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 2026  giugno 13 Sabato calendario

Israele avverte: «Se serve, noi agiremo da soli»

Al presidente che ipotizzava un ritiro dalle elezioni previste in autunno, ha risposto il partito del primo ministro: smentendolo. Neppure su una questione esistenziale per lui (la sopravvivenza politica) Bibi in questi giorni osa contraddire Donald. Vuole però dimostrare agli israeliani di essere ancora padrone in casa sua, visto che alla Casa Bianca ormai sembra doversi muovere come un ospite meno ascoltato. Così Benjamin Netanyahu sta pensando di cancellare le primarie nel Likud per evitare di presentare al voto candidati controversi, vuole arrogarsi come in passato il diritto di scegliere chi correrà sotto al suo nome. Il segno che per ora non è intenzionato a rinunciare a quel posto in cima alla lista.
Ai sostenitori nella destra deve anche dimostrare di essere ancora padrone in quel condominio litigioso che è il Medio Oriente, aveva promesso di ristrutturarlo, addirittura di ricostruirlo a nuovo, adesso fonti anonime ammettono parlando con Ben Caspit – tra i giornalisti più seguiti in Israele – che «questa intesa tra gli americani e gli iraniani sarebbe un disastro per noi». Prima del tramonto e l’inizio dello shabbat, il giorno più sacro della settimana per gli ebrei, Netanyahu ha rilasciato un solo commento ufficiale in cui non menziona l’eventuale accordo ma ricorda a Trump quelli che erano i patti tra loro: «Fino a quando sarò il primo ministro, l’Iran non avrà mai la bomba atomica. Io e il presidente siamo d’accordo su questo punto. Per oltre trent’anni sono stato in prima linea nella battaglia internazionale contro il programma nucleare di Teheran. Che sta macchinando per distruggere lo Stato ebraico: ho dedicato la mia vita a impedirlo». Il leader americano l’avrebbe rassicurato al telefono, secondo il telegiornale del Canale 12: «L’accordo è buono. È tempo di terminare questo conflitto».
Il premier manda all’avanguardia Israel Katz, il ministro della Difesa, perché ripeta a Trump quali sono le «linee rosse» per il governo a Gerusalemme, perché provi a ostentare il muso duro con l’alleato: «Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza a Gaza, in Libano e in Siria. Il presidente sta portando avanti un accordo in base agli interessi americani, compreso quello comune con Israele, ovvero impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Dobbiamo garantirci di poter agire in modo indipendente contro questa minaccia: io e il premier abbiamo dato l’ordine all’esercito di prepararsi per possibili nuovi attacchi».
L’obiettivo è togliersi di dosso l’uniforme del protettorato che combatte solo quando il comandante in capo dall’altra parte dell’oceano lo permette. Soprattutto in questi tre anni di guerra permanente Netanyahu ha ribaltato la dottrina militare di David Ben Gurion, il padre fondatore della nazione, convinto che un piccolo Paese potesse impegnarsi solo in scontri rapidi senza dilatare il dispiegamento di un esercito formato soprattutto di riservisti, con famiglia e un lavoro.
Dagli eccidi del 7 ottobre perpetrati da Hamas nel sud di Israele, Tsahal resta invece posizionato in oltre il 60 per cento della Striscia, continua ad operare sempre più in profondità nel sud del Libano, ha installato degli avamposti in Siria e – per la prima volta dalla firma degli accordi di Oslo – ne ha costruito uno a Jenin, nel nord della Cisgiordania, in un’area che dovrebbe essere sotto il controllo unico dell’Autorità palestinese.