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 2026  giugno 14 Domenica calendario

Intervista a Fabio Capello

Fabio Capello, lei nasce ottant’anni fa a Pieris.
«Mille abitanti, quattro giocatori in Nazionale: oltre a me, Blason, Mazzero e mio zio, Mario Tortul, il fratello di mamma».
Nessuno ha espugnato Wembley per la prima volta, come lei. Botta di Chinaglia, Shilton non trattiene...
«Arrivo io e la metto dentro. I tabloid scrissero che a Wembley ci sarebbero stati ventimila camerieri italiani. Gli inglesi avevano promesso di dedicare la vittoria alla figlia della regina, la principessa Anna, che quel giorno si sposava».
14 novembre 1973.
«Alla fine chiesero a me a chi dedicassi la vittoria. Risposi: ai ventimila camerieri italiani di Wembley».
Vinceste pure al ritorno a Torino, 2-0, segnò di nuovo lei. Batteste 2-0 anche il Brasile campione del mondo. Zoff aveva il record di imbattibilità.
«Undici partite senza prendere gol. Eravamo fortissimi».
Lo beccammo da Haiti, all’esordio ai Mondiali del ’74. Eliminati ai gironi. Cosa accadde?
«Si era rotto l’equilibrio nella squadra, è incredibile come ci voglia così poco. Si sono formati due gruppi: Lazio-Napoli contro quelli del Nord. Una delusione terribile. Gli stadi erano pieni di immigrati italiani in Germania, li abbiamo fatti soffrire».
Lei segnò un gol alla Polonia. Mazzola mi raccontò che nell’intervallo era stato incaricato di ammorbidire i polacchi...
«Non me ne accorsi, ma credo sia vero. Loro erano già qualificati, però non ci fu nulla da fare. Vinsero 2-1. Passò l’Argentina per differenza reti».
Lei è friulano.
«Bisiacco. È una piccola parte del Friuli, in provincia di Gorizia, fra l’Isonzo e il Timavo, il fiume che esce dal Carso».
Lei è del 1946. I titini erano arrivati fin lì?
«Purtroppo sì. Ho avuto compagni di scuola a cui il papà è stato portato via e infoibato. A mia moglie, quando ci siamo sposati, raccontavo delle foibe, e lei non capiva. Fino al 1994 non ne parlava nessuno».
Perché si è sempre parlato poco delle foibe?
«Perché nella cultura italiana c’era un’egemonia di sinistra che ha influenzato molto la narrazione. Erano storie che noi sapevamo, storie di confine. Poi la caduta della Prima Repubblica e la discesa in campo di Berlusconi hanno fatto crollare i muri».
Lei è sempre stato molto anticomunista?
«Purtroppo, sì».
Perché purtroppo?
«Non era facile esserlo, con il comunismo dall’altra parte della frontiera. Pensi che, due settimane dopo che sono nato, a Pieris presero a sassate il Giro d’Italia».
Chi tirò le sassate?
«Manifestanti filo-jugoslavi. Non volevano che il Giro passasse da Trieste».
Cosa votava?
«Repubblicano. Poi, Berlusconi».
Suo papà è nato in Ungheria.
«Suo padre, mio nonno Edoardo, nato suddito dell’impero, era emigrato in Ungheria per fare il maniscalco. Ferrava i cavalli. Poi si trasferirono a Vienna. Infine tornarono al paese».
Dalle sue parti passava anche il fronte della prima guerra mondiale.
«Durante le gite sul Carso si trovavano ancora bombe inesplose, arrivavano gli artificieri. Si passava il confine in bicicletta, per andare a fare il bagno a Duino».
Come nasce la sua passione per l’arte?
«Papà mi portava in giro, mi faceva vedere la storia. Alla Biennale, con mia sorella, scoprimmo cose molto forti, difficili da capire. Come le opere di Alberto Burri. Poi l’ho conosciuto, era un grande tifoso del Perugia. Ho una sua cartolina che mi mandò dalla Costa Azzurra: in Francia gli avevano dedicato un francobollo. In Italia no: non era dalla parte giusta».
Gipo Viani la voleva al Milan già da ragazzino.
«Viani venne a Pieris a parlare con mio padre. Che gli disse no: “Grazie, ma ho dato la mia parola alla Spal. Mio figlio andrà alla Spal”».
Il presidente era Mazza.
«Faceva tutto lui: sceglieva i giocatori, veniva in campo per vedere come tiravamo in porta, faceva la tattica, decideva chi marcava chi, stabiliva il menu, sempre risotto alla parmigiana e filetto... Poi Mazza divenne direttore tecnico della Nazionale».
Lei arriva a Ferrara del 1961, e incontra sua moglie, Laura.
«Sul bus. All’inizio mi era antipatica perché parlava sempre, ho pensato: con questa mai. Stiamo insieme da 57 anni».

Ora i calciatori si fidanzano con le influencer.
«Forse un tempo era più un sentimento. Ora è esibizione».

A Ferrara si è diplomato.
«Pensavo di smettere di studiare. Mio padre lo intuì. Prese il treno. Me lo ritrovai di fronte all’improvviso, pensai: chissà cos’ho combinato... Mi portò a pranzo, parlammo di tutt’altro. Al momento di salutarci, mi abbracciò stretto e mi disse soltanto: “Provaci”» (Capello si commuove).
Da giovane lei ha sofferto molto.
«A 18 anni mi ruppi il ginocchio. A 21 anni il menisco con la Roma. Per gli esercizi avevo una scarpa di ferro. Dovevo fare riabilitazione camminando in mare con l’acqua alle ginocchia per ore, a Grado, dove andava anche Pasolini. E giocavamo a pallone insieme».
Pasolini è delle sue parti.
«Un gigante della cultura. Fu lui a inventare la Nazionale Calciatori e Artisti: le prime partite si facevano a Grado, con Gigi Riva. Io volevo parlare di cinema, Pasolini voleva parlare di calcio».
Riva com’era?
«Poche parole, pochi amici, uno era Albertosi. Non dormiva mai, gli allenamenti si facevano nel pomeriggio perché si svegliava alle 11 e dovevamo aspettarlo, era troppo importante».
Meglio Albertosi o Zoff?
«Due grandi portieri. Più completo Zoff, più acrobatico Albertosi, che però non sapeva uscire».
Lei ha avuto quattro allenatori da leggenda: il Mago Herrera, il Paron Rocco, il Barone Liedholm e Oronzo Pugliese.
«Ma molto di quello che so l’ho imparato da Giovan Battista Fabbri, che mi allenava alla Spal. Sa perché ho sempre segnato tanto?».
Perché?
«Perché Fabbri diceva che per segnare bisogna andare davanti alla porta, non stare fuori area: la maggior parte dei gol nasce tra i 10 e i 12 metri. Lo dissi a Ibra, che amava svariare. Cominciò a fare gol».
Herrera?
«Formidabile, avanti anni luce rispetto agli altri. Lavorava su tecnica e velocità. Se in allenamento rallentavi, ti sgridava subito. Tatticamente era carente, ma psicologicamente era molto forte. Sapeva come caricare la squadra».
Liedholm?
«Molto superstizioso. Si faceva dettare la formazione dal mago di Busto Arsizio. Con lui pensavi di poter fare qualsiasi cosa, diceva sempre di sì. Prima però dovevi fare quello che ti diceva lui».
Liedholm sosteneva che i grandi centrocampisti sono della Bilancia o dei Gemelli.
«Io sono dei Gemelli».
Mi raccontò che, quando giocava nel Milan di Nordahl, ebbe la più grande ovazione di San Siro...
«Gliela finisco io: “Noi rimasti in dieci, io preso palla, girato per campo, arrivato vicino a porta, tornato indietro, portato palla venti minuti, poi perso palla...”» (Capello sorride).
Rocco?
«Capiva di calcio, ed era una persona molto diretta. Qualche volta gli piaceva bere, e ci giocava su. Ci faceva fare i giri di campo e ogni volta ne aggiungeva uno. E noi: mister, ce l’ha già aggiunto, doveva essere l’ultimo, si è scordato? E lui: “Me go desmentegà, colpa del vino bianco...”».
Oronzo Pugliese?
«Alla Roma faceva tutte le sere il giro delle case dei calciatori; noi aspettavamo che passasse, e poi uscivamo. Di calcio non capiva molto. Durante la partita correva lungo le linee laterali, in pratica ci inseguiva con la borraccia in mano, e ci incitava in dialetto: currite, strunzàs!».
Gianni Rivera?
«Un calciatore di un altro livello».
È il più forte con cui ha giocato?
«Senza confronti. Grandissime qualità, non faceva pesare la sua leadership. Mi sono sempre trovato molto bene con lui».
E la staffetta con Mazzola?
«Assurda, perché giocavano in posizioni diverse: Rivera più indietro, Mazzola più avanti, in velocità».
Dalla Roma lei passa alla Juve, e la Juve vince lo scudetto del ‘72.
«Fu la rivoluzione. Dalla Roma arrivammo io, Spinosi e Landini, che era un ottimo giocatore, purtroppo aveva l’asma. Da Varese arrivò Bettega. Causio era già fortissimo. Nel ’73 e nel ’75 rivincemmo lo scudetto. Nel ’74 arrivò Scirea dall’Atalanta, l’anno dopo Tardelli dal Como. Tutti giocatori giovani, scelti molto bene da Boniperti. Firmavi il contratto ed eri proprietà del club, non potevi rifiutare un trasferimento».
La cifra la faceva Boniperti.
«Mi disse che dovevo guadagnare come Bettega e gli altri arrivati con me; ma io non volevo prendere meno che alla Roma. Così rifiutai di firmare. Era la prima volta che qualcuno diceva no a un contratto».

Come finì?
«Mi accontentarono».

Com’era Agnelli?
«Un personaggio incredibile. Era come se arrivasse il Papa. Ti dava la benedizione, quindici parole e poi andava via. Restava poco, alle partite, alle cene; però c’era sempre. Ci dava del lei. Una volta mi disse che avevo nostalgia di Roma; in effetti avevo faticato a integrarmi».
Nel ‘76 lo scudetto lo vinse il Toro, e lei andò al Milan.
«Quello scudetto lo regalammo. Eravamo in vantaggio di 5 punti a poche partite dalla fine, e ci siamo rilassati. Al mio posto arrivò Benetti».
Ha sofferto a lasciare la Juve?
«Direi di no. In certi club capisci che sei dentro una scuola di mentalità vincente, con un’organizzazione fortissima. Sono posti dove respiri un’atmosfera particolare: senti subito che devi vincere. Non fai nulla di straordinario, devi solo fare il tuo. A Roma ci provi; alla Juve vincere è un’abitudine. Se non vinci, te ne vai».
Nel ’79 lo scudetto della stella con il Milan.
«È stata per tutti una grande soddisfazione, un traguardo necessario. Vincemmo perché eravamo uniti, anche se non eravamo i più forti».
E smise.
«Ero arrivato. Ho fatto molti sacrifici per arrivare a 34 anni; poi basta. La fortuna è che mi è stato proposto subito di fare l’allenatore. Ho cominciato con i ragazzi di 15 anni, poi quelli di 17».
E arriva Berlusconi.
«Mi affidò la prima squadra al posto di Liedholm, vinsi lo spareggio con la Samp per andare nelle Coppe, e lasciai il posto a Sacchi. Berlusconi mi mandò alla Mediolanum, mi occupavo di altri sport, di hockey. Ma aveva promesso di richiamarmi».
La richiamò, e vinceste quattro scudetti.
«Mi chiese se me la sentivo, perché voleva cambiare quattro giocatori importanti. Risposi: perché vuole cambiarli? Sono tutti forti. Li ho riuniti e ho chiesto: davvero non avete più voglia di vincere? Così ricreammo il gruppo».
Nel 1994 il suo Milan vinse il campionato facendo solo 36 gol in 34 partite, ma prendendone appena 15.
«Gli olandesi erano fortissimi in attacco, ma la vera forza del Milan è sempre stata la difesa: Maldini, Tassotti, Costacurta, Filippo Galli, Baresi».
Era più forte Scirea o Baresi?
«Erano diversi. Nel difendere Baresi era nettamente più bravo. Scirea era un libero che sapeva giocare a centrocampo. A livello di qualità del gioco, Scirea era superiore».
Che ricordo ha di Berlusconi?
«Eccezionale. Uno che realizzava i sogni. Tutti cercavano di fare televisione; lui c’è riuscito. Voleva la squadra di calcio più forte del mondo; e c’è riuscito. Era molto rispettoso e generoso, ha aiutato tutti quelli che poteva aiutare. L’ho sempre visto con un pezzo di carta in mano: voleva sapere cosa pensavano gli altri, si appuntava tutto. Io l’ho poi fatto con le squadre: chiedevo cosa volessero i giocatori, cosa gli piaceva e cosa no. Non volevo yes men».
E Berlusconi in politica?
«Una volta mi disse che doveva andare a Roma a mettere tutti d’accordo. Non riusciva a essere decisivo. Questa necessità di trovare sempre un compromesso lo fermava».
Dopo di lui chi ha votato?
«Lega e Forza Italia. Ho ancora il confine vicino».
Qual era il suo rapporto con i numeri 10? Baggio nel nuovo libro si lamenta degli allenatori che non lo capivano.
«Dopo Rivera, Baggio era il più bravo di tutti. Ma aveva un enorme problema alle ginocchia e non riusciva ad allenarsi. Per gli altri era difficile accettare che uno che non si fosse allenato durante la settimana potesse giocare 90 minuti. Adesso, con cinque sostituzioni, sarebbe più semplice. Oggi paradossalmente Baggio giocherebbe di più».
Lei è mai entrato per far male a qualcuno?
«Beh sì, era normale. Adesso i giocatori sono molto più tutelati».
C’è stato un momento in cui nella sua Juve neppure Del Piero era più titolare.
«Quando hai tre giocatori molto forti, come Trezeguet, Ibra, Del Piero, devi fare una rotazione».
«Baggio aveva più inventiva, creava più occasioni. Tra gli italiani Del Piero lo metto al terzo posto, a pari merito con Totti».
Nella sua Roma Totti giocava con Cassano.
«Cassano aveva più qualità negli ultimi venti metri. Totti quando riceveva la palla a centrocampo era di un altro livello».
Si racconta che a Cassano lei abbia rifilato uno scapaccione.
«Ma no. Sarà stato uno scappellotto, a fin di bene. Cassano era un talento vero, ma ascoltava poco. A Madrid sentiva che non poteva esprimersi come al solito: pure lui, così guascone, percepiva il terrore del Bernabeu. Anche se non voleva ammetterlo».
Vi sentite ancora?
«L’altro giorno ci siamo parlati al telefono. Lui mi ha richiamato per dirmi che i figli erano stupefatti: “Papà, chi è questo signore a cui dai del lei?”».
Capello era considerato un duro, un sergente di ferro.
«Non direi. Per me la questione era il rispetto. I ritardi, la maleducazione non erano ammessi. Se questo vuol dire essere un sergente di ferro, allora sì, lo ero. Alla Roma cominciai a raccogliere le bottigliette d’acqua che i calciatori gettavano via; se ne accorsero, e non lo fecero più».
La ricordo commentatore ai mondiali in Messico nell’86. Dopo il secondo gol al Belgio lei invocò: «Palla a Maradona, per piacere!».
«Quando davi la palla a Maradona vedevi qualcosa di unico. Come Pelé. Io ho giocato con Pelé in America, nel 1976: torneo del Bicentenario, Italia-Inghilterra-Stati Uniti, lui era con gli Stati Uniti. Per tutta la partita fece pochissimo. A dieci minuti dalla fine prese palla e ribaltò il match. Maradona, Pelé e Messi sono i tre geni della storia del calcio. Hanno fatto cose che gli altri non osano neanche pensare».
Chi è stato il più grande?
«Non riesco a scegliere. Sono nati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro. Ogni vent’anni nasce qualcuno che calcisticamente inventa qualcosa di nuovo».
Chi metterebbe al quarto posto?
«Ronaldo il fenomeno. Anche se per vincere l’ho dovuto mandare via».
Come mai?
«Ronaldo arriva infortunato al Real Madrid e un po’ mal messo, un po’ gordo, come dicono gli spagnoli».
Grasso.
«Gli chiedo quanto pesava ai mondiali in Giappone, che aveva vinto. Mi risponde: 84 chili. Era arrivato quasi a 94. Era un leader negativo: portava i compagni a far baldoria tutte le sere. Così con il presidente del Real decidiamo di mandarlo via. Mi chiama Berlusconi, mi chiede un parere, gli dico che era il giocatore più forte che avessi mai allenato. Il giorno dopo leggo la Gazzetta: Ronaldo al Milan».
Lo prese subito.
«L’aveva già preso Galliani. Berlusconi mi aveva chiamato solo per capire che giocatore fosse».
Ha giocato pure con Crujff.
«Un giocatore di grandissima qualità, molto altruista. Nel ’73 ho avuto la fortuna e la sfortuna di giocare contro di lui a Belgrado con la Juve, finale di Coppa Campioni. Ci dominarono».
Si prese la rivincita da allenatore con il Milan, battendo nella finale di Champions del ’94 il Barcellona di Crujff.
«Da tecnico lui è stato molto bravo, ma anche un po’ spocchioso. Aveva una certa superbia, come tutti gli olandesi. È difficile spiegare a un olandese qualcosa di diverso; è sempre lui che ti spiega cosa devi fare».
Ad esempio?
«Faccio comprare Seedorf. Aveva 19 anni, lo porto dalla Samp al Real Madrid. Dopo cinque partite, durante l’intervallo, dico ai ragazzi: non parlate di quello che è successo in campo; ora vi dico cosa dovete fare. Si alza Seedorf e comincia a dire la sua, a spiegare come si deve muovere la squadra. Mi alzo, vado da lui, mi tolgo la giacca e gli dico: ecco, avete un nuovo allenatore».
Van Basten era così?
«No. Era molto serio, molto attento, molto educato».
Il suo vero miracolo è lo scudetto con la Roma del 2001.
«Il presidente ha creduto in me. Ci serviva un centravanti e abbiamo chiamato Batistuta, anche se sapevamo che aveva problemi alle ginocchia. Abbiamo costruito una grande squadra. Io non ho mai avuto un procuratore, non volevo dare una percentuale del mio guadagno a qualcuno. Lo dissi anche a Totti, credo che ci abbia ragionato su».
Lei non andò alla festa scudetto.
«Una brutta cosa, mi è rimasta dentro. Avevamo rischiato di perdere lo scudetto durante l’ultima partita di campionato contro il Parma, per colpa dei tifosi che avevano invaso il campo; mi sono arrabbiato come mai in vita mia. Alla fine chiesi: dove festeggiamo? Mi dissero: da nessuna parte. Festeggiamo giovedì, perché ci sono i politici. I politici? Avevo già prenotato l’aereo per il Perù. Partii per il Perù».
Al Real Madrid lei è andato due volte. Ogni volta ha vinto la Liga e ha lasciato. Perché?
«La prima volta avevo 43 anni, è stata un’esperienza interessantissima. Me ne andai perché mi chiamò Berlusconi e mi chiese di rientrare al Milan. Fu un errore; ma volevo restituire qualcosa all’uomo cui dovevo tutto. La seconda volta eravamo a nove punti dal Barcellona e nessuno pensava potessimo vincere. Avevano già ingaggiato il nuovo allenatore. Parlai con i ragazzi: “Io credo che non valiamo meno del Barcellona. Proviamo a vincerle tutte”. Le vincemmo tutte. Conquistammo la Liga. E mi mandarono a casa».
Ibra ha raccontato che quando arrivò alla Juve lei lo accolse leggendo la Gazzetta dello Sport, senza neanche salutarlo.
«Non è vero. Se c’è una cosa a cui tengo è l’educazione. Nelle prime riunioni con ogni squadra nuova dicevo ai ragazzi che se mi volevano vedere arrabbiato avrebbero dovuto trattare male lo staff: massaggiatori, camerieri, magazzinieri. “Vi farebbe piacere se queste persone fossero vostri parenti e venissero trattate male? Allora cercate di essere rispettosi”».
E a Ibra riferì il vecchio consiglio di Fabbri: stare davanti alla porta.
«Gli dissi che a me non interessava il circo che faceva per gli spettatori; a me interessava che facesse gol. Venne Raiola a dirmi che rompeva le mani ai portieri. Risposi che per il momento aveva rotto solo i cristalli della palestra».
Alla Juve vi revocarono due scudetti.
«Eravamo talmente più forti degli altri che non avevamo bisogno di aiuti di nessun genere. Le chiacchierate con gli arbitri le facevano tutti. Noi le facevamo forse più intensamente».
Di Moggi cosa pensa?
«Uno che capiva di calcio. Ovunque andava costruiva squadre molto buone. Ha sempre cercato di fare gli interessi della società, non i suoi personali. Ancora adesso ho grande rispetto e grande amicizia per lui».
Lei ha allenato anche la Russia.
«Sono stato benissimo, mi sono innamorato di Mosca. Andavo a vedere ogni partita viaggiando in aereo, avevo un autista che mi seguiva ovunque. Portai la Russia ai Mondiali in Brasile. Poi ci qualificammo per l’Europeo, ma perdemmo in casa contro l’Austria. Mentre stavo andando in aeroporto per tornare in Italia, mi richiamarono negli uffici di Mosca e mi licenziarono, senza spiegazioni. Queste sono le decisioni prese da una dittatura».
E in Cina?
«Incredibile. Per le riunioni tecniche avevo sei interpreti. Uno parlava spagnolo, uno inglese, due italiano...».
Perché due per l’italiano?
«Perché uno era il mio interprete personale, e si rifiutava di fare da interprete per i giocatori, che ne avevano un altro. Alle riunioni con il presidente non volava una mosca e il vice era dietro di lui, sempre. È un mondo dove chi comanda lo fa in maniera molto dura. Un regime».
Come mai tornò dalla Cina?
«Perché mia moglie, a differenza del solito, non aveva potuto seguirmi, per motivi di salute. Non sopportavo di sentirla piangere al telefono. Quella volta il presidente capì».

Perché l’Italia non si qualifica più ai Mondiali?
«Perché ci siamo innamorati della tattica. Abbiamo cercato di copiare il guardiolismo senza avere i giocatori adatti».
Il tiki-taka. Il possesso palla.
«Nei settori giovanili si fa troppa tattica e poca tecnica. Insegnare la tecnica è più difficile, richiede tempo e pazienza. Licenzierei quegli allenatori che fanno solo tattica ai bambini».
Se dovessero darle come ultimo incarico quello di ricostruire la Nazionale?
«Per sentirmi dire vecchio rimbambito? No, grazie».