corriere.it, 15 giugno 2026
Intervista a Giorgia Caporuscio
«A New York ho capito che la pizza poteva essere presa sul serio anche se fatta da una donna. Ho accettato la sfida, non è stato semplice».
Ci sono storie che iniziano molto prima del successo. Quella di Giorgia Caporuscio, classe 1990, comincia in una fattoria dell’Agro Pontino, tra Roma e Napoli, e passa attraverso una separazione, un oceano di mezzo e un rapporto da ricostruire giorno dopo giorno.
«Sono cresciuta a Terracina, in una famiglia che viveva di agricoltura», racconta. «I miei nonni avevano un’azienda agricola e producevamo latte vaccino. Poi il settore è entrato in crisi e mio padre ha deciso di reinventarsi, a migliaia di chilometri dal nostro paese».
Quel padre è Roberto Caporuscio, nome storico della pizza napoletana negli Stati Uniti, emigrato negli States alla fine degli anni Novanta, d’impulso e senza conoscere una parola di inglese. In tasca il sogno americano e tanta voglia di rivalsa. «Se n’è andato che ero una bambina. Mia madre decise di restare con me. Pensava fosse la scelta più giusta. Per anni è stato così».
Oggi Giorgia Caporuscio è tra i volti italiani della pizza negli Stati Uniti. A 36 anni guida «Don Antonio»: pizzeria di riferimento nel cuore di Manhattan, presente nella Guida Michelin per «l’ottimo rapporto qualità-prezzo, gli ingredienti di qualità, l’accuratezza nella preparazione e la bontà complessiva dei piatti offerti». E stabile nelle classifiche internazionali di settore. Nel 2025 il locale si è confermato tra le migliori pizzerie d’America secondo 50 Top Pizza Usa. Ma dietro riconoscimenti e premi c’è anche una storia fatta di sacrifici.
«Per molto tempo ho vissuto mio padre da lontano», spiega Caporuscio. «E quando un genitore parte mentre sei bambina, qualcosa inevitabilmente si rompe. L’adolescenza fa il resto».
Cioè?
«A scuola venivo chiamata “la figlia dell’americano”. Mi dava fastidio: detestavo essere definita attraverso qualcun altro. Ero molto timida, volevo solo passare inosservata e rimanere nel mio».
Alla fine, però, ha seguito le orme di papà.
«Già ai tempi dell’alberghiero. Quando decisi di iscrivermi all’istituto di Formia insieme al mio migliore amico, mia madre era contraria. Ogni giorno dovevo affrontare più di un’ora di autobus e lei aveva paura. Per me immaginava una vita diversa: più stabile, meno faticosa, lontana dai sacrifici della ristorazione. Sapeva bene cosa significasse vivere accanto a questo lavoro».
Eppure fu lei, anni dopo, a convincerla a trasferirsi a New York.
«Sì. È una delle cose che le riconoscerò sempre. Finita la scuola non sapevo cosa fare della mia vita. Molti miei amici stavano partendo per Londra. Lei mi disse: “Perché non raggiungi tuo padre?”. Sono partita».
Come è andata?
«Intanto ho dovuto fare i conti con la megalopoli. Sei mesi di pianti. Passare dalla campagna laziale al West Village è stato uno shock enorme. La situazione è cambiata dentro la pizzeria di papà. L’unico modo per vederlo era andare al locale dopo la scuola di inglese. È così che abbiamo cominciato a parlarci davvero».
Difficile?
«Le persone pensano che basti condividere un posto, un interesse, un mestiere per ritrovarsi. In realtà abbiamo dovuto imparare a conoscerci quasi da adulti. Ricucire un rapporto richiede tempo, umiltà, pazienza. Significa dare un senso alle ferite e cicatrizzarle una volta per tutte. Un percorso molto intenso. Mio padre ha un carattere forte, io pure. Abbiamo discusso tantissimo. Però credo che la pizza sia stata anche il nostro linguaggio comune. Attraverso il lavoro abbiamo trovato il modo di rispettarci».
A un certo punto ha deciso di staccarsi.
«Sì. Ed è stata probabilmente la scelta più difficile della mia vita professionale. Per anni mi sono sentita dire che ero “la figlia di”. Anche quando lavoravo dodici ore al giorno, anche quando studiavo gli impasti, anche quando facevo sacrifici enormi. Ero il ghost di mio padre, un gigante della pizza negli Stati Uniti. A un tratto ho capito che dovevo rimettermi di nuovo in gioco e comprendere quanto valessi da sola. Smarcarsi è stato faticoso».
Cosa è successo?
«Nel 2019 ho vissuto un forte burnout personale e professionale. Avevo perso una persona importante e mi sentivo svuotata. Così sono tornata a studiare: master in Culinary and Restaurant Management a New York, un cambio di prospettiva. Avevo sempre vissuto la ristorazione nel modo “italiano” di mio padre. La scuola mi ha aperto un mondo. Ho capito che volevo costruire qualcosa di mio».
Da zero?
«No. Ho preso in mano il Don Antonio: 75 coperti, dalle 400 alle 500 pizze ogni giorno, fino a 700 nei periodi più caldi. Oggi lo gestisco insieme a mio marito, che si occupa della parte manageriale e amministrativa. E poi c’è la squadra: circa quaranta persone, una grande famiglia».
In che senso?
«Nel senso più concreto del termine. Se salta la babysitter, qualcuno dello staff mi aiuta. I miei due bambini sono cresciuti dentro al ristorante. Quando lavori nella ristorazione passi più tempo con i colleghi che a casa e alla fine si creano legami profondi».
Quanto era importante dimostrare di poter reggere tutto questo?
«Moltissimo. Amo mio padre e gli devo tanto, sia umanamente sia professionalmente. Però sentivo il bisogno che le persone vedessero me, non solo il cognome o la storia da cui arrivavo. È qualcosa che molti figli d’arte conoscono bene: convivere con l’idea che ciò che hai conquistato venga sempre attribuito a qualcun altro, e non davvero a te».
Quando ha capito che quella sarebbe stata la sua strada?
«Molto più tardi di quanto io stessa potessi immaginare. Da adolescente quasi rifiutavo questo mondo. Vedevo soprattutto la fatica: orari impossibili, rinunce, assenza da casa. Poi però ho iniziato a lavorare davvero e ho scoperto altro. Ho capito che dietro a una pizza ci sono tecnica, cultura, ospitalità, identità».
E qualità.
«Naturale. Noi facciamo pizza napoletana vera. Tutti gli ingredienti arrivano dall’Italia: farine, pomodori, olio, salumi, mozzarella. Anche gli impasti seguono la tradizione italiana, con lunghe fermentazioni e lavorazioni molto precise. La pizza è il nostro biglietto da visita, per questo abbiamo scelto di concentrarci quasi esclusivamente su quella, senza altri menu né compromessi sulla qualità. Oggi una margherita costa 18 dollari: i dazi introdotti durante l’era Trump hanno inciso sui costi delle importazioni. Per questo siamo stati costretti ad aumentare i prezzi. Un motivo in più per spiegare ai clienti cosa c’è dietro quel piatto e perché la qualità ha un valore preciso».
A New York è diventata una delle poche donne italiane a imporsi nel settore.
«Quando sono arrivata era ancora raro vedere una donna dietro al banco pizza. I clienti pensavano che fossi la responsabile della sala o la fidanzata del pizzaiolo. Non la pizzaiola in cattedra».
Le dava fastidio?
«Direi. Dovevo dimostrare sempre qualcosa in più. Un uomo viene percepito competente di default. Una donna, ancora oggi, deve sgomitare per conquistarsi credibilità».
Si sente arrivata?
«Mi sento riconosciuta. Nel 2024 ricevere il premio come Pizza Maker of the Year è stato emozionante, soprattutto perché, per anni, in certi ambienti le donne quasi non esistevano. Pochi giorni fa la New York Hospitality Association mi ha inserita tra le dieci donne da tenere d’occhio in futuro. Piccole soddisfazioni che motivano».
Ha sfondato il soffitto di cristallo?
«Non so. Di certo c’è ancora molto da fare. Oggi ci sono più donne, più attenzione, più visibilità, vero. Però il nostro resta un ambiente ancora maschile. E soprattutto è difficile per una donna riuscire a tenere insieme tutto: famiglia e attività. Quando sono in pizzeria penso a miei figli. Quando sono con i miei figli penso alla pizzeria. È come vivere costantemente divisa in due, ma in qualche modo ce la si fa. E dire che me l’avevano gufata».
Ovvero?
«Un giorno un vecchio pizzaiolo mi disse: “Quando diventerai mamma, la tua carriera si fermerà”. È successo l’opposto. Durante la prima gravidanza sono finita sulla copertina di una rivista di settore; durante la seconda sono stata nominata pizzaiola dell’anno e invitata da Harvard University per una lezione sulla pizza napoletana. Ero incinta di otto mesi».
Sensi di colpa?
«All’ordine del giorno. Non dovrebbe capitare. Anche per questo è nata Women in pizza, una iniziativa per fare rete, generare confronto, offrire sostegno. E soprattutto normalizza certe difficoltà che molte donne come me vivono in silenzio».
Quali?
«Il pregiudizio fisico, per esempio. L’idea che una donna sia meno resistente. Oppure il fatto che una donna autorevole venga percepita come aggressiva, mentre un uomo nella stessa posizione è semplicemente deciso».
Ha mai pensato di mollare?
«Diverse volte. Soprattutto dopo la maternità. Ci sono giorni in cui la stanchezza è infinita. Però poi entro in pizzeria, sento il profumo dell’impasto, vedo le persone mangiare una pizza e capisco che questo lavoro continua a emozionarmi».
Che rapporto hanno oggi gli americani con la pizza italiana?
«Molto più consapevole rispetto a dieci anni fa. Chiedono informazioni sulle farine, sulla fermentazione, sull’idratazione dell’impasto. Vogliono capire. Per noi italiani è una grande occasione».
Le definiscono «donna pizzaiola».
«Vorrei che bastasse la parola pizzaiola. Però so anche che raccontare certe storie serve. Se a una ragazza, leggendo la mia, viene il desiderio di provarci, di occupare quello spazio senza sentirsi fuori posto, allora tutto questo acquista un significato più grande».
Cos’è per lei il successo?
«Essere riuscita a costruire qualcosa senza perdermi. E continuare, nonostante le fatiche, a sentirmi madre, figlia, donna e imprenditrice».
Tornerà in Italia?
«Non ora e comunque non per restare: in tutta onestà non vedo futuro. E poi professionalmente sono cresciuta qui, anche se devo dire che New York, dopo 17 anni, comincia a starmi stretta. In America puoi reinventarti tante volte nella stessa vita. Forse è proprio questa la sua forza. E parte della mia».