Corriere della Sera, 16 giugno 2026
Maxi raid russo su Kiev, 5 morti e incendiata la Cattedrale della Dormizione
Una nuova ondata di missili e droni russi ha colpito nella notte tra domenica e lunedì l’Ucraina, lasciando dietro di sé almeno 11 morti e 53 feriti. Cinque vittime sono state registrate nella capitale ucraina, dove almeno altre trenta persone sono rimaste ferite, tra cui due bambini di 5 e 6 anni. A Kiev una serie di esplosioni ha investito i quartieri residenziali: nel distretto di Shevchenkivskyi, in meno di mezz’ora, sono stati colpiti un palazzo di 25 piani, un mercato e un supermercato; a Obolonskyi un edificio di nove piani ha subito un colpo diretto. A Kharkiv sono stati uccisi soccorritori intervenuti dopo un primo attacco – il double tap, il doppio colpo, marchio di fabbrica del Cremlino e dei regimi in guerra – centrati da un secondo passaggio di droni; a Dnipro è stato distrutto un college, con danni anche a una scuola e alla Casa dell’Organo e della Musica da Camera.
A far inorridire il mondo, le fiamme e il fumo che si sono innalzati da uno dei monumenti più importanti d’Ucraina. Tra i luoghi colpiti, la Lavra delle Grotte, il grande complesso monastico che domina Kiev, uno dei simboli religiosi più rilevanti del Paese. Il tetto della Cattedrale della Dormizione ha preso fuoco durante il raid, mentre il fumo avvolgeva le cupole dorate e i fedeli si accalcavano dietro le transenne. Fondata nell’XI secolo, la Lavra è uno dei cuori storici dell’Ortodossia orientale e un sito protetto dall’Unesco. La Dormizione era già stata distrutta nel 1941, durante l’occupazione tedesca di Kiev, in circostanze mai del tutto chiarite, tra la versione sovietica e le ricostruzioni che chiamano in causa mine lasciate in ritirata; poi la ricostruzione dopo l’indipendenza ucraina.
Sul colpo alla cattedrale si è aperto subito uno scambio di accuse. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di uno dei crimini più gravi contro la cultura cristiana ucraina, sostenendo che i danni sarebbero stati provocati da due droni russi. Mosca ha replicato sostenendo, senza prove, che a colpire il complesso sarebbe stato invece un missile Patriot di fabbricazione americana finito fuori traiettoria. Nel mezzo, l’immagine della Lavra ferita, luogo dove si condensano la Rus’ di Kiev, il barocco cosacco, il trauma sovietico e la costruzione dell’identità nazionale ucraina sotto le bombe.
Attorno a queste mura, una crepa che la guerra ha reso sempre più profonda: quella tra la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca, a lungo dominante alla Lavra, e la Chiesa ortodossa d’Ucraina, riconosciuta da Costantinopoli e sostenuta da Kiev come espressione di un’ortodossia nazionale separata da Mosca. Da qui le perquisizioni dell’Sbu, gli agenti di Kiev, nei monasteri, la revisione dei contratti di locazione dentro la Riserva nazionale, i trasferimenti di chiese e le epurazioni volute dal governo Zelensky in nome della sicurezza.
Nelle stesse ore dell’attacco, Zelensky e Vladimir Putin hanno parlato separatamente al telefono con Donald Trump. Il presidente americano, arrivando in Francia, ha detto di aver avuto «una buona conversazione» con entrambi e di voler tornare a concentrarsi sul dossier ucraino. Zelensky ha colto l’occasione per rilanciare e ha rivelato di aver proposto un incontro con Putin, alla presenza di Trump e dei leader europei, senza ricevere risposta dal Cremlino.
Il presidente ucraino si è poi recato alla Lavra con la premier Yulia Svyrydenko e altri esponenti del governo, trasformando il sopralluogo tra i danni in un gesto politico proprio mente l’Ue avviava ufficialmente i negoziati di adesione dell’Ucraina. Sul posto, anche l’ambasciatore italiano a Kiev, Carlo Formosa.
Intanto la diplomazia europea ha alzato il tono: da Parigi è arrivato il paragone con Notre-Dame, mentre l’Unesco ha condannato l’attacco parlando di danni significativi all’esterno e all’interno della cattedrale. Su questo sfondo, il passaggio politico successivo: oggi Zelensky e Trump dovrebbero incontrarsi a margine del G7.