La Stampa, 14 giugno 2026
Torri tv, stallo tra Ei Towers e Rai Way
Il tempo stringe. Allo scoccare della mezzanotte del 15 giugno, scade il memorandum tra Ei Towers (partecipata da F2i al 60% e da MediaForEurope al 40%) e Rai Way per dar vita a una tower company di respiro nazionale con circa 4.700 torri e da oltre mezzo miliardo di ricavi. Gli azionisti delle due società stanno cercando di tenere la partita aperta. E con molta probabilità, riferiscono più fonti finanziarie, si andrà verso una nuova proroga dell’accordo. Si tratterebbe del terzo slittamento da quando è stata intrapresa la via delle nozze a fine dicembre 2024. Altrimenti, è possibile che arrivi un tentativo di concordia sulle condizioni per procedere con l’intesa.
Chiuso il termine, al massimo il giorno dopo, arriverà la comunicazione ufficiale. Una fonte sottolinea come «la scadenza non è rilevante né ultimativa». Al centro, infatti, c’è la volontà di tenere aperti i canali per definire l’operazione. Ai tavoli, però, restano ancora alcuni punti dove si evidenziano le distanze. Non tanto l’assetto della governance, che vedrà l’amministratore delegato nominato dalla Rai, azionista di controllo di Rai Way con il 64,97% delle quote. Quanto, invece, il valore e la durata dei Msa (Master service agreement, i contratti che regolano la fornitura dei servizi), oltre alla definizione dei relativi concambi per la fusione.
Riguardo i contratti di servizio, dicono fonti vicine al dossier, la fase negoziale in corso ha già portato i primi risultati. E la distanza sul nodo dell’uniformità della loro durata è stata smussata. Tanto che i soci hanno deciso in maniera congiunta di prorogarli fino alla prossima metà del prossimo decennio. La concordia è ricaduta sul 2036. Anche perché l’obiettivo finale fa gola ad ambo le parti. Lato Rai, c’è apertura all’integrazione, specie dal punto di vista industriale. Stessa visione riportata dall’amministratore delegato di F2i, Renato Ravanelli: «I team coinvolti stanno lavorando intensamente e con grande professionalità nell’interesse delle parti ma anche con la consapevolezza del rilievo industriale e istituzionale dell’operazione che porterà il Paese ad avere una rete unica nel settore della trasmissione digitale terrestre, allineando l’Italia alle best practice europee». Ergo, le trattative tra gli azionisti vanno avanti.
E la sinergia comporterebbe, tra l’altro, l’abbattimento dei costi per entrambi i fronti. La televisione pubblica oggi paga un canone per l’affitto di Rai Way di 249,5 milioni di euro. Il doppio rispetto a quanto mette sul piatto Mfe a Ei Towers, ovvero circa 120 milioni su 266,9 (il resto è in capo a La7 e Persidera). Per questo, mantenendo lo status quo, nei prossimi cinque anni la Rai rischia di versare un terzo di più di quanto pagano tutte le altre tv nazionali messe insieme per affittare le sue torri. Ecco perché la posizione della Rai è chiara: disponibilità a lavorare fino al termine del memorandum of understanding per una convergenza e con una prospettiva di lungo periodo, fanno presente fonti finanziarie.
Questo matrimonio, tra l’altro, piace al governo. Audito quattro giorni fa in commissione Ambiente al Senato sul testo unificato di riforma della legge sulla Rai, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, si è sbilanciato. Sulla cessione di partecipazioni del Mef, è stato categorico: «Mai ipotizzato né richiamato l’eventualità». Invece, è «un discorso diverso l’operazione Rai Way, che mira a razionalizzare la rete anche in un’ottica di modernità, e mettere a disposizione della stessa Rai risorse per nuovi progetti più adeguati sotto il profilo tecnologico».
Da più di un anno e mezzo va avanti sulla fusione tra le due società delle torri di trasmissione tv, su cui viaggiano i segnali di Rai e Mediaset. Nell’ultimo periodo, proprio la media company della famiglia Berlusconi avrebbe mostrato un po’ di insofferenza alle richieste di Viale Mazzini. Gli analisti, ad ogni modo, spingono per la fusione. Se si realizzasse, a marzo Equita Sim aveva stimato un dividendo straordinario di 1,30 euro per azione, seguito da un’aggregazione carta su carta, dal gruppo che ne scaturirebbe.