Paese continua a produrre molto più di quanto i propri cittadini siano disposti o in grado di acquistare.
Il rallentamento arriva inoltre in un anno particolarmente delicato. Pechino ha fissato per il 2026 un obiettivo di crescita compreso tra il 4,5% e il 5%, il più basso degli ultimi decenni, una soglia che rischia di diventare più difficile da raggiungere senza una ripresa dei consumi interni.
La divergenza
«La divergenza all’interno dell’economia cinese sta aumentando», ha osservato Lynn Song, capo economista per la Cina di Ing. La definizione coglie un fenomeno che va oltre i numeri di maggio. Da anni Pechino prova a trasformare il proprio modello di sviluppo, riducendo la dipendenza dagli investimenti immobiliari e aumentando il peso dei consumi interni. Il processo, però, procede più lentamente del previsto.
Le famiglie restano caute, anche perché per molti anni la casa ha rappresentato il principale strumento di accumulazione della ricchezza. Con il rallentamento del mercato immobiliare, una parte importante di quella sicurezza è venuta meno.
Nel frattempo il governo continua a fare affidamento sull’industria e sulle esportazioni per sostenere la crescita. Una strategia che contribuisce ad alimentare le tensioni commerciali con Europa e Stati Uniti, preoccupati dalla crescente capacità produttiva cinese in settori come le batterie, i veicoli elettrici e le tecnologie verdi.
La fine di due modelli
Il paradosso è che proprio mentre il Giappone sembra lasciarsi alle spalle l’etichetta di economia bloccata nella deflazione, alcuni dei problemi che per anni sono stati associati a Tokyo iniziano a comparire in Cina.
Domanda interna debole, crisi immobiliare, famiglie prudenti e crescita sostenuta soprattutto dall’export sono elementi che ricordano, almeno in parte, il Giappone degli anni successivi allo scoppio della bolla immobiliare.
Naturalmente le differenze restano enormi. La Cina continua a essere la seconda economia mondiale e mantiene una capacità industriale senza rivali. Ma il dato sulle vendite al dettaglio mostra quanto sia ancora difficile trovare un nuovo equilibrio dopo la fine del boom immobiliare.
La fotografia dell’Asia nel 2026 potrebbe essere racchiusa in due numeri: esportazioni cinesi in crescita del 19,4% e consumi in calo dello 0,6%. Da una parte la fabbrica del mondo continua a produrre e a vendere all’estero. Dall’altra fatica a convincere i propri cittadini a spendere.
Per anni il mondo ha guardato all’Asia come al motore della crescita globale. Oggi quel motore continua a funzionare, ma con ingranaggi diversi. Il Giappone cerca di gestire il ritorno dell’inflazione. La Cina prova a costruire un nuovo modello di sviluppo dopo la crisi del mattone. Due percorsi opposti che convergono – forse – nello stesso punto: la fine di un equilibrio che ha accompagnato la globalizzazione dagli anni Novanta in poi.