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 2026  giugno 16 Martedì calendario

Il regime iraniano esulta e fa i conti: 300 miliardi per la ricostruzione

La fiducia non c’è, ma le firme digitali sul memorandum d’intesa sì: l’accordo tra Stati Uniti e Iran è diventato realtà. Il testo non è ancora pubblico, ma circola in bozze e commenti a mezza voce. A Teheran ripetono che «molti dettagli andranno chiariti», ma il presidente Masoud Pezeshkian, alla tv di Stato, ha dato la linea: «Se tutte le disposizioni saranno attuate correttamente, sarà un documento onorevole per il Paese».
Lo Stretto di Hormuz
Nella narrazione iraniana, la grande vittoria è lo Stretto. Da venerdì, raccontano fonti di governo, riaperto «a tutte le navi commerciali». I media vicini al Consiglio supremo di sicurezza nazionale parlano di revoca immediata del blocco navale americano, ritiro progressivo delle forze schierate intorno all’Iran, traffico «coordinato tra Iran e Oman». Insistono su un punto più politico che tecnico: il testo «riconosce in modo esplicito la sovranità» dei due Paesi su Hormuz. Dietro la formula, una partita di soldi. Secondo l’agenzia Fars il passaggio gratuito varrebbe solo per i primi 60 giorni, poi Teheran potrebbe far pagare assistenza, pilotaggio, sicurezza. Niente pedaggi di transito, vietati dal diritto del mare, ma una tariffa sui servizi.
Le armi nucleari
Nessuna nuova concessione prima dell’accordo finale. Da anni la Repubblica islamica ripete che «non produrrà e non acquisirà armi nucleari», e anche stavolta recita il mantra. L’Irna sottolinea che «il programma nucleare pacifico rimane invariato» e che la vera trattativa atomica «inizierà nei prossimi 60 giorni».
I fondi congelati
È il nodo che a Teheran interessa di più. Le fonti vicine al negoziato raccontano che Washington si impegna a non imporre nuove sanzioni finché la trattativa regge. Nella bozza circolata sui media iraniani si parla dello sblocco di ventiquattro, venticinque miliardi di dollari, tra contanti, linee di credito e cooperazione regionale, metà già nei due mesi. Gli americani la chiamano intesa «a prestazioni», prima i fatti poi i soldi. In Iran la vendono come «il primo dividendo della Resistenza»: si aspettano che gli Usa tolgano il cappio economico e marittimo, poi discutono del resto.
Il Libano
È il test più immediato. Per la Repubblica islamica la tregua vale solo se si fermano anche le bombe su Beirut. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in contatto con Ankara, Baghdad e Il Cairo, insiste che è «necessario porre fine in modo definitivo all’aggressione» israeliana e che su questo «gli Stati Uniti hanno una responsabilità diretta». Il Libano, nella narrativa di Teheran, non è un fronte secondario, è il barometro della credibilità americana. Se Netanyahu continua a bombardare Dahieh e il sud, avverte una fonte vicina ai negoziati, «sarà il memorandum stesso a essere violato», e l’Iran si considererà libero di rispondere.
L’uranio arricchito
Tutto il nodo atomico è nei 60 giorni che si aprono ora. Bisognerà decidere per quanto tempo l’Iran limiterà l’arricchimento. Washington parla di 20 anni, Teheran risponde cinque. In mezzo ci sono i 440 chili di uranio arricchito al 60 per cento, sepolti in profondità. Gli iraniani rivendicano il diritto a diluirli in casa, per riportarli a livelli civili.
La ricostruzione
Un capitolo che a Teheran tengono a citare, si tratta dell’indennizzo per i danni dell’«aggressione israelo-americana». La bozza dell’agenzia Mehr parla di piani di ricostruzione per almeno trecento miliardi di dollari, con meccanismi da definire nella fase due e garanzie promesse da Paesi terzi.
La regione
Fuori dal tavolo, per scelta iraniana, restano le capacità missilistiche e le milizie alleate. L’Irna scrive che nei sessanta giorni «saranno discussi solo tre argomenti»: nucleare civile, revoca delle sanzioni, compensazioni. E Teheran vuole la tregua blindata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Il memorandum, in fondo, è una scommessa calcolata. Se entro 60 giorni non si arriva all’intesa, fanno sapere da Teheran, l’Iran «non ha alcun problema a tornare alle ostilità».