Robinson, 14 giugno 2026
Rileggere le Metamorfosi: trasformarsi è nel destino del mondo
Si dice che il cardinale Scipione Borghese avesse una passione per le Metamorfosi di Ovidio. Non era il solo: erano secoli che quelle storie, dopo aver popolato il cielo e l’immaginazione, abitavano poemi, statue, soffitti affrescati. Fu così che la sua villa si riempì di ninfe trasformate in piante, dèi che assumono sembianze animali e amanti che diventano stelle – forse le stesse che, come ricorda Francesca Cappelletti, Galileo osservò col cannocchiale da quei giardini, in una limpida notte del 1611.
Quell’immaginario ritorna oggi in una mostra alla Galleria Borghese, ma la vera mostra – anzi il vero monstrum, che in latino significa prodigio – è proprio lei, la metamorfosi. Che non solo è dappertutto – in noi, fuori di noi – ma è anche uno dei modi più antichi di pensare la realtà. La questione, allora, non è perché Ovidio continui a parlarci. La questione è da quanto tempo pensiamo così.
Metamorfosi è tra le prime spiegazioni che i filosofi – ancora ignari di esserlo – si danno, meravigliati di fronte alla natura. Non hanno ancora la parola: dicono “genesi”, “divenire”, “mescolanza”. Ma l’idea è già lì. Come spiegare creature e fenomeni, se non come forme mutate di sostanze semplici – quelle che Aristotele chiamerà archái, principî? Sono principî l’acqua «piena di dèi» per Talete, l’aria per Anassimene, il fuoco del divenire per Eraclito, gli atomi per Democrito, i numeri per i pitagorici. E poi, insieme, acqua, aria, terra e fuoco per Empedocle. È lui, nei suoi poemi Fisico e Lustrale, a dichiarare che l’unica legge è la mescolanza e che «non finiscono mai questi elementi che si permutano di continuo». Lo chiama ciclo cosmico, ed è in quello stesso fluire di forme che dice di essere stato, un tempo, «un giovane e una ragazza, e un virgulto e un uccello e uno squamoso pesce del mare». Siamo nel V secolo avanti Cristo. Prima della filosofia però c’era già il mito. C’erano Omero, Esiodo, e le antiche cosmogonie orientali che, dal Levante all’India vedica, avevano riempito il cosmo di dèi smembrati che diventano cielo e terra, numi marini che si tramutano in mostri, divinità della tempesta che cambiano forma per combattere serpenti e draghi. Tutte storie vecchie come le piramidi, anzi come la Sfinge – quattromilacinquecento anni, ibrido di umano e leone. Ancora giovani, però, se viste dal tempo profondo.
La filomitologia è una disciplina nuova, modellata sulla genetica delle popolazioni. Incrociando analisi comparate, modelli bioevolutivi e statistica, studiosi russi e francesi tentano di ricostruire la genealogia dei miti, spingendosi il più vicino possibile al loro punto d’origine. Lo hanno chiamato il “muro di Planck” della mitologia, per analogia con quella soglia oltre cui la fisica non riesce a vedere. Al di là, solo ipotesi. Al di qua, frammenti di racconto – i mitemi – che le ipotesi più ardite fanno risalire a circa 180.000 anni fa, all’alba del linguaggio nell’homo sapiens. Forse quei racconti si gesticolavano, forse passavano attraverso simboli e rituali – chissà. Uno dei primi mitemi narra l’origine comune dei viventi dalle viscere della terra: uomini e animali emergono indistinti e si trasformano in esseri diversi venendo alla luce. Molto resta misterioso. Su un punto però il consenso è ampio: la metamorfosi è una delle matrici di questi miti ancestrali. Lo suggeriscono i racconti paleolitici (20-40.000 anni) della Signora degli animali, che può apparire insieme donna e grande erbivoro e riemergerà poi come Artemide-Potnia Therón.
O il grande ciclo della Caccia cosmica: un animale che si fa costellazione mentre cacciatori e cane lo inseguono nel cielo. Così l’Orsa, ma anche Orione, le Pleiadi, Cassiopea: dalle steppe siberiane alle pianure del Nordamerica, il firmamento si popola di una zoologia stellare in metamorfosi continua, narrata in pagine memorabili da Roberto Calasso ne Il cacciatore celeste e Giorgio de Santillana ne Il mulino di Amleto (Adelphi). Ma la metamorfosi non appartiene solo al cielo. Antichi racconti parlano di serpenti che si mutano in letti di fiume o del sangue e del grasso degli animali uccisi che, cadendo sulla terra, diventano neve, miele, colori d’autunno.
Antichissime sono anche le immagini di metamorfosi. Nel Paleolitico affiorano in figure come l’uomo-leone di Hohlenstein-Stadel, lo sciamano di Trois Frères o la donna-bisonte di Chauvet: nostri progenitori le realizzarono tra i quaranta e i quindicimila anni fa – e chissà da quanto tempo le stavano già sognando. In casi come questi l’umano non è semplicemente travestito da altro: è umano, e insieme anche altro. È l’idea dell’ibrido, che emerge quando la mente arriva a fondere elementi diversi in un’unica figura. Gli studiosi chiamano questo processo “blending cognitivo”. È la fluidità che ci ha permesso di pensare.
Pensare, appunto. E qui andiamo ancora più indietro, milioni di anni stavolta. In quel passato remoto in cui eravamo predatori e prede, per sopravvivere occorreva saper leggere nelle tracce non solo segni, ma intenzioni. Immaginare l’altro animale non bastava: bisognava trasferirsi di peso nel suo corpo, diventare lui. Forse è qui che ha inizio l’empatia, che è un sentirsi nell’altro – un altro corpo, un’altra forma, un’altra anima. Nella psiche e nella fantasia, l’empatia ci ha permesso di diventare animali e di entrare in relazione con gli altri modi d’essere del mondo.
È verosimile che da ciò nasca anche un’idea che molte cosmologie indigene conservano ancora: umani e animali come persone diverse nel corpo, ma uguali nella sostanza. È quello che l’antropologia contemporanea definisce “multinaturalismo”: una pluralità di esseri che si scambiano sembianze senza perdere identità, proprio come i personaggi di Ovidio. Con una differenza: qui la metamorfosi non appartiene a un mondo immaginario né a un passato mitico. Esistono ancora società la cui vita quotidiana ne è intessuta. Claude Lévi-Strauss insegna che il “pensiero selvaggio” espresso da molte cosmologie indigene non è affatto un pensiero primitivo, ma un modo diverso di organizzare il reale. Philippe Descola, suo allievo più illustre, ha studiato a lungo le popolazioni amazzoniche. Molte di esse, spiega, non tracciano una linea netta tra piante, umani e animali: tutti vivono, muoiono, celebrano rituali, intrattengono relazioni. Per i Makuna dell’Amazzonia colombiana, la forma animale non è che un travestimento; nelle loro dimore invisibili, gli animali si spogliano di piume, pellicce o squame e tornano a essere umani. Per questo, umani e animali possono sposarsi, scambiarsi ruoli e figure, imparentarsi. La metamorfosi crea comunità.
Viene da chiedersi se non sia proprio da questo humus metamorfico che spuntano gli abitanti evanescenti di Macondo e i bestiari fantastici di Borges e Cortázar. Un poeta colombiano, Juan Carlos Galeano, ha dato voce a questo paesaggio con grazia e ironia. Nella raccolta Amazzonia (Del Vecchio Editore), protagonista è la Yakumama – insieme anaconda, fiume, donna e terra. Intorno a lei si muovono delfini rosa che seducono ragazze, uomini che sposano alberi e automobili, erba che cresce «nelle case, nei corpi, nelle orecchie e nelle borse», tavoli che sognano di essere animali e si lasciano accarezzare dalle donne dopo cena.
L’animismo che attraversa questi mondi riconosce immaginazione alla materia, che sogna, desidera, crea. E non potrebbe essere altrimenti, perché la metamorfosi non la immaginiamo noi: la immagina il mondo. Non sono metafore o magie, ma modi di manifestarsi della realtà. Perché la realtà ha questo di particolare: mentre si manifesta, sta già cambiando. È così che sono possibili la storia e le storie. E tutto ha una storia, perfino la luce.
Chissà se Galileo, in quella limpida notte del 1611, fu sfiorato dal sospetto che le stelle su Villa Borghese fossero già altro da ciò che vedeva il suo cannocchiale. Cuncta fluunt, tutte le cose scorrono, diceva Ovidio. Anche la luce, anche le stelle.