Corriere della Sera, 15 giugno 2026
Thomas Jefferson amava il Montepulciano
Ci sono molti modi di raccontare e spiegare la genesi degli Stati Uniti d’America, il genio e l’ambiguità dei Padri fondatori nell’impresa in apparenza impossibile di «ricominciare il mondo da capo», come dice lo storico Bernard Baylin. E tutti hanno un loro fondamento e una loro legittimità. Ma alla vigilia dei 250 anni dalla firma della Dichiarazione d’Indipendenza, due autori italiani ne propongono uno del tutto originale e suggestivo: il ruolo che il Vino Nobile di Montepulciano ebbe nella costruzione di quella idea del mondo così magistrale e visionaria, espressa nell’atto fondativo della democrazia americana.
In Il gusto della libertà, appena pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore, Francesco Clementi e Antonio Gaudioso seguono le tracce di Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione e poi terzo presidente, che tra il 1785 e il 1789, ambasciatore della giovane repubblica in Francia, conduce un’indagine comparativa sulle società europee, convinto fra le altre cose che il modo in cui un popolo produce e beve vino riveli qualcosa di essenziale sul suo rapporto, appunto, con la libertà.
Quando Jefferson infatti sbarca in Europa, non si vuole solo diplomatico, ma anche osservatore di un universo che lui non venera né aborrisce, ma cerca di studiare e capire per trarne indicazioni sulla domanda che accompagna tutta la sua riflessione politica: cosa rende sostenibile una società libera? Nulla sfugge al suo sguardo analitico: porti, strade, sistemi fiscali, architettura, manifatture, mercati, e non ultimi paesaggi coltivati e tecniche agricole. In questo quadro, secondo Clementi e Gaudioso, il vino per Jefferson è un concentrato di civiltà, strumento di conoscenza e chiave per leggere una cultura, in quanto mette insieme economia, costume, educazione, territorio, socialità e reputazione. Non tutti i vini però. A intrigare il futuro capo della Casa Bianca, fin lì abituato ai vini pesanti e fortificati o ai distillati quasi sempre anticamera dell’eccesso e della perdita di autocontrollo, sono quelli secchi e leggeri che lui associa alla moderazione, alla tavola, alla conversazione misurata. «Se una Repubblica libera ha bisogno di cittadini capaci di autogoverno, allora anche le abitudini del palato entrano direttamente nella formazione del carattere pubblico», scrivono gli autori. Il gusto come esercizio di discernimento, in grado di far distinguere tra piacere e dissipazione, godimento e abuso, libertà e licenza.
Ma di tutti i vini europei, com’è che Jefferson viene sedotto proprio dal Nobile di Montepulciano? Complice fu Filippo Mazzei, toscano di nobile schiatta e fede massonica. Straordinaria figura di medico, filosofo, mercante, agente segreto e vignaiolo, dopo un passaggio a Londra Mazzei si trasferì in Virginia nel 1773, dove fece amicizia con tutti i futuri padri fondatori, da George Washington a John Adams, a James Madison e appunto a Jefferson, del quale divenne anche socio d’affari. Volontario della prima ora dalla parte dei ribelli nella Guerra d’Indipendenza, Mazzei venne pure inviato in Europa dove mediò l’acquisto di armi di contrabbando e fornì importanti notizie d’intelligence ai secessionisti.
È l’intellettuale nato a Poggio a Caiano a far scoprire a Jefferson il Nobile di Montepulciano, che diventerà il suo vino prediletto una volta entrato alla Casa Bianca nel 1801. Ne ordina centinaia di bottiglie, attraverso il console americano a Livorno Thomas Appleton. E lo offre nelle cene conviviali, convinto che occorra «to mitigate business with dinner», la tavola come strumento di mediazione politica, un soft power prima del soft power.
La relazione con Mazzei, che cerca di introdurre (con risultati modesti) la coltura della vite nella tenuta di Jefferson a Monticello, non resta tuttavia confinata all’agricoltura. In un testo apparso sulla «Virginia Gazette» nel 1775, l’illuminista italiano scrive infatti che «tutti gli uomini sono per natura ugualmente liberi e indipendenti». Un concetto identico e una formulazione abbastanza vicina alla celeberrima espressione che l’anno dopo Jefferson avrebbe coniato per la Dichiarazione: «Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità…».
Il bel libro di Clementi e Gaudioso non tace le contraddizioni della figura di Jefferson, come di tutti i padri della democrazia americana, in primis la distanza tra ideali e realtà effettiva, marchiata com’è dal peccato originale dello schiavismo. Se da un lato, infatti, il vino è strumento di civiltà e di libertà, la sua produzione nelle colonie d’Oltre Atlantico dipende in gran parte dal lavoro degli schiavi. Detto altrimenti, è il frutto di un sistema che nega la libertà: «Autore della Dichiarazione di Indipendenza e sostenitore degli ideali di libertà universali, Jefferson opera all’interno di un contesto che contraddice tali principi».
Ma questo nulla toglie al fatto che il vino, e in particolare il Nobile di Montepulciano, sia componente significativa di quella cultura materiale attraverso cui Jefferson pensa e organizza il mondo. Riletta in chiave attuale, la sua scelta «riflette una concezione del gusto come forma di conoscenza, strumento di relazione, espressione di libertà», intesa non come concetto astratto ma come prassi che lega tutti gli aspetti della fabbrica umana.