La Stampa, 14 giugno 2026
Paramount-Warner, è fatta: ok dell’Antitrust Usa alla fusione
Alla fine è successo e non sono servite a nulla le proteste degli attori o le dichiarazioni allarmate dei politici del partito democratico. La divisione Antitrust del dipartimento di Giustizia ha dato il via libera all’offerta da 111 miliardi di dollari di Paramount Skydance per comprarsi Warner Bros. Discovery in quella che è considerata la fusione più massiccia dell’intrattenimento americano. Due giganti storici come Paramount – con i suoi 114 anni di storia – e Warner Bros. – con 116 anni di storia – che si fondono coinvolgendo nell’affare il servizio di streaming Paramount+, la rete televisiva Cbs, il servizio di streaming Hbo Max e una serie di canali via cavo, tra cui la Cnn. Tutto questo da oggi sotto la direzione di un unico padrone, David Ellison, già ad di Paramount e Skydance, molto vicino a Donald Trump: suo padre, il miliardario co-fondatore di Oracle Larry Ellison, è da sempre uno stretto alleato del presidente ed è nella cordata che ha preso il controllo americano di TikTok lo scorso febbraio.
Considerata da Trump come il canale nemico numero uno, la rete Cnn passa quindi sotto il controllo di una persona molto vicina al tycoon, allo stesso modo in cui ci è finita Cbs, grazie al precedente acquisto di Paramount da parte di Skydance. Gli effetti sono già molto evidenti: il Late Night Show di Stephen Colbert, considerato politicamente scomodo, è stato cancellato mentre il programma di informazione 60 Minutes, orgoglio del giornalismo americano, è stato decimato da una serie di licenziamenti – il più clamoroso quello del veterano Scott Pelley dopo uno scontro con il produttore esecutivo appena insediatosi, Nick Bilton – e da un cambio di tono favorevole all’amministrazione Trump, grazie alla mano della conservatrice Bari Weiss, oggi a capo di Cbs News.
In molti temono che lo stesso destino possa toccare ai programmi di informazione di Cnn, con un moltiplicarsi di voci favorevoli ai repubblicani, dopo anni in cui l’informazione è stata a maggioranza vicina ai progressisti. Una paura confermata lo scorso dicembre dal Wall Street Journal in un articolo che riportava come David Ellison avesse «garantito ai funzionari dell’amministrazione Trump che, se avesse acquistato Warner, avrebbe apportato cambiamenti radicali alla Cnn». News a parte, la preoccupazione per gli effetti dell’unione dei due colossi era già alta anche nel settore dell’intrattenimento puro e del cinema, turbati dalla riduzione a quattro del numero di studi cinematografici statunitensi, dalla diminuzione dell’occupazione nel settore, del restringimento della platea di acquirenti e produttori di contenuti cinematografici e televisivi. La contrazione del settore è la preoccupazione che ha portato oltre 1.400 tra attori, registi e cineasti e star di Hollywood – tra cui Jane Fonda, JJ Abrams, David Fincher, Denis Villeneuve, Glen Close – a firmare una lettera aperta per opporsi alla fusione. «Siamo profondamente preoccupati per questa fusione, che privilegia gli interessi di un ristretto gruppo di potenti stakeholder rispetto al più ampio bene pubblico», si legge nella lettera, pubblicata dal New York Times e disponibile sul sito BlocktheMerger.com. «Questa transazione consoliderebbe ulteriormente un panorama mediatico già concentrato, riducendo la concorrenza in un momento in cui i nostri settori – e il pubblico a cui ci rivolgiamo – possono permetterselo meno che mai. Il risultato sarà una riduzione delle opportunità per i creativi e dei posti di lavoro nell’intero ecosistema produttivo, oltre a costi più elevati e a una minore scelta per il pubblico, sia negli Stati Uniti che nel resto del mondo».
Approvata dal governo americano, la fusione potrebbe trovare l’ostacolo dell’Unione europea: i funzionari stanno esaminando l’operazione in relazione al sostegno finanziario proveniente da tre fondi sovrani del Medio Oriente. In un documento depositato ad aprile presso la Securities and Exchange Commission statunitense, Paramount ha dichiarato che l’acquisizione di Warner è sostenuta in parte dal Public Investment Fund dell’Arabia Saudita, dalla L’Imad Holding di Abu Dhabi e dalla Qatar Investment Authority. Allo stesso modo alcuni procuratori generali statali tra cui quello della California e di New York indagando e preparando azioni legali per contestare la fusione, adducendo come motivo le preoccupazioni relative alla perdita di posti di lavoro e alla monopolizzazione.