La Stampa, 13 giugno 2026
Jane Campion parla di "Lezioni di piano"
Una accanto all’altra, esattamente nel 1993, quando la proiezione di Lezioni di piano al Festival di Cannes scatenò un’onda di passione contagiosa, un brivido di emozione capace di travolgere tutti, pubblico, critici, cinefili, e soprattutto giurati che decisero di assegnare a lei, prima donna nella storia della rassegna, la Palma d’oro. Presidente di giuria della 72esima edizione del Taormina Film Festival, Jane Campion ricostruisce, insieme alla protagonista del film Holly Hunter, il clima di quei giorni e il significato dell’opera che raccontava l’universo femminile, psichico e fisico, in un modo completamente nuovo, fiabesco, provocatorio, sensuale: «Mi piacerebbe vedere più registe donne, perché rappresentano metà della popolazione, senza di loro il resto del mondo non ha la possibilità di conoscere la sua storia per intero».
Che effetto le fece il successo di Lezioni di piano?
«Mi è difficile spiegarlo, di certo quelle reazioni furono una sorpresa anche per me. Eravamo convinti di aver fatto un film d’essai e che non sarebbero state tante le persone disposte ad apprezzarlo. Funzionò un po’ come una lezione sul fatto che non si sa mai che cosa realmente si sta facendo».
Che cosa le è rimasto più impresso di quell’esperienza?
«Ho amato girare quel film, le persone che hanno lavorato con me erano davvero appassionate. Ricordo che una volta sono andata in farmacia e la signora dietro il banco si è messa a spiegarmi quanto fosse profondamente grata per Lezioni di piano, per me fu una sorpresa, ho capito in quel momento che avevo stabilito una connessione con il pubblico e poi sa, sono neozelandese, noi non sappiamo accettare bene i complimenti, tendiamo a esserne imbarazzati».
In che modo Lezioni di piano ha cambiato la sua vita e la sua carriera?
«Ci sono voluti 5 anni per rendermi conto che davvero era successo qualcosa (ride ndr). La mia ispirazione è legata alle storie, non sto tanto tempo a pensarci, ne scrivo una e penso già a quella successiva. Cerco semplicemente di fare un buon lavoro, con una materia che mi ha ispirata. Vincere Oscar non è mai stata la mia ambizione, mi interessa solo fare cose belle, come i film degli altri registi, che ho visto e che ho amato. E poi con me stessa tendo a essere molto critica, mi dico “avresti dovuto fare meglio, avresti dovuto fare così”. Poi ci sono momenti che mi paiono riusciti e ne sono davvero orgogliosa».
Il ritratto femminile offerto da Lezioni di piano era inedito, così come quello maschile, e hanno aperto la strada a tante altre rappresentazioni nuove, di uomini e di donne. Che cosa ne pensa?
«Avevo un paio di ambizioni. Una era mettere i due protagonisti in una situazione molto innocente, ma anche carica di tensione sensuale, un contesto in cui avrebbero potuto semplicemente scoprire la propria sessualità e i propri sentimenti e anche farvi fronte, il tutto in un paesaggio particolare, tra boschi e mare... insomma, volevo descrivere la condizione molto intensa in cui si trovano le persone innamorate che si desiderano”.
La seconda ambizione?
«Volevo fare una versione neozelandese di Cime tempestose, la mia versione. Mi sono ispirata alle sorelle Brontë, che hanno dato voce alle donne, cosa molto importante perché, se torniamo indietro nel tempo, non è che ce ne siano tante altre... In realtà in Italia ce ne sono, penso a Liliana Cavani, a Lina Wertmüller, così audaci, così temerarie. Cavani mi ha dato molto coraggio, ho avuto la fortuna di incontrarla, ha più di 90 anni ed è in una forma splendida».
Come andò sul set con Harvey Keitel?
«All’inizio ne avevo quasi paura, aveva fatto tanti film importanti, mi chiedevo “come farò a dirigere uno così bravo?”. Mi ha insegnato a fare le prove e a usarle nel migliore dei modi, voleva molto la parte e voleva mostrare quello che era in grado di fare. È un uomo tenero, piange spesso, è anche timido, ha un aspetto fortemente virile, può essere molto duro con gli altri uomini, però ama le donne».
All’epoca lei seguì anche il lancio del film e la campagna di marketing. Come andò?
«Mi viene da dire una cosa che vi sembrerà molto disturbante. Riguarda Harvey Weinstein. Come sappiamo ha fatto cose davvero orribili, ma ha anche fatto grandi cose per il cinema d’essai, spingendo il pubblico ad andare a vederlo. Era spericolato, amava il cinema, aveva intuizioni».
Quali sono le battaglie femministe ancora da combattere?
«Ho l’impressione che ci sia un prezzo molto alto da pagare dopo il MeToo e credo anche che il patriarcato stia cercando di riguadagnare terreno, penso al fatto che in alcuni stati americani il diritto all’aborto è stato revocato. I lati positivi sono che le donne oggi guadagnano di più di prima, che vogliono film che parlino di loro, che nei posti strategici, per esempio le piattaforme tv, siano più potenti e quindi in grado di offrire maggiori opportunità alle donne registe».
Quale consiglio darebbe a una ragazza che vuole dirigere film?
«Non saprei, se qualcuno venisse da me non direi nulla, perché ognuno è diverso, e soprattutto ognuno deve scoprire da solo la strada più adatta a se stesso».
I suoi prossimi progetti?
«Vari, quello che in questo momento mi interessa di più è una scuola di cinema gratuita in Nuova Zelanda, finanziata da Netflix. Volevo che le persone avessero delle opportunità, si è creata una comunità e non immaginavo quanto mi sarebbe piaciuto farne parte, specie oggi in cui tutti quanti siamo abituati a vivere così isolati. Ho anche in programma un film e un musical, ma per ora non posso parlarne».