Corriere della Sera, 15 giugno 2026
Flotta abbordata e capitani in arresto: 5 Paesi Ue in azione
Sarà almeno la decima volta che succede negli ultimi mesi. Dall’autunno del 2025, per quattro volte erano state le forze francesi ad abbordare le petroliere della flotta-ombra russa e a deviarne le rotte. Spesso lo avevano fatto con l’aiuto di Londra, così come ieri è stata Parigi a sostenere l’intervento britannico. I precedenti interventi francesi in mare erano avvenuti nell’Atlantico occidentale, poi quest’anno fra Spagna e Marocco, nel Mediterraneo e a Nord della Bretagna. La Svezia invece ha abbordato fra marzo e maggio di quest’anno altre cinque petroliere riconducibili alla Russia, tutte nelle sue acque territoriali. Spesso le operazioni sfociano nell’arresto del capitano con accuse di falsificazione dei documenti del trasporto. Una nave l’ha approcciata l’Estonia, mentre altri interventi sono stati eseguiti da Finlandia e Belgio; e anche la Germania ha rafforzato la sua sorveglianza.
In Italia l’eco di questa svolta europea arriva attutita dalle molte voci oggettivamente filorusse nella politica e nel dibattito pubblico, probabilmente anche grazie al lavorio dispendioso e instancabile dell’ambasciata di Mosca a Roma. Petroliere russe in pessimo stato, sotto false bandiere e in violazione del diritto del mare passano di continuo anche nel Mediterraneo: provengono da Novorossijsk nel Mar Nero e dal Bosforo, dirette verso Gibilterra per poi fare rotta verso l’India o la Cina. Da Novorossijsk parte circa un quinto dell’export di greggio della Russia e il traffico è così intenso che, in dicembre, un drone ucraino a lungo raggio ha preso e distrutto un tanker di Mosca da 250 metri tra Creta, Malta e la costa libica. Per fortuna era vuoto, altrimenti sarebbe stata una catastrofe ambientale. L’implicito messaggio ucraino è parso essere: «Se non fermate voi europei questo traffico di greggio, allora lo faremo noi». Anche in reazione a questo episodio l’esercito di Mosca ha spostato nelle sue basi in Libia, nella parte controllata da Bengasi, missili a medio raggio per cercare di proteggere i suoi flussi.
In questo quadro è inutile chiedersi quanto è probabile che l’Italia compia interventi simili a quelli di Gran Bretagna, Francia, Svezia, Estonia e Finlandia. Ha più senso prendere atto che qualcosa è cambiato in profondità. Una parte d’Europa, non tutta, sta portando il sostegno all’Ucraina e l’autodifesa dalla Russia a un altro livello. Il blocco di alcune petroliere non cambia molto delle entrate russe da petrolio, cresciute persino un po’ grazie al rincaro dei prezzi con la guerra del Golfo. Ma i capitani e le ciurme ora sanno che rischiano l’arresto e l’interdizione, gli armatori di perdere le navi. In un mondo con più guerre aperte, la libertà di navigazione non è più quella che fu. Hormuz è chiuso, gli stretti di Suez e Taiwan più o meno disturbati, gli americani abbordano navi nell’Atlantico. E anche gli europei – alcuni – si stanno adattando a vivere in un’epoca dove gli interessi si garantiscono anche con le azioni militari.