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 2026  giugno 15 Lunedì calendario

Cattura del carbonio, l’ultimo ricorso al Tar per fermare Eni e Snam

Coinvolti dall’ormai onnipresente dibattito sul nucleare, rischiamo di dimenticarci che il tempo continua a scorrere anche per un altro progetto energetico destinato a incidere profondamente sul futuro del Paese, avviato ormai da due anni e sul quale, a settembre, si dovrà prendere una decisione importante. Ravenna è infatti ancora sulla strada per diventare il principale hub italiano, e forse Mediterraneo, per la cattura e lo stoccaggio della CO2₂. Qui prende infatti forma il progetto Ravenna CCS, promosso da Eni e Snam, che punta a raccogliere l’anidride carbonica prodotta dai poli industriali dell’Emilia Romagna e, in prospettiva, anche da altri Paesi europei, per trasportarla e immagazzinarla nei giacimenti di gas esauriti sotto il fondale dell’Adriatico.
Delle criticità e delle contestazioni che accompagnano il progetto si è già discusso ampiamente. Nei giorni scorsi, però, Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto con cui il ministero dell’Ambiente ha espresso parere favorevole sul progetto CCS Pianura Padana, il segmento che comprende le infrastrutture terrestri di raccolta e trasporto della CO2. In sostanza, è stata rilasciata una Valutazione di impatto ambientale positiva per una rete di circa 100 km di condotte tra Ferrara, Ravenna e Casal Borsetti, dove l’anidride carbonica₂ verrebbe raccolta e liquefatta prima di essere trasferita verso i giacimenti offshore di Porto Corsini e dell’area Garibaldi, già utilizzati in passato per l’estrazione di metano.
Il punto è proprio questo. Il CCS Pianura Padana ha ottenuto il via libera ambientale come progetto autonomo, mentre il Ravenna CCS, cioè la parte relativa allo stoccaggio in mare, continua a beneficiare dell’esenzione dalla Via in quanto progetto pilota, un’esenzione che dovrebbe scadere a settembre, al termine dei due anni previsti dalla normativa. Secondo Greenpeace e ReCommon, questo “spacchettamento” impedisce una valutazione complessiva degli impatti ambientali. Il progetto, sostengono, è nei fatti uno solo e andrebbe esaminato come tale. Del resto, le due componenti non sembrano avere una reale autonomia funzionale: le condotte terrestri non avrebbero ragione di esistere senza i siti di stoccaggio offshore e viceversa. Trasporto, liquefazione e stoccaggio rappresenterebbero dunque fasi inscindibili di un unico processo industriale, come emergerebbe anche dalla documentazione tecnica depositata per le autorizzazioni.
La posta in gioco è significativa. Nella cosiddetta fase industriale, Eni e Snam prevedono di arrivare a stoccare fino a quattro milioni di tonnellate di CO2₂ all’anno entro il 2030. E le ambizioni non si fermano qui. Attraverso il progetto Callisto, sviluppato insieme alla multinazionale francese Air Liquide, Ravenna potrebbe diventare un terminale europeo della CO2₂, ricevendo via nave anche le emissioni provenienti dai grandi distretti industriali francesi. In questo scenario si arriverebbe a movimentare fino a 16 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno.
C’è poi una seconda questione. Il via libera al CCS Pianura Padana è arrivato attraverso le procedure accelerate previste per i progetti strategici del Pnrr e del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec). Tempi ridotti che, secondo i ricorrenti, avrebbero limitato le possibilità di approfondimento e di partecipazione pubblica. Nel merito, il tracciato delle condotte attraversa un territorio particolarmente delicato dal punto di vista ambientale e idrogeologico: 71 corsi d’acqua e, direttamente o indirettamente, 12 siti della rete Natura 2000, tra cui alcune delle aree naturalistiche più importanti del Delta del Po e della costa ravennate. A questo si aggiunge il passaggio delle infrastrutture in prossimità di aree abitate nel ferrarese. Per Greenpeace e ReCommon, le valutazioni effettuate non avrebbero inoltre adeguatamente considerato il rischio sismico, la liquefazione dei terreni, la subsidenza e il rischio alluvionale in una regione che negli ultimi anni è stata colpita da eventi estremi sempre più frequenti. Le alluvioni che hanno devastato l’Emilia Romagna nel 2023 e nel 2024, sostengono le associazioni, avrebbero dovuto rappresentare un elemento centrale delle analisi ambientali.
Sullo sfondo resta poi un’altra questione delicata. Il ministero dell’Ambiente ha previsto la possibilità di avvalersi di soggetti con esperienza nel settore della cattura e dello stoccaggio della CO2 per contribuire alla definizione degli aspetti tecnici, economici e regolatori della futura filiera CCS italiana. Una scelta che inevitabilmente coinvolge proprio Eni e Snam e che apre un potenziale problema di conflitto di interessi. A questo si aggiunge l’assenza di un’analisi costi-benefici pubblica dell’intero progetto.
Abbiamo chiesto al ministero, a Eni e a Snam una replica sui punti sollevati, ciascuno per quanto di propria competenza. Il ministero non ha risposto. Eni e Snam, invece, respingono le contestazioni. Per il gruppo guidato da Claudio Descalzi si starebbe tentando di bloccare “la soluzione più efficace ed efficiente” oggi disponibile per ridurre le emissioni delle industrie energivore, cioè quelle che non potrebbero essere alimentate esclusivamente da fonti rinnovabili. L’azienda definisce la CCS una tecnologia sicura, utilizzata da decenni nell’industria energetica e ricorda di essere impegnata anche nel Regno Unito in un grande progetto analogo già in fase esecutiva. Non entra tuttavia nel merito del ricorso, limitandosi a precisare che non commenta procedimenti giudiziari in corso.
Sulla stessa linea Snam, che ribadisce piena fiducia nel progetto e nella correttezza dell’iter autorizzativo. La società definisce la Carbon Capture and Storage una tecnologia “matura e sicura”, riconosciuta a livello internazionale come necessaria per decarbonizzare i settori industriali più difficili da elettrificare. Per Snam, Ravenna CCS rappresenta un’infrastruttura strategica per la competitività industriale del Paese, coerente con gli obiettivi climatici dell’Ue e capace di valorizzare infrastrutture energetiche esistenti.