Corriere della Sera, 16 giugno 2026
Da Israele avvertenze a Trump: «Non ci ritiriamo dal Libano»
Gli inglesi lo chiamano «choc da granata», quando esplode così vicino, inaspettata, che oltre alla paura tocca riprendersi dallo stupore quasi sdegnato: «Perché proprio a me?». Ci si blocca ammutoliti e senza parole sembra rimasto almeno per ventiquattro ore Benjamin Netanyahu.
Quelle pubbliche, quelle che un primo ministro dovrebbe trovare per spiegare al Paese che cosa sta succedendo. Invece manda avanti Israel Katz, il ministro della Difesa, per avvertire che «resteremo nelle zone di sicurezza in Libano, a Gaza e in Siria a tempo indefinito. Il primo ministro ha espresso questa posizione molto chiaramente al presidente Donald Trump. Non accetteremo compromessi sulla sicurezza dei cittadini. Se l’Iran ci attacca per quello che succede in Libano, risponderemo a tutta forza». Fonti americane provano a rassicurare il governo a Gerusalemme che per ora gli avamposti dentro il territorio arabo non verranno smantellati. Netanyahu ci mette la faccia solo dopo il tramonto e ribadisce che «l’Iran non avrà il nucleare, è la missione della vita. La nostra lotta non è ancora finita. Abbiamo agito per eliminare una minaccia imminente».
Katz e altri fedelissimi di Bibi stanno cercando di spostare l’attenzione degli israeliani verso il nuovo slogan che accompagnerà la campagna elettorale fino all’autunno: da «migliore amico di Trump» all’unico leader in grado di tenere testa ai presidenti americani, compresi i predecessori democratici Barack Obama e Joe Biden, fino a Bill Clinton incrociato al suo primo mandato da primo ministro: Clinton se n’era uscito da un incontro commentando «chi c... crede sia la superpotenza qui» e infatti poi gli aveva imposto degli accordi con i palestinesi.
Gli analisti fanno però notare che la manovra per dimostrare indipendenza dalla Casa Bianca – il bombardamento su Beirut di domenica che ha fatto infuriare Trump – ha creato una nuova equazione sul campo: «Ogni attacco israeliano a Beirut riceverà una risposta iraniana», scrive Amos Harel sul quotidiano Haaretz. Avrebbe anche costretto la Casa Bianca a cedere su alcuni punti pur di evitare la rappresaglia del regime islamico e poter chiudere l’intesa. Allo stesso tempo – spiega Ben Caspit sulla testata digitale Al Monitor – Netanyahu non aveva scelta: «Perdere Trump o la sua base elettorale». Il voto si avvicina e già ieri i sondaggi indicavano che gli israeliani vorrebbero come primo ministro l’ex capo di stato maggiore Gadi Eizenkot, mentre le preferenze per Bibi sono crollate.
Il premier stava zitto mentre attorno a lui si è alzato un coro da tragedia. «L’accordo con l’Iran è dannoso per Israele e per il mondo libero. Dovremo continuare le campagne per l’abbattimento del regime da soli», commenta Bezalel Smotrich, ministro oltranzista e fanatico. Dall’opposizione incalza Yair Lapid: «Uno dei più clamorosi fallimenti per la politica estera e la sicurezza della nazione. Netanyahu continua a dire: abbiamo cambiato il Medio Oriente, il problema è che l’abbiamo cambiato in peggio».
Il premier stava zitto ma ha tolto la museruola ai commentatori più accaniti, che arrivano a insultare Trump e i suoi consiglieri: «Il presidente è un perdente. Sotto la pressione dei due ebreucci Witkoff e Kushner che il Qatar ha comprato con un sacco di soldi e hanno venduto i loro fratelli in Israele» attacca Ynon Magal. Insulti anche per il vice JD Vance: isolati per isolati, sembrano pensare i consiglieri di Netanyahu, tanto vale farci isolazionisti, costruire quella Sparta autosufficiente di cui lo stesso capo del governo ha parlato qualche mese fa.
I soldati sul fronte libanese raccontano che tutte le operazioni sono state fermate, come imposto da Trump su richiesta degli iraniani. Gli abitanti che erano fuggiti dalle battaglie stanno ritornando, allo stesso tempo ci sarebbe confusione perché fino a ieri l’esercito diffondeva volantini per indicare le «zone proibite» ai civili, adesso c’è il rischio che i libanesi si ritrovino sotto il fuoco. Ad andare avanti sarebbero le demolizioni delle case nella fascia lungo il confine, i cubi di cemento non intonacato che i militari considerano «infrastrutture terroristiche».