La Stampa, 14 giugno 2026
Russel Crowe parla della la sua carriera
Il Gladiatore è tornato, e non ha nessuna voglia di andarsene. Anzi, in Italia, dove sembra aver ormai piantato radici stabili, Russell Crowe, premiato ieri al Taormina Film Festival con il Lifetime Achievment Award, si trova talmente a suo agio da decidere di pronunciare nella nostra lingua un discorso in cui cita Ultimo («Ero quel bambino che contava le stelle») e poi declama: «Seguite i vostri sogni, immaginate dove volete arrivare, perché è quello il primo passo per raggiungere la vostra meta. Da uomo maturo continuo a contare le stelle e a seguire i miei sogni». turiste americane lanciano grida e saluti, guardie del corpo cercano di aprire varchi tra la folla: «Quando lavoro in un film lo faccio per voi». L’ultima impresa è La vendetta perfetta Bear Country, action movie di Derrick Borte
Cosa le è rimasto più impresso del Gladiatore?
«Era il 1999, arrivare su quel set fu uno shock, avevo girato L. A. Confidential e The Insider, molti dialoghi, stanze d’albergo. Mi sono ritrovato in mezzo a centinaia di cavalli, catapulte, soldati romani, tutto era gigantesco. Ero sempre coperto di fango e di sangue, dolorante, impegnato in combattimenti difficili, un giorno sono stato colpito da un’ascia. Avevo un’età diversa, ed ero anche fottutamente pazzo, in ogni singolo giorno, in ogni singolo minuto di quel film, davanti alla macchina da presa c’ero io, niente stuntmen, a parte una battaglia con la tigre. Ero così determinato a dare a Ridley Scott quello che voleva… così adesso, come molte persone in età, posso dire di essermi giocato i tendini».
Cosa ha trasformato il film in un incredibile successo globale, mentre il secondo non è andato bene per niente?
«Nel primo c’era un nucleo etico-morale importante. Mi sono battuto perché ci fosse. Gli studios volevano inserire scene di sesso, ma io continuavo a ripetere che Massimo Decimo Meridio sta vendicando la morte della moglie e del figlio e di conseguenza, non avrebbe avuto alcun senso. La produzione insisteva, Ridley era sotto pressione, e avrebbe adorato girare una sequenza del genere tra me e Connie Nielsen, però, fortunatamente, era d’accordo con me. Questo ha fatto del film quello che è, anche adesso, a 26 anni di distanza. Tutti vogliamo essere come Massimo, un uomo capace di restare forte, e di amare, con tutte le nostre forze».
Se ripensa all’Oscar, cosa le viene in mente?
«La nomination era già stata una grandissima sorpresa, quando mi sono ritrovato seduto lì e poi ho sentito pronunciare il mio nome, ho avvertito quella cosa incredibile che si chiama sindrome dell’impostore, trovarsi in un luogo dove non dovresti essere».
Quali sono le ragioni che le fanno amare il suo mestiere?
«Sono un uomo molto fortunato, amo tutto il processo di creazione di un personaggio, compresa la scelta dei costumi e degli oggetti di scena. Mi piace anche inserire delle piccole cose, uno sguardo, un battito di ciglia, qualcosa che mi viene di fare in quel momento, una piccola magia, che arricchisce il mio ruolo».
Di recente l’abbiamo vista nei panni del criminale nazista Hermann Goring, in Norimberga. Le piace interpretare i cattivi?
«Faccio l’attore e ovviamente non mi interessa un solo tipo di personaggio, quello che mi attrae è scavare dentro l’esperienza umana. A volte un cattivo può essere ricco di mille sfumature, e il male può apparire attraente, perfino carismatico. Ci ho pensato proprio mentre interpretavo Goring, oggi ci sono un sacco di leader politici che hanno questo carisma, e sono arrivati dove sono, proprio per questo».
Che rapporto ha con il cinema su piattaforma?
«La cosa positiva è che puoi trovare tutto quando vuoi, ma l’esperienza cinematografica, con quell’energia unica che sprigiona, quando si vede un grande film tutti insieme, nella stessa sala, resta talmente importante e anche utile per la comunità che non possiamo permetterci di farla scomparire. Di recente sono stato contattato da Netflix, mi hanno detto che sono l’attore con il maggior numero di titoli al primo posto nella classifica dei film più visti. E questo senza aver mai lavorato per loro. Hanno anche aggiunto che era arrivato il momento di fare qualcosa insieme e così ho girato Unabomber, sulla vera storia di Ted Kaczynski, uscirà in autunno».
Un’altra sua grande passione è la musica. Che cosa le dà?
«È una parte molto importante della mia vita, ho fatto parte di molte band e ho pubblicato dischi fin dal 1981. Adesso, con la Indoor Garden Party sono su YouTube e Spotify, dateci un’occhiata, ci sono molte canzoni belle. Quando sento un brano ho sempre voglia di ascoltarne subito un altro, sono molto curioso, amo le canzoni che sono rimaste nella mia vita per anni e anni».