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 2026  giugno 15 Lunedì calendario

Intervista a Dori Ghezzi

Il gallo ritardatario.
«Non cantava mai prima di mezzogiorno. Come se sapesse che Fabrizio lavorava di notte e si svegliava tardi. La natura si era adeguata ai suoi tempi. Il gallo aveva una voce roca, rock, lo chiamammo Vasco».
E l’originale lo sa?
«Come no! E ne era molto divertito». Dori Ghezzi, è sempre bella, sempre bionda. Come quando nel 1969, frangetta alla Bardot e miniabito da cosacca, spopolava con «il ballo della steppa». O duettava con l’inseparabile Wess: «E non ci lasceremo mai/ abbiamo troppe cose insieme/ Se ci arrabbiamo poi/ Ci ritroviamo poi/ Un corpo e un’anima». In quel 1974 conobbe Fabrizio De André. Un grande amore. Restarono insieme per 25 anni, nella buona e cattiva sorte, fino alla fine.
La ragazza del Casatschok.
«Quando la casa discografica mi propose il brano accettai, non avevo nulla da perdere, comunque avevo capito che poteva essere un successo. “Decidi in fretta altrimenti c’è già pronta la Goggi”».
Prendere o lasciare.
«La musica per me era tutto, però non avevo mai pensato di fare la cantante come professione. Ero schiva, non mi piaceva essere giudicata, invece a quei tempi c’era sempre una gara: Cantagiro, Sanremo, Canzonissima. Cominciai per non deludere zio Piero, che suonava la chitarra».
Dori e Wess. Molti vi credevano una vera coppia. C’è stato mai qualcosa tra voi?
«No. Lui era già impegnato, io pure. Amici.
Il testo di Un corpo e un’anima era di Umberto Tozzi. Gli chiesi: “Come mai non la canti tu? Sei bravo”. Anche Battisti scriveva per Equipe 84 e i Dik Dik. “Lucio, perché le dai agli altri? Hai una bella voce”».
Il flirt con Mal.
«Al Cantagiro del ’69. Eravamo i più corteggiati. “Fingiamo di stare insieme, così ci lasceranno tranquilli”. Diventò una storia vera, però non potevamo girare, sempre inseguiti dai fotografi. Finì presto ma restammo amici».

Risotto allo zafferano.
«Per Battisti, che abitava vicino casa mia, lo invitavo spesso. Mamma gli preparava pure la cassœula. Venivano in tanti al “residence Ghezzi”. Dalla, Paoli, Vanoni. L’unico che mai è rimasto a dormire è stato Fabrizio. Per un certo periodo abbiamo vissuto lì».
La suocera approvava?
«Lui le piaceva, però era preoccupata. Era sposato e con un figlio di 12 anni. Per fortuna non conoscevo sua moglie, altrimenti non mi ci sarei messa. Dopo diventammo amiche. In un’intervista rivelò: “Non sono mai andata tanto d’accordo con Fabrizio come da quando c’è Dori”.

Mia Martini.
«Le volevamo molto bene. Ci regalò un posacenere di cristallo, lo conservo ancora. Ero severa con lei. Soffriva per le cattiverie dette alle sue spalle. Mi telefonava in lacrime. La rimproverai. “Se devi piangere non chiamarmi più, perché soffriamo in due”. Da allora mi raccontò tutte le cose brutte ridendo».
La retata del ‘69.
«Mimì si trovava in un locale della Costa Smeralda. La polizia fece un blitz antidroga. Altri erano stati avvisati. Arrestarono solo lei. In cella a Tempio Pausania, cantava. E fuori si radunava una folla emozionata. Tempo dopo glielo raccontai. “Allora non è stato inutile”».
Ornella Vanoni.
«Spesso guardavamo insieme Sanremo, io, lei e Fabrizio. Noi due eravamo le più critiche, lui invece lo difendeva. Però non ci è mai andato».
Vi presentò Malgioglio.
«La prima volta che vidi Fabrizio fu al Lido di Genova, nel ‘69, al premio Caravella d’Oro. Ci fissammo dall’inizio alla fine, ma c’era sua moglie
. Cinque anni dopo – Capodanno ‘74 – avevo tenuto un concerto al Lido. Le due di notte. Sulle scale trovai una moneta da 50 lire, calpestata. La tenni come un amuleto. Cristiano, per me un fratello, mi indicò delle finestre. “Lì abita De André”».
Era scritto.
«Tre mesi dopo io e Malgioglio eravamo in uno studio di registrazione. Al bar incrociammo Fabrizio, che era suo amico. Ci presentò. Stava registrando Valzer per un amore. Me la cantò guardandomi negli occhi: “E per questo ti dico amore, amor/ Io t’attenderò ogni sera/ Ma tu vieni non aspettare ancor/ Vieni adesso finché è primavera”. Ci scambiammo i numeri e il giorno dopo mi chiamò. Fu come se ci conoscessimo da sempre».
Cominciò così.
«Il 30 marzo festeggiavo il compleanno a casa del mio compagno, con tanti amici. Fabrizio: “Posso venire?”. “Sì”. A un tratto Mina e Ornella, che avevano cantato molti suoi pezzi, chiesero: “Scriveresti una canzone per noi?”. “Se proprio dovessi scrivere per altri, lo farei per Dori”».
Una vera dichiarazione. E il suo compagno?

«La prese per una battuta. Poi si rese conto che era una cosa seria, ma era tardi».
Era già innamorata.
«Da subito. Amare Fabrizio non era difficile. Lui era unico. Due giorni dopo la festa siamo stati insieme per la prima volta. Era il primo aprile, quanto ci abbiamo riso».

Inseparabili.
«Il 4 aprile Fabrizio doveva andare in Sardegna con Francesco De Gregori per lavorare al disco insieme. “Se non parti con me non ci vado”».
Si fidò di lui.
«Prima aveva qualche avventura, di nascosto. Con me uscì subito allo scoperto. Gli amici mi misero in guardia: “Ti farà soffrire”. Io invece ci credevo. Battisti capì: “Vedrai, non sarà una botta e via”».

Aveva ragione.
«Non sono mai stata una come tante. Ero quella che doveva salvarlo. Confessò: “Senza di lei sarei morto in una soffitta da alcolizzato”».

Il mito De André le metteva soggezione?
«Mai. Fabrizio non intimoriva nessuno, anzi, ti faceva sentire importante».
Non le pesò trasferirsi da Milano alla Sardegna?
«No. Lui aveva bisogno di stare immerso nella natura. Non eravamo isolati, passavano a trovarci in tanti. Fossati, Bennato, Bindi, Battiato. Giorgio Gori aveva 18 anni quando venne la prima volta».
Agosto ‘79: il rapimento.
«Il momento più duro è stato all’inizio, poi con i sequestratori si creò un dialogo. I due che ci tenevano prigionieri, latitanti, in fondo lo erano anche loro, non avevano scelta. Ma eravamo sicuri che non ci avrebbero ucciso».
Quattro lunghi mesi.
«Portavamo due cappucci con una feritoia per la bocca. Ogni tanto ce li toglievano e se li mettevano loro. Si procurarono bombola e fornello per permetterci di cucinare, un rischio. Mangiavamo insieme. Mi accompagnavano quando mi appartavo per le mie necessità, però mi hanno sempre rispettata, mi chiamavano signora. Avevo le unghie lunghissime, me le tagliarono con la pattadese, il tradizionale coltello a serramanico sardo, vennero perfette».
Hotel Supramonte.
«È l’unica canzone che parla davvero di noi. La “donna in fiamme” sono io».
Il matrimonio nel 1989.
«Non ne sentivamo la necessità. Non gliel’ho mai chiesto, l’ha deciso lui. In Comune ci siamo resi conto di non avere comprato le fedi. Nemmeno il sindaco ce le ha chieste, intuendo che non servivano. Abbiamo festeggiato con due amici e una torta».

Semplici.
«Era un rapporto vero, sano. Non sdolcinato. A volte Fabrizio non si ricordava del mio compleanno. Vedeva arrivare dei fiori. “Cosa c’è oggi?”. Litigavamo, se occorreva. Non ci si annoiava. Una volta non gli parlai per tre mesi. Dopo la prima lite, per fare pace, mi portò un orologio importante, glielo tirai addosso. Non mi regalò più nulla».

La malattia.
«Si controllava ogni anno, eppure. Era in tour, durante le prove a Saint-Vincent gli vennero dei dolori forti, non riusciva a suonare la chitarra, la buttò a terra. Andò all’ospedale di Aosta. Gli dissero: “Le restano tre mesi di vita”. Il male era partito dai polmoni, ormai era ovunque».
Maledette sigarette.
«Fabrizio fumava tre pacchetti al giorno, una dietro l’altra e nemmeno le finiva, ha bruciato non sa quanti mobili. Il padre gli aveva chiesto di smettere di bere e lo aveva fatto. Purtroppo non gli chiese di smettere di fumare».

Un corpo e un’anima voi lo siete stati davvero.
«Sì. Due persone diverse, indipendenti, ma indispensabili l’uno per l’altra».