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 2026  giugno 14 Domenica calendario

Adriano Giannini ricorda i suoi esordi al cinema

È di 25 anni fa il suo esordio come attore di cinema.
Sono già passati 25 anni?
Sì.
Urca… di solito calcolo da quanto tempo sto sul set e in questo caso credo di aver superato i 35.
Proprio nel 2001 esce Alla rivoluzione sulla due cavalli.
In realtà, due anni prima, ero operatore ne Il talento di Mr. Ripley e, a un certo punto, c’erano da girare i dettagli della sequenza in cui Matt Damon prende a remate Jude Law. Peccato che sul set mancavano proprio i protagonisti. A quel punto Anthony Minghella (il regista, ndr) mi guarda e decide: “Ci pensi tu all’inquadratura dell’orologio?”. “Come, io?”.
E invece?
La prima inquadratura della mia vita è la mia pelle del polso.
Come Kevin Costner ne Il grande freddo: di lui si vedono solo i polsi ricuciti…
(Ride) Sì, ma lui non era l’operatore. Lì pensai che Minghella fosse matto.
Quindi?
Sono arrivato Alla rivoluzione non completamente vergine. Ma quel film è un gioiellino; (ci pensa) Il talento di Mr. Ripley rappresenta il mio ultimo lavoro da operatore, avevo pure guadagnato abbastanza e, sempre in quel periodo, avevo sostenuto un provino per entrare in una scuola di teatro; (cambia tono) sempre sul set di Minghella mi ero preparato con un monologo di Sam Shepard: non ci avevo capivo niente.
Così si fa…
La mattina stavo sul set, la sera studiavo, con un mio amico che mi guardava stupito perché per ripeterlo sembrava parlassi da solo. Però sono entrato nella scuola.
E… ?
Decisi di prendere un anno sabbatico, la scuola durava tre, ma al primo ho mollato.
Come mai?
Avevo già trent’anni e tutti gli altri alunni erano tra i diciotto e i venti; e poi ero appena uscito da un set con dodici premi Oscar tra regista, costumista, direttore della fotografia e attori.
Come la trattavano i giovani compagni?
Soprattutto come li guardavo io: rispetto a loro ero un uomo con undici anni di cinema, bello pesante, nel curriculum; la scuola era un palestra nel centro di Roma con dentro anche Carmen Russo e il marito, quindi si praticava anche la danza.
Bene.
In un anno solo esercizi di diaframma, capriole e movimenti vari. Basta. Nient’altro. Vietato recitare. Me ne sono andato. Poi passa un altro anno, entro in un’agenzia e subito mi propongono un provino con Maurizio Sciarra (regista del film, ndr). Io agitatissimo…
Altra vita.
In tutti i campi.
Cioè?
Ero fidanzato con un’attrice; (pausa, ci pensa) non mi chieda il nome, tanto su questo non rispondo.
Peccato.
Ero innamorato.
Ahi.
E lei mi lascia una settimana prima dell’inizio delle riprese del mio primo film.

Non si fa.
Entro in una crisi profonda, così profonda da ripetermi “ma dove vado? non me ne importa nulla di recitare… Dov’è lei!”.

Crisi totale.
Dolore d’amore.
Che timing.
Non solo: la prima scena girata del film è di noi tre protagonisti che decidiamo di fare il bagno in un fiume. Quindi dovevamo scendere dalla macchina, spogliarci completamente e buttarci in acqua.
Liberatorio.
(Ride) Già mi sentivo umiliato psicologicamente, in più, al debutto, subito nudo? Lì ho pensato: questo mestiere non fa per me.
Soluzione?
L’attore spagnolo, più esperto, si è tolto i vestiti tranquillo, bello, frontale alla telecamera; io come un’orsolina, di lato, con la gambetta piegata che copriva in mezzo alle gambe.
Secondo molti dei suoi colleghi è dai momenti di sofferenza che escono le idee migliori…
Forse per chi ha maggiore esperienza, io no; (pausa) aggiungo: tutti gli operatori di quel film erano miei amici, gente con la quale avevo condiviso altri set e preso in giro altri attori. Sapevo perfettamente cosa accadeva lì dietro e questo accentuava la mia timidezza.
Di solito, cosa accade lì dietro?
È normale prendere per il culo, specialmente gli attori un po’ stronzi, quelli un po’ troppo narcisi, quelli che non rispettano la troupe e la troupe spesso risponde mettendoli in difficoltà con una serie di piccoli trucchi.
Esempio.
A quel tempo il set era necessariamente molto più preciso di oggi, quindi venivano piazzati dei segni per indicare il punto esatto della messa a fuoco, ma se l’attore sbagliava di poco l’operatore era in grado di correggere. Però se l’attore era stronzo, allora l’operatore non correggeva, non agevolava, ma alzava la mano e obbligava l’attore stesso a ripetere la scena.
Insomma, e lei dall’altra parte?
Ho impiegato qualche settimana a sciogliermi; (ride, tanto) ripetevo a me stesso: “È solo un momento, non ti può aver lasciato adesso, ora torna”. E poi c’erano altre emozioni che si incrociavano, compreso un punto: la mia memoria fisica e psichica, la mia sensazione era sempre da operatore, ragionavo da operatore, ascoltavo cosa diceva la troupe come se dovessi intervenire.
Sdoppiato.
Sentivo “correggi la luce”, “metti il segno”, “cambia quella pellicola” e per me rappresentavano stimoli rispetto ai quali un tempo partivo, anzi anticipavo le richieste. Ero reattivo.
Le mancava il vecchio ruolo?
Lottavo per scansare l’istinto, anche perché quelle informazioni mi impedivano di concentrarmi sul ruolo. A fine film ho testato la questione con una della troupe: le ho chiesto di indicarmi una scena qualunque, un ciak a caso, e avrei indovinato l’obiettivo utilizzato.
Risultato?
Non ne ho sbagliato uno.
Da protagonista cosa ha scoperto che da operatore non aveva colto?
Che alla fine è sempre colpa dell’attore anche se l’attore non c’entra niente.
Traduciamo.
Gli attori, spesso, sono lontani da ciò che accade sul set: allora, se c’è qualcuno che sbaglia, magari la misura di un vestito, è l’attore che è ingrassato.
Alla Malaussène.
Tanto nessuno se la prende con l’attore; con me però evitano questi giochetti, perché cascano male: ancora oggi mi basta arrivare sul set, vedere come sono piazzati i cavi, e ottenere le giuste informazioni sulla giornata.
L’operatore è perennemente coinvolto, l’attore no. Non sentiva la noia?
Prima era così, oggi non più: i mezzi tecnici sono diventati talmente raffinati che la luce non viene quasi più piazzata a regola, ma lavorata in post-produzione. Poi è mutato l’impegno dell’attore: il suo coinvolgimento si è moltiplicato, non ci sono più i tempi morti raccontati da Mastroianni.
Quando si è rivisto nel debutto?
Era come se leggessi e rivivessi il disagio sentimentale: vedevo i miei occhi e sapevo cosa c’era dietro; a prescindere, le prime volte è complicato e ho pensato che fosse meglio cambiare lavoro.
Sul set le chiedevano dei suoi genitori?
No, è accaduto solo qualche volta all’inizio della carriera di operatore. Ma poco. Anzi, a causa dei miei genitori sono stato un po’ bullizzato, perché considerato un privilegiato.
Oggi è tra i migliori attori italiani: in Adagio di Sollima è strepitoso. Lei non è più il figlio di.
(Resta zitto, a lungo) Attenzione, c’è una grandissima differenza tra il cinema, e gli attori, degli anni 70-80 e oggi.
Quale?
Basta leggere le cinquine agli Oscar degli anni 70, o Cannes, o Venezia, chi sono i protagonisti dei film, e paragonarli agli ultimi anni; la questione non è solo il cinema, ma anche la musica o l’arte figurativa; allora c’erano minore paura, maggiore capacità di condividere, maggiore complicità. Oggi tutto questo manca.
Riproviamo: è stato bravo e tenace a non mollare dopo l’esordio con annessa sofferenza d’amore e a resistere alle critiche per aver recitato nel cult Travolti dal destino, con Madonna, remake del capolavoro con suo padre Giancarlo.
Sì, quella situazione avrebbe stroncato chiunque; in quel periodo la vita stava scherzando con me, perché ai due da lei citati aggiungo il film di mia madre (Stai con me, regia di Livia Giampalmo, ndr).
Allora si dà la pacca sulla spalla.
A un certo punto, sì. Per Travolti dal destino, per la promozione, sono pure andato negli Stati Uniti e avevo l’incubo di sbagliare una qualunque frase su Madonna.
Addirittura.
Elizabeth Banks (una delle attrici del film, ndr) in quei giorni aveva inviato alcuni messaggi, privati, a un amico di Los Angeles con dentro qualche riferimento a Madonna. Ma niente di che. Lui li aveva resi pubblici. Ed era scoppiato il caso.
Un incubo.
Un film stroncato, però ero l’unico che si era un po’ salvato. Poi passano alcuni mesi, mi chiama la casa di produzione e mi domanda: “Ti va di andarlo a promuovere in Spagna?”. “Certo, va bene”. Ho pensato: così mi apro al mercato spagnolo. Il giorno prima della partenza scopro che sono solo: nessun altro degli attori è presente, neanche il regista (Guy Ritchie, ndr). Salgo sull’aereo, in prima classe, mi offrono il giornale, lo apro e leggo che io, insieme a Madonna e allo stesso regista, sono stato nominato ai Razzie Awards.
È l’anti-Oscar, il premio ai peggiori dell’anno.
Volevo scendere dall’aereo, solo che proprio in quel momento hanno chiuso il portellone. Per questo non si era presentato nessuno. Ho iniziato a sudare.
Il salto di qualità come attore, quando?
La serie In Treatment e un film ungherese, Dolina (regia di Zoltán Kamondi, ndr), mai uscito in Italia: qui ho ritrovato il cinema che amo; (sorride) ogni volta che esce un film mi dicono: sei sempre più bravo. E penso: “Sono 25 anni, a quest’ora ero Marlon Brando”.

In realtà?
Non ho mai pensato di essere così scarso né così bravo come Sean Penn.
Ha qualcosa di Sean Penn.
(Insulto bonario, d’istinto. Poi si ricompone) Se, magari.
Ha lo stesso approccio da tenebroso-sfuggente.
Quello sì.
È pronto alla regia?
Da tanto tempo, ma è complesso.
Sei anni fa al Fatto alla domanda “lei chi è” non ha risposto. Ora?
(Silenzio) Pensa che l’ho capito?