Corriere della Sera, 15 giugno 2026
Piantedosi e il pressing di Salvini: cambio al Viminale? Ne prenderei atto
Semplice: se il quadro cambierà «ne prenderà atto». E quindi lascerà il Viminale. Ma fino a quel giorno, se mai dovesse arrivare, Matteo Piantedosi è intenzionato a svolgere il suo lavoro «con il massimo impegno e con un orizzonte progettuale di legislatura». Inutile dissimulare: è una fase complicata per il ministro dell’Interno. I colonnelli della Lega ormai lo chiedono ad alta voce: al suo posto deve tornare Matteo Salvini perché «solo una gestione più politica della sicurezza può arginare l’ascesa di Roberto Vannacci».
Più va avanti questo pressing, più Piantedosi rischia però di essere «delegittimato» nella sua azione quotidiana, per giunta proprio dal partito che lo indicò a Giorgia Meloni nel 2022. Nel fine settimana – ospite a Manduria del Forum in masseria organizzato da Bruno Vespa – il «prefetto di Avellino» ha confessato di essere stato colpito dalla battuta del collega Giancarlo Giorgetti emersa durante l’ultimo federale leghista («Quando parla in Consiglio dei ministri non sempre lo capisco»). Non tanto per la critica in sé, ma per il fatto che sia finita su tutti i giornali. Piantedosi è definito dai suoi collaboratori «imperturbabile», nonostante questo brusio di sottofondo. Perché «fin dal primo giorno è animato da autentico ed esclusivo spirito di servizio». Il suo problema, però, sembra non essere tanto Salvini, l’eterno sostituto. Tra i due, dice chi li frequenta entrambi, il rapporto è «solido e a prova di retroscena». Infatti «anche in questi giorni c’è una interlocuzione continua».
Il leader della Lega ha staccato per andare qualche giorno in montagna. Un modo forse anche per ragionare sulla spinta dei big che gli indicano la strada del Viminale come panacea di tutti i generali. Tuttavia è proprio Salvini che – al di là delle difficoltà che passano dal volere della premier e da quello del Quirinale che, è plausibile pensare, richiederebbe il rimpasto davanti a due caselle da cambiare – inizia a coltivare qualche dubbio sull’operazione «Ritorno al futuro». I big che gli tirano la volata al ministero dell’Interno sono gli stessi (da Giorgetti ai governatori del Nord passando per i capigruppo di Camera e Senato) che nel 2019 lo convinsero a rompere con il M5S: cadde il governo gialloverde, non si andò al voto anticipato, nacque l’esecutivo giallorosso, iniziò la crisi di consensi del «Capitano». Era l’estate del Papeete, stabilimento balneare di Milano Marittima, simbolo ormai dell’azzardo politico più sgangherato.
Nel frattempo sono passati sette anni e a destra si fa largo la novità Vannacci. Dalla Lega insistono: «Non è solo un problema nostro, ma di tutto il governo, a partire da Meloni». L’idea di uno scambio Salvini al Viminale-Piantedosi ai Trasporti (ministero colpito da tante inchieste giudiziarie) continua a essere «complicata» per i vertici di Fratelli d’Italia. Anche perché quasi sicuramente porterebbe alla nascita di un Meloni bis, al netto del via libera del Colle, con tanti saluti al record di longevità. «Salvini al Viminale? Il rimpasto non è all’ordine del giorno», dice l’altro vicepremier Antonio Tajani di Forza Italia. Il capo leghista ammette di essere «sotto attacco» anche da chi «si definisce di destra e vota contro il governo». Già, Vannacci che ieri lo ha promosso (con sufficienza) al Viminale: «Perché no? Ma tante persone possono farlo».