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 2026  giugno 15 Lunedì calendario

Fondo Safe, irritazione degli alleati contro Crosetto

È da più di un mese che Giorgia Meloni prova a contenere Guido Crosetto. Conosce la sua frustrazione, sa delle sue lamentele per la mancata attivazione del Safe, il meccanismo europeo di finanziamento delle spese militari. Mai però il ministro della Difesa si era spinto fino al punto di evocare pubblicamente le sue dimissioni se il governo resterà indifferente alla richiesta di accelerare sulle risorse che le aziende pubbliche del settore e i generali considerano vitali. Quei 14,9 miliardi di prestiti a tassi molto bassi e rimborso dopo 45 anni servono a sbloccare cantieri e progetti, come spiegato da Leonardo e Fincantieri, due big tra le partecipate di Stato, e a rinforzare, ammodernandolo, un sistema d’armi che è stato impoverito dai pacchetti di aiuti all’Ucraina.
Gli alleati di centrodestra hanno più volte, in diverse riunioni, ascoltato Crosetto esprimere le proprie ragioni. Ora però si percepisce una certa irritazione nel commentare, dentro Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, la possibilità delle sue dimissioni. Meloni resta allineata alla prudenza certosina sui conti del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. E sfrutta un aspetto del Safe che le sta tornando utile per disinnescare Crosetto e lo Stato Maggiore della Difesa: «Non c’è una scadenza per accedere a quelle risorse», è il concetto che le attribuiscono ufficialmente fonti di Palazzo Chigi, prima della partenza per il G7, a Evian, dove arriverà questa sera, dopo il bilaterale con la premier giapponese Sanae Takaichi. L’ipotesi che circola tra Bruxelles e Roma, accreditata negli ambienti del Tesoro, è che il via libera dell’esecutivo al Safe potrebbe arrivare quando (e se) l’Italia uscirà dalla procedura per deficit, forse già in autunno. Un traguardo che Meloni non è riuscita ad agguantare due mesi fa e che le ha complicato non poco i piani. Fino ad allora la lettera diretta all’Ue, che Crosetto attende da settimane, potrebbe non partire. A meno che non si realizzi il timore del ministro: all’Europea verrebbe inoltrata una richiesta più bassa, di circa 5 miliardi, che Giorgetti compenserebbe con altrettanti miliardi di tagli al budget della Difesa, per scongiurare altro deficit.
Sulle scelte di Meloni inevitabilmente pesa anche l’orizzonte elettorale, e in particolare la crescita nei consensi di Roberto Vannacci, contrario al piano di riarmo europeo e agli aiuti all’Ucraina. La premier è impensierita dall’onda che sta montando a favore del generale che ieri ha tenuto a battesimo Futuro Nazionale con parole d’ordine ancora più a destra di FdI. Un altro No che si somma a quello – più gestibile – del leader della Lega Matteo Salvini, e a quelli del M5S e della sinistra di Avs. Più in generale Meloni si è convinta che l’opinione pubblica non digerirebbe vedere finanziati i programmi della Difesa mentre faticano a calare i prezzi dell’energia e l’inflazione aumenta. È una mossa che considera fatale a un anno o poco meno dal voto. Lo ha spiegato a Crosetto, ma non lo ha convinto.
Il ministro pensa da sempre che il tema della spesa militare, in questi tempi di costanti fratture geopolitiche, vada sottratto alla campagna elettorale. Oggi è atteso al Pentagono dal ministro della Guerra Pete Hegseth, che incontrerà con non pochi imbarazzi. Gli americani sanno che l’Italia è lontana dall’obiettivo del 5% di Pil imposto da Donald Trump e il summit Nato di Ankara, in Turchia, dove il tema sarà al centro del confronto, è tra poco più di venti giorni. La premier non è più protetta dalla luna di miele con il presidente americano e il governo non ha intenzione di accedere al Purl, dispositivo che prevede per gli alleati Nato l’acquisto di armi made in Usa.
In un tweet ieri mattina Crosetto ha confermato che le dimissioni non sono solo un pensiero fosco, frutto di uno sfogo in un momento di sconforto. È una scelta che prenderebbe, dice – ribadendo di condividere «totalmente» le riflessioni del collega britannico John Healey che quel passo lo ha già fatto – «dopo aver provato fino all’ultimo a dare battaglia per le cose che credo giuste». Si dà ancora tempo: «Chiunque mi conosca sa perfettamente che non minaccerei mai le dimissioni. Se ne rilevassi la necessità le darei e basta».
Le divisioni del governo e l’isolamento di Crosetto interrogano anche l’opposizione. Enrico Borghi, capogruppo di Italia Viva e membro del Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza, intravede qualcos’altro dietro il disagio del ministro: «Un nuovo capitolo dello scontro con Alfredo Mantovano (sottosegretario e autorità delegata ai servizi di intelligence, ndr) che ha interessato i gangli più vitali dell’apparato di sicurezza del Paese. Con il ministro della Difesa ancora una volta colpito da fuoco amico».