Corriere della Sera, 16 giugno 2026
La moglie di Lutero è stata dimenticata
Strano. La prima biografia di Lutero scritta nel 1548 dall’amico e collega, Filippo Melantone, non dedica neanche un cenno alla moglie del grande riformatore. Lo nota Merry Wiesner-Hanks in Donne e fede in età moderna. Una storia globale, pubblicato da Carocci. Melantone parla diffusamente della madre di Lutero, Margarethe («le donne oneste guardavano a lei come a un esempio di virtù»), ma non dice una parola su Katharina von Bora. Wiesner-Hanks nota altresì che, ancora oggi, le innumerevoli biografie dedicate a colui che nel 1517 (con le 95 tesi affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg) diede inizio alla riforma protestante – tre titoli per tutti: Lutero di Thomas Kaufmann (il Mulino); Lutero. Un riformatore visionario di Scott H. Hendrix (Hoepli); Martin Lutero. Ribelle in un’epoca di cambiamenti radicali di Heinz Schilling (Claudiana) – dedicano uno spazio assai ridotto alla consorte del presbitero tedesco. A dispetto della circostanza che lui ne abbia parlato più volte e senza reticenze nei Discorsi a tavola, ripubblicati recentemente in Italia da Claudiana a cura di Beata Ravasi e Fulvio Ferrario.
Katharina era nata nel 1499 in una famiglia della piccola nobiltà della Sassonia. A cinque anni, in seguito alla morte della madre, era stata mandata in convento. Successivamente era stata trasferita in un’altra comunità religiosa, Marienthron, dove una sua zia era suora. Prese i voti da adolescente e ricevette una discreta istruzione. Quando Lutero si affacciò sulla vita pubblica, diverse suore di Marienthron gli scrissero manifestando l’intenzione di unirsi a lui. Nel 1523 Lutero organizzò la fuga di dodici religiose da Marienthron e tra loro c’era anche Katharina. Furono fatte uscire di nascosto dal convento sul carro di un amico mercante. In seguito, si raccontò che le ragazze si erano nascoste sotto o addirittura dentro dei barili di aringhe, dando un tocco di drammaticità, scrive Wiesner-Hanks, «a quella che era già un’iniziativa grave», dal momento che far scappare delle suore da un convento era considerato «rapimento». Un reato, precisa Wiesner-Hanks, «che in alcuni territori tedeschi (compresi quelli che le dodici donne avrebbero dovuto attraversare) era punibile con la morte».
Le fuggitive raggiunsero infine Wittenberg dove Lutero e i suoi collaboratori si misero a cercare un luogo in cui sistemarle, nonché dei mariti per quelle che non intendevano tornare a casa dalle loro famiglie. Katharina ebbe diverse proposte di matrimonio ma declinò ogni volta. Finché disse che avrebbe sposato solo Nikolaus von Amsdorf, braccio destro di Lutero o lo stesso Lutero. Quest’ultimo (che aveva sedici anni più di lei) accettò all’istante e i due convolarono a nozze nel 1525. L’anno seguente Katharina ebbe il primo dei suoi sei figli di cui due morirono prematuramente.
Katharina von Bora non fu la prima ex suora a sposare un riformatore di Wittenberg. Un anno prima del suo matrimonio, Lutero aveva celebrato le nozze tra uno dei suoi studenti, Caspar Cruciger, con Elisabeth, una suora che qualche tempo prima aveva abbandonato il proprio convento. Elisabeth sarebbe passata alla storia per aver scritto un inno – incluso nella prima raccolta degli inni protestanti del 1524 (insieme ad altri diciotto di Lutero e sei di altri appartenenti al gruppo dei riformatori) – che già nel Cinquecento fu tradotto in danese, svedese e inglese. L’identità femminile dell’autrice, scrive Wiesner-Hanks, era vista come un segno che lo Spirito Santo poteva parlare per bocca sia delle donne che degli uomini. Poi, verso la fine del Seicento, gli editori delle raccolte non furono più così sicuri che una donna potesse aver effettivamente scritto un inno. Così lo attribuirono a un uomo. E solo in tempi recenti è stato nuovamente riconosciuto come frutto di Elisabeth Cruciger e incluso in diversi innari luterani, europei e nordamericani.
Ma torniamo a Martin e Katharina. I due si scrissero con intensità ma non è rimasta copia delle lettere di lei. Neanche una. Da quelle di Lutero apprendiamo che la moglie prendeva parte alle discussioni teologiche che si svolgevano dopo cena, che il marito ne apprezzava le considerazioni (chiamandola talvolta ironicamente «Professor Katie») e la amò profondamente. Quando Lutero morì nel 1546, le guerre di religione costrinsero Katharina ad abbandonare Wittenberg perdendo tutti i suoi beni. Successivamente poté far ritorno nella città che però dovette abbandonare nuovamente nel 1552 a causa della peste. Morì poco dopo in seguito alla caduta da un carro. Aveva cinquantatré anni.
Come lei, scrive Wiesner-Hanks, molte delle mogli dei primi riformatori erano state suore e con il loro matrimonio «avevano violato uno dei confini più rigidi della società, diventando spose di uomini invece che spose di Cristo». Durante i primi anni della Riforma le mogli dei pastori erano spesso considerate alla stregua di «puttane dei preti», donne con cui i sacerdoti avevano rapporti sessuali in violazione dei voti di celibato. Le suore che si univano con sacerdoti o monaci nel migliore dei casi venivano accusate di incesto, dal momento che «sia la moglie sia il marito avevano preso i voti ed erano quindi fratelli spirituali».
Gli oppositori cattolici di Lutero, sottolinea Wiesner-Hanks, attaccarono Katharina in opuscoli, opere teatrali e biografie denigratorie sempre più lunghe e infarcite di storie inventate. I protestanti, da parte loro, «tendevano a menzionarla nei loro scritti solo di sfuggita e se proprio dovevano farlo». Il che spiega ciò che dicevamo all’inizio e cioè che ancor oggi nelle biografie di Lutero a Katharina non sia dato il dovuto risalto. E nessuno (o quasi) spieghi in dettaglio il ruolo che quella donna ebbe nella rivoluzione protestante. Se la conosciamo lo dobbiamo a Lucas Cranach il Vecchio, grande pittore che fu testimone delle nozze di Lutero e dipinse un doppio ritratto degli sposi.
La dottrina e le istituzioni protestanti – scrive Roland H. Bainton in Donne della Riforma (Claudiana) – si diffusero dalla Germania in Danimarca, Norvegia, Svezia, Inghilterra, Francia ed Europa orientale. I protestanti del continente, sottolinea Bainton, erano fermi sostenitori del matrimonio dei sacerdoti e alcuni arrivavano addirittura a suggerire che tutti i ministri di culto dovessero sposarsi. Ma gli inglesi, racconta Elisabetta Sala in L’ira del re è morte. Enrico VIII e lo scisma che divise il mondo (Ares), si dimostrarono più cauti. La rottura con il cattolicesimo fu, secondo Wiesner-Hanks, una decisione adottata da Enrico VIII soprattutto per risolvere i «suoi» problemi matrimoniali. E il sovrano, mentre aveva rifiutato la supremazia del Papa, non aveva fatto la stessa cosa con il clero sacerdotale. Nei primi anni Trenta del Cinquecento alcuni ecclesiastici inglesi – tra i quali il primate della Chiesa d’Inghilterra, l’arcivescovo Thomas Cranmer che si unì alla nipote di un riformatore tedesco – imboccarono la via del matrimonio. Ma nel 1539 Enrico, dando retta agli umori popolari, diede un giro di vite e ordinò a tutti gli ecclesiastici sposati di «rinunciare alle proprie mogli e ai propri figli se non volevano rischiare di finire davanti al boia». La moglie di Cranmer, che il marito non volle ripudiare, riparò in Germania assieme alla figlia. Quelle di altri pastori si diedero alla macchia. Dopo la morte di Enrico VIII (1547) salì al trono Edoardo VI e con lui la Chiesa d’Inghilterra autorizzò, sia pure malvolentieri, il matrimonio dei sacerdoti sebbene dicesse di preferire che i ministri «vivessero casti, soli e separati dalla compagnia delle donne e liberi dal vincolo del matrimonio». Margarete Cranmer tornò con la figlia dalla Germania e la coppia ebbe almeno un altro bambino. Nel giro di qualche anno fino a un terzo del clero optò per il matrimonio anche se non mancarono segni di ostilità dal momento che molti fedeli parlavano calunniosamente di tali unioni e consideravano bastardi i figli da esse generati. Il defunto sovrano – come hanno messo ben in evidenza Michael D. Palmer in Enrico VIII (il Mulino) e Antonia Fraser in Le sei mogli di Enrico VIII (Mondadori) – aveva lasciato aperto un problema. Un grave problema.
Quando, dopo la morte di Edoardo VI quindicenne, nel 1553 l’Inghilterra tornò al cattolicesimo sotto Maria I Tudor (detta Maria la cattolica o anche Maria la sanguinaria), i vescovi ordinarono ai sacerdoti sposati di rinunciare alle proprie mogli, ne dichiararono illegittimi i figli, li rimossero dall’incarico e ne confiscarono i beni. Cranmer venne arrestato, sommariamente processato e arso vivo a Oxford nel 1556 dopo che ebbe pronunciato un durissimo atto d’accusa contro il Papa. Margarete ancora una volta fu costretta a riparare con i figli in Germania. Gran parte dei sacerdoti sposati scelsero la via dell’esilio. Ai tempi di Maria I persino le ossa di una donna maritata con un sacerdote erano considerate fonte di contaminazione. Catherine Dammartin, sposata con il riformatore italiano Pietro Martire Vermigli, si era trasferita in Inghilterra ai tempi di Edoardo VI. Morì nel 1553. Tre anni dopo, ai tempi del regno di Maria la cattolica, le sue ossa furono dissepolte e gettate in un letamaio. Poi, quando nel 1558 salì al trono la protestante Elisabetta I (anch’essa, peraltro, ostile al matrimonio sacerdotale), i resti di Catherine Dammartin furono disseppelliti e inumati nella cattedrale di Oxford mescolati di proposito con quelli di santa Fridesvida – una badessa dell’VIII secolo patrona della città e dell’università – «in modo che né i protestanti né i cattolici potessero separarli qualora avessero voluto profanare la memoria dell’una o dell’altra».
E Margarete Cranmer? Rimasta vedova, ricostruisce Wiesner-Hanks, scelse di non sposare un altro ecclesiastico e di maritarsi con l’editore delle principali opere del defunto marito. In seguito, pastori e vescovi anglicani continuarono a sposarsi e lentamente le mogli resero le loro famiglie socialmente accettabili. I figli frequentarono le università e spesso divennero a loro volta ecclesiastici, mentre le loro figlie sposarono membri della piccola nobiltà o altri religiosi.
Da diversi decenni a Wittenberg – dove vissero Katharina von Bora e Martin Lutero – si svolge una ricostruzione delle nozze, evento che attrae i turisti «talvolta abbigliati in costumi d’epoca», scrive Wiesner-Hanks, «e sempre disposti a spendere un mucchio di soldi». Si possono acquistare bamboline e magliette di Katharina, «proprio come nel caso di un altro celebre personaggio religioso del Cinquecento, la visionaria e riformatrice spagnola santa Teresa d’Avila, la prima donna a essere stata proclamata Dottore della Chiesa».
Le donne, scrive Wiesner-Hanks, sono state fondamentali nella creazione del mondo moderno. E lo sono state nonostante il cristianesimo cattolico così come quello protestante fossero caratterizzati da forti elementi di misoginia. Ma Wiesner-Hanks ne ha individuate oltre duecentocinquanta (a cui, sempre secondo l’autrice, se ne dovrebbero aggiungere «centinaia di migliaia di altre rimaste anonime ma anch’esse protagoniste dei cambiamenti religiosi») di cui ricostruisce le storie. La maggior parte è stata dimenticata, quando non intenzionalmente cancellata, dalle ricostruzioni dei movimenti che hanno contribuito a plasmare. Mentre altre sono passate dall’onore degli altari all’oblio quasi totale.
Quel che colpisce è che sono quasi tutte donne molto giovani. Le leggi dell’epoca, peraltro, facilitavano questo spirito di iniziativa delle ragazze. Bambine di appena dodici anni o in alcuni territori persino di dieci furono attive come se fossero adulte. Del resto, siamo in un’epoca in cui Maria Stuarda cinse la corona scozzese a diciotto anni dopo essere ritornata – giovane vedova – da un’infanzia trascorsa in Francia dove, a sedici anni, aveva sposato Francesco II. Angélique Arnauld divenne badessa del convento francese di Port Royal all’età di undici anni. La protestante scozzese Margaret Wilson fu giustiziata a diciotto anni per aver partecipato a «cerimonie religiose illegali». Ma vi furono ragazze che andarono incontro al martirio ancor più giovani. Una storia che solo adesso comincia ad essere ricostruita.