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 2026  giugno 14 Domenica calendario

Netanyahu attacca ancora il Libano. Gaza, Blair torna nel Board of peace

L’ultima proposta per sbloccare lo stallo del “piano di pace” trumpiano per Gaza, annunciato come salvifico il 29 settembre 2025 e mai partito, è l’eterno ritorno di Tony Blair. L’ex primo ministro laburista britannico, da tempo reincarnatosi come lobbista internazionale, dovrebbe assumere un “ruolo più ampio” nel Board of Peace, l’organismo internazionale con un biglietto d’accesso da un miliardo di dollari, presieduto da Trump e chiamato a realizzare i 20 punti del piano. Lo riferisce il Times of Israel, ricordando come Blair l’anno scorso non sia stato nominato Alto Rappresentante per Gaza del Board of Peace per le resistenze, legate al suo sostegno alla guerra in Iraq, di alcuni Paesi arabi. Al suo posto fu scelto il bulgaro Nickolay Mladenov.
Blair avrebbe però sempre mantenuto un ruolo attivo, consolidando i già buoni rapporti regionali, lavorando a un organismo di transizione post-Hamas e, con il suo Istituto, occupandosi della formazione dei futuri amministratori di Gaza. Ora, secondo il quotidiano israeliano, la formalizzazione di un ruolo più rilevante nella gestione del Board of Peace e del Gaza Executive Board (che non hanno mai messo piede a Gaza per il no di Israele), nell’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia e nel dialogo con l’Autorità Palestinese per sostituire Hamas con un governo di tecnocrati. Tutto teorico: il cessate il fuoco ufficiale non ha interrotto le violenze e la seconda parte del piano, quella del ritiro dell’Idf, del disarmo di Hamas e dell’avvio della ricostruzione, non è mai iniziata. Secondo lo Shin Bet, Hamas è riuscito a riorganizzarsi nella parte di territorio che ancora controlla.
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E solo pochi giorni fa era trapelata l’intenzione di Netanyahu, allarmato dal calo di consensi pre-elezioni, di tornare al conflitto aperto a Gaza. Proprio alla necessità elettorale di cronicizzare l’emergenza tenendo aperti tutti i fronti sembra rispondere il rifiuto di Israele di sospendere gli attacchi in Libano, malgrado l’Iran abbia chiarito che l’occupazione del Libano meridionale è uno degli ostacoli all’accordo di pace che ieri sera appariva vicino. Accordo di cui, con perfetta asimmetria rispetto a Bibi, un Trump in caduta libera nei sondaggi ha bisogno prima del voto di midterm. E ieri a dirsi disponibile a sostenerlo è stato in un dialogo telefonico anche il premieri Uk, Keir Starmer. In questa fase diplomatica delicatissima Israele continua i suoi attacchi: ieri l’Idf ha comunicato di aver colpito oltre 70 obiettivi di Hezbollah, mentre Al Jazeera riportava l’ordine israeliano di evacuazione immediata di altri 24 villaggi, e la Lebanon’s National News Agency ricostruiva bombardamenti, raid aerei, demolizioni di abitazioni private ed edifici pubblici, con almeno cinque vittime civili e un soldato dell’esercito libanese gravemente ferito da un drone israeliano mentre viaggiava fra i villaggi di Kfar Reman e Nabatieh.
E ieri sera fonti Usa hanno confermato che il premier israeliano non parteciperà agli incontri di Trump con i leader mediorientali a margine del G7 di Evian, in Francia, che inizia lunedì. Dal 2 marzo, quando Israele ha risposto con un’offensiva su larga scala a un lancio di missili di Hezbollah, a sua volta reazione all’omicidio del leader supremo iraniano Ali Khamenei, il conflitto ha causato circa 3.700 morti e oltre 11 mila feriti, fra militanti e civili. Gli sfollati dal sud del Libano sono oltre un milione, circa il 20% della popolazione libanese.