Corriere della Sera, 14 giugno 2026
Russel Crowe ricorda i suoi film
«Allora, signori, al mio segnale scatenate l’inferno». Ed è venuto giù non un inferno, ma un uragano di applausi al festival, riascoltando una delle frasi che fanno la storia del cinema. Ora, a 62 anni, Russel Crowe è altro che Il Gladiatore. «All’improvviso mi sento un vecchio», dice in La vendetta perfetta (dal 26 agosto nelle sale per Minerva). Fisicamente, è un’altra persona. Imbolsito, complicato, piacione da morire, sfoggia il codino, gli occhi azzurri venati da una patina di follia. E si offre con una bonomia inattesa, reduce dalla sua movida tra balli e canti in Calabria.
A Taormina, così piena di spifferi e orecchie affatto omertose, ci spostiamo a parlare in un luogo a lui familiare, il ristorante «La Botte» che è il quartier generale «ufficioso» del festival, qui si sono «confessati» Woody Allen e Tarantino, Franco Battiato e Lucio Dalla, Bertolucci e Zeffirelli. Crowe trascrive sul tovagliolo, in italiano, il discorso che ha tenuto in serata al Teatro Greco. Inforca gli occhiali e dopo il bla bla bla sull’onore del premio in carriera, cita Ultimo quando canta: «Ero il bambino che contava le stelle». Dice: «Anch’io continuo a contare le stelle e a inseguire i miei sogni, fino in Sicilia».
Inevitabile partire da Il Gladiatore di Ridley Scott, che gli valse l’Oscar: «A quell’età, era il 1999, ero fottutamente pazzo. Fu uno shock. Non avevo mai vissuto quella vastità. Il primo giorno di riprese mi ritrovai tra 700 soldati romani e 400 barbari, centinaia di cavalli e il mio cadde, un’ascia mi tagliò il volto, lo stuntman si tagliò il naso e al trucco dovettero farlo anche a me, ma nei duelli ci sono io».
Altro genere di combattimento, quello con gli Studios: «Mi facevano pressioni per una scena di sesso. Sono rimasto alle mie idee. È la storia di un riscatto, non di una vendetta, per questo è piaciuto di più alle donne. Il sesso avrebbe cancellato il nucleo morale, che è il motivo per cui dopo tutti questi anni circola nelle tv di tutto il mondo. Devo vendicare la morte di mio figlio e di mia moglie e tu, Hollywood, fermi tutto col sesso?». Invece Il Gladiatore 2? «Non ha raggiunto i previsti incassi di botteghino, ha fallito perché non hanno capito il nucleo morale del primo film».
Va sempre in mondi che non conosce. «Ma ci sono due regole valide sempre, l’attenzione al dettaglio (per il Gladiatore ho lavorato non so quanto su un battito di ciglia) e la collaborazione con chiunque sul set». A Beautiful Mind di Ron Howard fu un «film insidioso, tante cose da assorbire, 36 giorni di riprese sotto la pioggia battente». Norimberga su Göring? «Il male peggiore può essere attraente, oggi nel mondo leader politici fanno cose brutte, ma sono autorizzati da chi li ha messi lì, e per il carisma». Su Master and Commander ricorda: «Il regista Weir girava con la musica sotto, la alzava e la abbassava secondo l’energia richiesta. Sull’Oceano sentivamo Mozart». E sul set del musical Les Misérables «cantavo con Anne Hathaway che dopo due bicchieri di vino per gli amici si esibiva in Evita, Samantha Barks, Sacha Baron Cohen». L’uomo d’acciaio: «In tre mi facevano indossare il costume, non potevo più andare in bagno...».
Crowe qui porta il thriller d’azione di Derrick Borte. L’attore è un albanese che vive negli USA, dice di essere a posto (forse anche per Trump), avendo Green Card, assicurazione sanitaria e carta di credito di platino. Gestisce un night club, ricicla denaro per un Cartello messicano. Viene rapinato due volte in una settimana e prova a risollevarsi con la meditazione...
In arrivo un altro filmone in cui l’attore tutta rabbia e vulnerabilità torna a sfidare l’impero romano: The Last Druid, ambientato nell’odierna Scozia. «C’è cuore e azione. Vengo da due settimane di combattimenti con le spade». Eppure è un pacifico, anziano uomo celtico che difende famiglia e popolo dall’assalto dei romani che si oppongono alla resistenza della roccaforte nascosta tra le montagne, un po’ alla maniera di Asterix e Obelix.
Crowe tornò al Colosseo per beneficenza con l’ex re Totti. Un giorno confessò di essere laziale, il mondo giallorosso parve capovolgersi. «Really?», fa sornione lui.