Corriere della Sera, 14 giugno 2026
La «babele» della sinistra sull’ossessione patrimoniale
Per sintetizzare al massimo, partendo dalla sinistra e andando lentamente verso il centro, tra le due sponde del Campo largo che sembrano sempre più lontane di quanto magari non siano davvero, forse: ci sono i favorevolissimi (Avs tendenza Angelo Bonelli) e i favorevoli (Avs tendenza Nicola Fratoianni), quelli che «non può essere più un tabù» (Pd tendenza Elly Schlein) e quelli che «però ci fa perdere le elezioni» (Pd tendenza Romano Prodi), quelli che ora no (5 Stelle tendenza Giuseppe Conte) e quelli che invece sì (5 Stelle tendenza Chiara Appendino), quelli che giammai (Matteo Renzi, Italia viva), quelli del «dipende» (Ernesto Maria Ruffini) e, arrivati in extremis, pure quelli del «non parliamone più» (Alessandro Onorato al battesimo di Impegno civico, ieri l’altro).
L’eterno dibattito
Semi-rovesciamento clamoroso della vecchia storiella della Sora Camilla («Tutti la vogliono, nessuno se la piglia»), il dibattito sulla patrimoniale nessuno lo vuole ma basta un niente perché se lo piglino un po’ tutti, attaccato come un chewing-gum sotto una scarpa, in un centrosinistra che così ripiomba – all’alba di quella che è l’ultima estate prima delle prossime elezioni politiche – dentro una delle sue più antiche ossessioni: quella sulla tassa che divide al solo nominarla, prima che ci si possa chiedere chi tassare, come e quanto farlo, dove e magari persino perché.
Angelo Bonelli, indomito leader dei Verdi che nell’ultimo periodo ha visto aumentate visibilità e centralità, si sgola da sempre per portarla avanti. «Una patrimoniale sui super ricchi è assolutamente necessaria» (2024), anzi «imprescindibile» (ottobre 2025) e se c’è un problema col nome allora «troviamo un altro nome» (maggio 2026). Nicola Fratoianni, che all’epoca del contestatissimo manifesto «Anche i ricchi piangano» di vent’anni fa era l’astro nascente di Rifondazione comunista e ricorda perfettamente i tormenti di quel pezzo di partito che se ne dissociò (leggasi Nichi Vendola), la pensa allo stesso modo del socio di Alleanza Verdi e Sinistra ma con un atterraggio più morbido: «La patrimoniale è di buon senso anche perché il ceto medio è stato massacrato dal governo Meloni».
Il «tabù» del Pd
Il Pd, baricentro della coalizione, è attraversato dalla burrasca che va di pari passo con le uscite di un pezzo di ceto politico che oggi guarda al centro (Elisabetta Gualmini ad Azione, Marianna Madia verso Italia viva, Pina Picierno col suo Spazio pubblico). Elly Schlein ha rilanciato l’antica proposta che divideva anche il centrosinistra ulivista della fine degli anni Novanta, ribadendo un po’ a sorpresa quello che aveva sempre dichiarato: «La patrimoniale non può essere un tabù». E incassando in cambio la gelida risposta di Romano Prodi, secondo cui è vero, «la patrimoniale sarebbe bellissima ma non si può fare» perché «fa vincere la destra».
La tempesta nel M5S
La tempesta dentro i 5 Stelle sulla patrimoniale è esplosa appresso a un fulmine arrivato quasi a ciel sereno. Apparentemente allineato dietro i «non è all’ordine del giorno» e i «non se ne parla» proferiti negli ultimi mesi da Giuseppe Conte, il Movimento s’è risvegliato con la linea uguale e contraria affidata da Chiara Appendino a un’intervista a La Stampa: «La patrimoniale va fatta. Conte è contrario? Molti dei 5 Stelle la pensano come me».
I no convinti
Dentro Italia viva non si muove foglia oltre la posizione di Matteo Renzi, che la considera «un errore tattico e strategico», insomma «un autogol». Ernesto Maria Ruffini, uno di quelli che sta cercando uno spazio al centro col progetto Più uno, batte il tasto di quanto sia disatteso il principio costituzionale della progressività delle imposte a tutto vantaggio della proporzionalità, che invece in Costituzione non c’è. «Bisogna rivedere la tassazione Irpef, aumentare le aliquote perché non è possibile che a chi guadagna 50 mila euro sia applicata la stessa aliquota di chi guadagna milioni e milioni», scandisce l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate. Sì, ma la patrimoniale? «Dipende da che cosa si intende per tassare i patrimoni. A me piacerebbe un piano che consenta alla sinistra di rivincere le elezioni. Ma credo che parlare della patrimoniale sia il modo peggiore per raccontarlo».
L’ipotesi di cambiarne il nome per ribattezzarla «Pippo o Topolino» era già stata messa a verbale da Bonelli nel corso degli anni ed evidentemente non è stata accolta. Mancava quella che riporta al «non parlarne mai più». Ha rimediato ieri l’altro Alessandro Onorato, durante il varo di Impegno civico: «Facciamo un patto. Nessuno parli mai più di patrimoniale, che peraltro non colpirebbe mai chi fa davvero guadagni spropositati ed è pronto a scappare all’estero». Senza chiudere gli spazi per l’ennesimo distinguo, l’ennesima spaccatura, l’ennesima discussione sulla perenne ossessione. Che sono sempre, irrimediabilmente, nascoste dietro il prossimo angolo.