Corriere della Sera, 14 giugno 2026
Interessi comuni in trincea
Retorica e interessi. Nell’illusione di poter sensibilizzare le opinioni pubbliche in tanti insistono sul fatto che oggi l’Europa, democratica e liberale, è in condizioni critiche, che i suoi «valori» sono minacciati. Questi appelli, però, rischiano di cadere nel vuoto. In primo luogo, i suddetti valori non sono condivisi da tutti. Dalla Gran Bretagna alla Francia, dalla Francia alla Germania, dalla Germania all’Italia e alla Spagna, maggioranze tiepidamente favorevoli ai principii della civiltà liberale fronteggiano agguerrite minoranze illiberali di destra e di sinistra. Una maggioranza tiepida può essere facilmente sopraffatta da minoranze combattive. Minoranze che, in un’epoca di confusione, con le loro rozze parole d’ordine, conquistano l’attenzione di molti elettori spaventati e disorientati. È possibile che in breve tempo alcune di quelle minoranze siano in grado o di catturare governi o di condizionarli pesantemente. In tale prospettiva, giusto per fare un esempio ovvio, perché mai Putin dovrebbe accettare di chiudere oggi la guerra in Ucraina? Egli sa che, tra non molto, certi suoi amici europei potrebbero essere nella posizione utile per fare venir meno il sostegno europeo a Kiev.
L’impressione è che, nel frangente attuale, metterla sul piano dei «valori» sia inutile o controproducente. Serve di più parlare il linguaggio degli interessi.
I n genere, le persone amano, nelle conversazioni, mostrarsi attente ai grandi problemi pubblici ma in realtà ciò che conta per ciascuno è altro (la sicurezza di cui dispongono lui e i suoi cari, la quantità di denaro che ha nel portafogli, eccetera). Parlare con franchezza il linguaggio degli interessi significa sfidare la tirannia del breve periodo, mostrare alle persone che il loro interesse può essere difeso solo a certe condizioni.
Prendiamo il caso dell’Europa. C’è da sempre una certa retorica europeista che insiste sui «valori»: fare l’Europa significa difendere la nostra civiltà democratica e liberale. Seguono, inevitabilmente, sbadigli. È meglio dire che l’Europa «ci serve» e che senza una cooperazione sempre più stretta fra gli europei, nessuno riuscirà a difendere il suo tenore di vita (di sicuro, non ci riusciranno i nostri figli). Senza l’Europa ci attenderebbe un futuro di decadenza (come ha mostrato ai britannici Brexit) e dunque quelli che cavalcano l’antieuropeismo vendono fumo.
È perché non si è ancora riusciti a convincere un numero sufficiente di europei su quanto i loro interessi siano appesi al futuro dell’Europa che manca la «massa critica» in grado di esercitare una forte pressione sulle classi politiche europee. Senza quella pressione tali classi politiche non faranno quanto oggi servirebbe: trasformare un’Unione afflitta da rigidità burocratiche, non più utile così come è, in una aggregazione più flessibile e dinamica, adatta a tutelare, nelle nuove condizioni, gli interessi degli europei.
Anche nel caso della difesa gli interessi delle persone sono in gioco ma farlo capire è più complicato in assenza di una minaccia esplicita e immediata. Forse, chissà?, anche certi abitanti di Kiev non temevano per la propria incolumità fisica prima del febbraio del 2022. Il problema della sicurezza si pone oggi perché è venuta meno la protezione americana. È tuttavia difficile contrastare la tesi, che piace a certa destra come a certa sinistra, secondo cui investire in sicurezza significa sacrificare pensioni, sanità, eccetera. Come se, senza sicurezza, non venissero compromessi anche benessere e welfare. Tolti Finlandia, Polonia o baltici, Paesi che potrebbero, un giorno, essere invasi dai russi, nel resto d’Europa, per sensibilizzare il pubblico sulla difesa, conviene collegarla alla ricchezza e al benessere, personale e collettivo. Vanno contrastate le falsità propagandate da coloro secondo cui un impero vale l’altro, anzi quello americano è stato il peggiore di tutti, e dunque non è un dramma liberarsi degli americani e mettersi d’accordo con i russi. Se non che, dalla sostituzione della leadership americana con quella russa, deriverebbero ricadute negative sulla vita quotidiana di tutti. È difficile, in assenza di una minaccia immediata, spiegare quale sia il valore della sicurezza. Ma non dovrebbe essere difficile ricordare al pubblico (che ne ha una diretta esperienza) che l’egemonia americana dopo la Seconda guerra mondiale ha coinciso con una fase di grande arricchimento dell’Europa. Il contrario di quello che avveniva nei Paesi dell’Est comunista. Il muro di Berlino non serviva per impedire ai tedeschi dell’Ovest di fuggire ad Est. Altro che «gli imperi sono tutti uguali». Se crescesse sull’Europa l’influenza della Russia, un dispotismo in cui la potenza militare convive con un’economia di rapina, la vita economica degli europei ne risentirebbe pesantemente. Se ciò non avverrà sarà perché l’eccezionale, stupefacente, resistenza degli ucraini avrà impedito ai russi di modificare a proprio favore l’assetto politico del vecchio continente. Resta la regola generale: se non disponi di una solida difesa sei alla mercé dei diktat di qualunque predatore. Se fare appello a una cosa che appare astratta (anche se non lo è) come la sicurezza non ha una efficacia sufficiente, può averne forse collegare la difesa alla preservazione del tenore di vita degli europei.
In conclusione, se si vuole convincere le persone ad appoggiare politiche che sono nella loro convenienza, occorrono concretezza e pochi voli pindarici. Tutto ciò non ha nulla a che fare con i valori, con i principii della società democratica e liberale? Certo che sì. Ma è meglio cercare di mobilitare le persone in difesa di obiettivi che esse possano giudicare coerenti con i loro personali interessi. La difesa dei suddetti principii arriverebbe di risulta, come un effetto collaterale. Gli estremismi non si sconfiggono a colpi di retorica.