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 2026  giugno 14 Domenica calendario

Uccidono più le zanzare, ma la fobia dello squalo non cessa

Basta una pinna che affiora dall’acqua e nella mente di milioni di persone risuona immediatamente la celebre colonna sonora composta da John Williams per Lo squalo. A oltre cinquant’anni dall’uscita del film di Steven Spielberg, l’immagine dello squalo come feroce mangiatore di uomini continua a essere una delle più radicate nell’immaginario collettivo. Ma quanto è fondata questa paura?
Le statistiche non mentono
I numeri raccontano una realtà molto diversa. Secondo l’International Shark Attack File (Isaf), il più autorevole archivio mondiale sugli incidenti che coinvolgono squali, nel 2025 sono stati registrati 65 morsi non provocati in tutto il mondo, un dato in linea con la media degli ultimi dieci anni, che si attesta intorno ai 70 casi annui. Di questi, nove si sono rivelati mortali.
Per comprendere queste statistiche è importante distinguere tra “morsi non provocati” e “morsi provocati”. I primi sono gli episodi in cui una persona viene morsa nell’habitat naturale dello squalo senza aver interagito con l’animale. I secondi, invece, comprendono situazioni nelle quali è l’essere umano a innescare il contatto: pescatori che tentano di liberare uno squalo da una rete o da un amo, subacquei che cercano di toccarlo o fotografarlo troppo da vicino, pescatori subacquei che trasportano prede sanguinanti. Gli esperti dell’Isaf escludono questi casi dalle statistiche principali perché alterano il comportamento naturale dell’animale.
È più pericoloso un fulmine
La probabilità di essere vittima di uno squalo resta dunque estremamente bassa. Eppure, la percezione del rischio è enorme. Un paradosso che emerge ancora più chiaramente quando si confrontano gli squali con altri animali o altre cause di morte. Ogni anno le zanzare causano centinaia di migliaia di morti nel mondo attraverso la trasmissione di malattie come malaria e dengue. I serpenti provocano decine di migliaia di decessi. Anche animali considerati innocui o familiari risultano più pericolosi: gli ippopotami uccidono centinaia di persone ogni anno in Africa, mentre i cani sono responsabili di migliaia di morti legate soprattutto alla trasmissione della rabbia.
Il Florida Museum of Natural History confronta le statistiche con il tasso di mortalità molto più elevato dovuto ad altre cause. Ad esempio, in media più di 38 persone muoiono ogni anno a causa dei fulmini negli stati costieri degli Stati Uniti, mentre in Florida meno di una persona all’anno viene uccisa da uno squalo. Ma se vogliamo allontanarci dalle zone marine, basti pensare che la probabilità di finire schiacciati da un distributore del caffè in un ufficio è più alta dell’essere azzannati da uno squalo. Idem il finire schiacciati da una mucca in un campo.

L’errata percezione del rischio
La ragione della nostra paura ha poco a che fare con la statistica e molto con la psicologia. La salecofobia, ossia la “paura dello squalo”, si manifesta tipicamente con sintomi quali battito cardiaco accelerato, mancanza di respiro, tremore, iperventilazione, nausea e vertigini. Possono anche verificarsi sensazioni di intensa ansia e perdita di controllo, insonnia e incubi. A scatenarli sono il pensiero di uno squalo, la visione di una foto o di un video di uno squalo, o l’avvistamento di uno squalo nella vita reale. Nei casi più estremi può arrivare a generare veri e propri attacchi di panico anche alla sola vista di uno specchio d’acqua. Ma molte fobie sono irrazionali e gli esseri umani tendono a sovrastimare i rischi rari ma spettacolari. Un attacco di squalo è improvviso, violento, altamente mediatico. Una puntura di zanzara che trasmette una malattia mortale, invece, non fa notizia. Eppure, il pericolo reale è incomparabilmente maggiore.
A rafforzare questa percezione ha contribuito in modo decisivo il cinema. Lo stesso Steven Spielberg, molti anni dopo il suo Lo squalo, ha ammesso il proprio disagio per le conseguenze culturali del film da lui diretto sia per la percezione negativa degli squali che per la strage che ha comportato verso questi animali.
Il rischio che piace
Se la nostra psiche ci porta a sovrastimare il pericolo, è proprio quest’ultimo che diventa una forte attrazione turistica: l’incontro con uno squalo offre un’esperienza intensa, rara e carica di simbolismi, soprattutto quando il rischio viene percepito come gestibile. Anche per questo da anni sono condannate pratiche come lo “shark feeding”, ossia mettere a disposizione cibo per attirare gli squali e facilitarne l’incontro con sub più o meno preparati. Da lì, il passo verso l’incidente, verso il “morso provocato”, è davvero breve. Ma questo vale anche per i safari poco “etici” dove la natura viene mostrata come se fosse in un film senza rispettarne la giusta distanza.