Il Messaggero, 15 giugno 2026
Intervista a Cristina Comencini
Cristina Comencini, chi è stato per lei suo padre Luigi?
«Un personaggio fondamentale, un gigante nella mia vita, qualche volta complicato. Aveva una grandissima autorità su di me. Mi metteva anche un po’ paura, perché da ragazzina ero ribelle, direi selvaggia. Abitavamo in una casa sulla Camilluccia, con un grande giardino. Io stavo sempre fuori con il suo cane, e questa parte di me, il lato giocoso, gli piaceva molto. Un po’ meno il mio rendimento a scuola: mia sorella grande era bravissima, io una catastrofe. Quando tornava a casa e sentivo il rumore della macchina sul vialetto, mi emozionava l’idea di rivederlo. Ma avevo anche timore di non essere all’altezza».
Sua sorella Francesca ha scritto e girato un film sul suo rapporto con vostro padre, Il tempo che serve. Lo ha ritrovato in quell’opera?
«Il film di Francesca è molto bello, mi ha commosso. Fa capire l’umanità profonda di papà, il fatto che lui non lasciasse cadere nessuno. E in questo era come mia madre. Prendevano in mano le situazioni: mamma lo faceva parlando, papà agendo. La differenza è che con le prime due figlie, me e Paola, è stato un po’ più severo. Con le ultime due, meno».
Perché lei scelse di laurearsi in Economia?
«Per staccarmi da lui. Ai miei tempi l’economia contava molto, e io avevo sviluppato una grande tensione per la politica e le questioni sociali. Ho fatto la ricercatrice e mi sembrava che in quel campo il lavoro fosse più sicuro. Mio padre non era d’accordo: diceva che avrei dovuto fare Lettere, perché era chiaro che mi piacesse scrivere. Da un certo punto di vista aveva ragione. Ma ha anche ragione il figlio che vuole distaccarsi, per poi magari tornare».
Ha avuto un grande maestro, Federico Caffè.
«Mi sono laureata nel suo istituto, ma non con lui, perché Caffè non accettava le tesi dalle donne. Era misogino, lo intimidivano. A pensarci oggi, una cosa incredibile».
Quando è tornata alla letteratura, e poi al cinema, suo padre come l’ha presa?
«L’editing del mio primo libro, pubblicato con Einaudi, l’ha fatto Natalia Ginzburg. Per me è stato un evento straordinario. E mio padre era contento. Quando ho cominciato a fare cinema, nel senso di scrivere sceneggiature, mi ha aiutato. Abbiamo lavorato insieme. Per la regia è stato diverso. Mio padre non era un nepotista, non imponeva i suoi parenti, i suoi amici, nei ruoli. Avrà pensato che sarebbe stato meglio differenziare le carriere. Ma non c’è riuscito con nessuna delle figlie».
Le ha mai fatto dei complimenti per i suoi film?
«Sì, è accaduto per Zoo, la mia opera prima. E per La fine è nota, il film che girai prima del successo di Va’ dove ti porta il cuore. Non ebbe grandi riscontri ma lui lo trovava molto buono e anche a me sembrava un bel film. Luigi Comencini era un uomo del Nord, non amava l’enfasi. Se ti diceva «mi è piaciuto», dovevi essere felice».
Sua madre, Giulia Grifeo di Partanna, aveva origini aristocratiche. Una principessa.
«Una donna forte, che ha avuto una giovinezza non semplice, in una famiglia complicata. Ha sempre aiutato gli altri, anche in maniera esagerata. Da napoletana aveva una femminilità calda, mediterranea. Era un centro. Mio padre mi manca moltissimo. Ma la mamma, a volte, mi dimentico che non ci sia più».
La maternità è uno dei temi che ha affrontato più spesso. Forse perché le è capitata da giovanissima. Si è sentita travolta?
«È vero che sono stata travolta. A una ragazza di oggi consiglierei di non fare un figlio a 18 anni, anche se mi rendo conto che è un’ipotesi quasi accademica, visto che in Italia abbiamo un problema di denatalità. Nel mio caso fu un evento un po’ brutale, e veloce. Ma è altrettanto vero che ho un’autentica passione per i bambini, una particolare sensibilità. Avrei potuto lavorare tranquillamente nella scuola».
Questa vicinanza di età come ha influito sul suo rapporto con Carlo e Giulia Calenda, nati a distanza di due anni?
«Ci ha donato una grande intensità. Eravamo sempre insieme, viaggiavamo insieme. Erano anni in cui non avevamo tanti soldi, e ricordo quel periodo con nostalgia. Di solito sei spiantato perché sei molto giovane. Portavamo Carlo e Giulia in campeggio. Ovunque. Sono stati dei compagni di vita. Ricordo che ero stanchissima: guardo le fotografie dell’epoca e mi rivedo con certe occhiaie. Volevo studiare, laurearmi e poi trovare lavoro. Volevo fare tutto. Ma è stata un’esperienza bellissima. E questa complicità non è mai scemata. Con gli altri due figli – dico due perché, oltre a Luigi, il terzo, ho aiutato ad allevare anche la bambina di Carlo, che è nata molto presto -,è stata una relazione diversa, più normale, perché ero madre nel momento giusto».
Cosa ha trasmesso a Carlo e Giulia con la decisione di non abortire?
«Una sorta di energia per andare incontro alla vita. Non mi sorprende che a loro volta abbiano fatto tanti figli: quattro e tre. Ma credo di avergli trasmesso anche una forma di fragilità. Perché lo ero io, fragile, una ragazza in cerca di se stessa».
Con Carlo parla di politica?
«Sempre. E non solo con lui, anche con gli altri figli».
Ma lui è l’unico a guidare un partito.
«A Carlo non do consigli. Non mi sento in grado, sinceramente. Però mi sento abbastanza in grado di capire. Per esempio, il suo libro mi ha molto interessato e ne abbiamo discusso. Lui intende mettere in pratica quello che dice, riscoprire una politica fondata sulla concretezza, con l’uomo al centro. Il partito si chiama Azione perché l’unica cosa che gli interessa davvero è agire. Mio figlio dice quello che pensa, e questo forse in politica è un difetto».
Anche lei non ha esitato a prendere posizione, ad esempio sul disegno di legge Zan. È ancora convinta che fosse un errore sovrapporre il sesso e il genere.
«Trovo un peccato che le donne si dividano su una questione così importante. La distinzione di sesso è quella con cui noi nasciamo, e non c’entra nulla con ciò che vogliamo o possiamo diventare. Definisce la nostra storia: quello che abbiamo alle spalle e la ricchezza che rappresentiamo. Non credo che la ricchezza sia nell’uniformità, in una specie di neutro generale, ma nel valore delle differenze».
Siete quattro sorelle, quattro personalità diverse. Quale equilibrio avete trovato tra di voi?
«Ho lavorato spesso sulla sorellanza. Nel mio ultimo romanzo, L’epoca felice, le sorelle sono tre. Ne ho tolta una per evitare che scattasse il giochino del “chi è chi”. E, insomma, nel libro c’è la risposta a quello che lei mi chiede: ci unisce una grande intimità, per aver passato la vita insieme. Nel nostro caso, questa storia intrisa di vicinanza, il fatto che ognuna ha conosciuto le altre da piccole, che abbiamo condiviso la stessa casa, le stesse abitudini, che abbiamo vissuto momenti anche molto duri, si è trasformata in una solidarietà assoluta. Direi che siamo quasi una falange. Poi, dentro la nostra vicenda, ci sono litigate, fasi in cui spunta dell’antipatia, in cui ci si vede meno: fa parte delle possibilità».
Ha citato il suo ultimo romanzo, dove si parla molto di adolescenza. Che rapporto abbiamo con i nostri giovani?
«Io frequento i miei nipoti, non più dei bambini, e ho insegnato, qua e là, in scuole di drammaturgia e di cinema. Credo che i nostri giovani non sentano di contare abbastanza. La nostra generazione era al centro degli eventi, persino troppo. Questa è disillusa, ed è colpa nostra. Perché l’idea che non siano loro gli agenti del cambiamento, gliela abbiamo trasmessa noi».
Lei è stata nominata all’Oscar con il film Don’t Tell, tratto da un suo romanzo, La bestia nel cuore. Perché non ha mantenuto il titolo, almeno nella traduzione?
«Il libro trattava un argomento rimosso: le molestie in famiglia a bambini e ragazzi. Mi sono imbattuta in un trafiletto del Messaggero, che raccontava la vicenda di un fratello e di una sorella. Ne ho preso ispirazione e ho cominciato a scrivere La bestia nel cuore. Il romanzo ha sollevato discussioni incredibili. Mi chiedevano perché avessi raccontato una storia che riguardava una minoranza di persone. Pazzesco. Penso che certi abusi ci siano sempre stati nelle famiglie, di ogni classe sociale. Ma nessuno osava denunciare. Quando è arrivata la nomination all’Oscar, per gli americani La bestia del cuore era troppo forte. L’ufficio stampa ha suggerito Don’t Tell, e io ho pensato che fosse un buon titolo. Forse li aveva colpiti il modo in cui certi temi rimanessero sommersi. L’idea funzionava: alla fine fratello e sorella si dicono ciò che non bisogna dire, ciò che doveva restare nascosto».
Le famiglie sono cambiate?
«Niente è cambiato quanto le famiglie. Ed è successo perché è cambiata la posizione della donna nella società. Prima la famiglia si reggeva sull’idea dell’uomo fuori, e della donna più o meno dentro. Qualcuna lavorava già, ma insomma questo era l’equilibrio. Ora l’equilibrio non esiste più. Le donne lavorano quanto, e a volte più, degli uomini. Guadagnano. E la famiglia si è trasformata. Si regge sull’amore precario e fragile, che può passare, e infatti spesso ci si separa. Non c’è più una persona che sopporti anche i tradimenti e rimanga lì, a custodire la famiglia in casa. Ma non tornerei mai indietro. Intanto stiamo assistendo ad un’ulteriore evoluzione, per merito delle nuove generazioni. Penso che i giovani uomini siano molto più interessati alla fedeltà, a una relazione vera con una donna. Anche se è più difficile condividere tutta la vita, il tempo che si passa insieme è fondato sulla parità e sull’amore. Prima si stava peggio: in troppi soffrivano dentro matrimoni apparentemente stabili».
Anche le sue storie sentimentali si sono interrotte.
«Ho avuto due matrimoni molto importanti. Il primo con il padre di Carlo e Giulia: è stata un’unione di grande gioventù, e di molto amore. E poi con il padre di Luigi, un rapporto durato tantissimi anni, fondamentale per me e per i miei figli. Abbiamo lavorato insieme, perché lui è un produttore di cinema, e abbiamo condiviso tutto. Anche lì, a un certo punto, non è più andata. Ora abbiamo altre due persone accanto. Siamo una generazione che pensa che stare insieme sia un atto di libertà e volontà. Dunque ci prendiamo la bellezza di questo e tutte le conseguenze».
Lei è scrittrice, sceneggiatrice, regista e lavora anche a teatro. Dove si sente più realizzata?
«Tutte le cose che faccio, anche troppe – e a un certo punto sarò costretta a smettere di farne qualcuna – vengono dalla scrittura. E dunque credo che la fonte del piacere sia inventare delle storie, scrivere di personaggi che cerco di rendere il più possibile credibili, veri. Non veri nel senso che rispondono alla realtà. Ma autentici, in grado di smuovere le persone che leggono, che guardano il film, che vanno a teatro».