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 2026  giugno 15 Lunedì calendario

Siglato l’accordo tra Usa e Iran, riapre lo Stretto di Hormuz

Quando ormai non te lo aspetti più, nel cuore di una notte nera di ansia e preoccupazione, dopo una giornata folle di attese svanite e inattesi bombardamenti, ecco Trump: «L’accordo con l’Iran è ormai concluso. Congratulazioni a tutti: navi di tutto il mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra, autorizzo la piena apertura al transito di Hormuz e la rimozione del blocco navale degli Stati Uniti». Arriverà dopo la firma dell’accordo, previsto il 19 giugno a Ginevra. Ci sarà il vicepresidente Vance, e forse anche Trump.
Da venerdì riapre lo Stretto di Hormuz
Che giornata di fuoco, e che notte di speranza ora. Tutto pareva congiurare contro la pace. Ieri mattina si attendeva da un minuto all’altro la firma del memorandum d’intesa tra gli Stati Uniti e l’Iran, invece ecco le bombe su Beirut, riecco l’escalation e l’incertezza per la possibile reazione iraniana. Così quando a mezzanotte arriva l’annuncio di Trump ti domandi se sia vero, stavolta. L’Iran conferma ufficialmente, anche se ribalta i toni descrivendo come una propria «grande vittoria» l’aver «costretto gli americani ad accettare». Il prezzo del greggio, sui mercati, vira subito in forte ribasso, ma Teheran rallenta lo sprint: la riapertura di Hormuz «inizierà venerdì». Nella notte Germania, Francia e Regno Unito, questa volta insieme all’Italia, firmano una dichiarazione in cui affermano: «Ci impegniamo a fare la nostra parte per la riapertura di Hormuz attraverso una missione difensiva per assicurare la navigazione e condurre operazioni di sminamento». I Volenterosi sono pronti a partire per lo Stretto, ma anche ad aiutare sul nucleare.
Israele colpisce ancora il Libano
Ieri alle 13,30 l’ottimismo di Trump su una firma imminente era svanito insieme ai missili israeliani che hanno colpito la capitale libanese, varcando una “linea rossa” posta dall’Iran per congelare la guerra aperta. «Due esplosioni enormi, una dietro l’altra», racconta Ali il posteggiatore, in strada a meno di cento metri. Schiantano un palazzo nel quartiere sciita di Dahieh, in cui vivono fino a 800 mila persone e in cui è radicata la leadership di Hezbollah. Fumo, macerie, i primi due piani bassi sventrati. La strada invasa dai detriti, i soccorsi.
Trump furioso con Netanyahu
«Abbiamo colpito una cellula di comando di Hezbollah», rivendica l’Idf. Il bilancio diretto è 3 morti e 15 feriti; quello indiretto è una pugnalata alle spalle del negoziato, che rischia di far saltare la tregua su un conflitto costato in Libano 3.750 morti in 3 mesi e mezzo. Trump, intervistato da Axios, è un terremoto: «Bibi ha incasinato tutto». A Dahieh ricomincia la fuga per sopravvivere. In strada con le valigie, il caos e la paura per ciò che può succedere.
L’attacco aveva rimesso in discussione il fragile equilibrio che proteggeva Beirut. «Dimostra che gli Stati Uniti non vogliono rispettare i propri impegni, oppure non ne sono capaci», attaccava il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf. «Abbiamo il dito sul grilletto e non esiteremo a usarlo», minacciava il generale Assadi, numero due delle forze armate di Teheran che promettevano «una risposta» su Israele. Trump insisteva invece che l’intesa fosse solo «rimandata di poche ore». Aveva ragione. Per frenare l’escalation è entrato in gioco il presidente Pezeshkian: «Non ci inchiniamo, ma siamo responsabili verso il popolo».
Così i missili di Teheran non arrivano. Arriva invece l’accordo, contestato sia dai falchi israeliani che iraniani. Ieri mattina l’Idf aveva denunciato i tentativi di Hezbollah di colpire il nord di Israele. La miccia aveva riacceso il fuoco sul Libano: almeno 5 persone sono state uccise dall’Idf nel distretto di Sidone. Nel mirino c’era la de-escalation. Nel “mercoledì nero” dell’8 aprile, il giorno dopo il primo accordo Iran-Usa, l’Idf uccise 400 persone in 10 minuti. Saltarono i binari del negoziato, uno scenario che stavolta non si compie: Iran e Usa ordinano di fermare la guerra «anche in Libano».