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 2026  giugno 12 Venerdì calendario

Intervista a Milo De Angelis

«La poesia rappresenta un’esattezza che non è di questa epoca, ma a differenza del chiacchiericcio imperante quando viene alla luce porta con sé la verità». Milo De Angelis, 75 anni, milanese, poeta considerato tra i più importanti, è a Bologna per intervenire stasera al festival Biografilm.
Di cosa parlerà?
«Di come ho cominciato».
E come ha cominciato?
«Scrivendo le Poesie dell’inizio (1967-1973) pubblicate solo di recente da Mondadori. Un lavoro su testi sparsi e fortunosamente recuperati grazie alla premura di Angelo Lumelli, amico poeta scomparso. Una raccolta di poesie inedite che avevo scioccamente buttato. Un tempo volevo che il mio primo libro Somiglianze non avesse nulla alle spalle».
Cosa ha ritrovato in quelle poesie?
«Il ragazzo che ero, che continua a parlarmi e a chiedermi se siamo riusciti a realizzare il nostro sogno, a uscire dal silenzio, a trovare la parola per evadere dalla camera buia da cui veniamo. Sento ancora la stessa esigenza di approdare alla parola, come a un porto in cui gettare l’ancora».
Lei che vive a Milano cerca un porto di mare?
«Il mio è il porto sepolto di Ungaretti, che rappresenta il segreto dell’anima. Ho vissuto anche a Parigi e a Roma. Mio padre era genovese ed innamorato del mare. Milano è presente nella mia poesia, ma è quella di periferia, dei campetti di calcio dell’hinterland. Lo dico da milanista, anche se molti poeti seguaci di Vittorio Sereni sono interisti».
Qual è la sua Milano?
«Ora la Bovisa, da ragazzo Porta Venezia e Parco Lambro. Una città che avverto come minacciosa, poco confidenziale, piena di solitudine, ma in cui è possibile mimetizzarsi dentro al flusso dei milanesi impegnati ad andare sempre da qualche parte. Non mi piace la Milano illuminista di Verri e Beccaria, ma quella fiabesca degli scapigliati, di Testori, Buzzati e Loi. La città meno concreta e meno vistosa».
Come l’ha vista cambiare?
«Non vedo tanto i cambiamenti, quanto le permanenze. Avverto sempre la grande lezione manzoniana e la dimensione rilevante delle periferie, che sono un ricco e vario mondo a sé».
Com’era fare il poeta negli anni ’70?
«Un periodo unico e irripetibile. Nel bene per la promessa di cambiamento e nel male perché la poesia era considerata ancella della politica. Mi sentivo a disagio perché sembrava che per scrivere bisognasse chiedere il permesso e dimostrare l’utilità di quel lavoro. Oggi non è così, non si sente alcun bisogno di appartenenza a un movimento e c’è più libertà».
Nella sua poesia non c’è politica?
«Non sono mai stato uno che parte dalla realtà, ma cerco di arrivarci se mai affrontando un cammino ad ostacoli. Ho sempre trovato la poesia civile occasionale e salottiera, malata di narcisismo e solipsismo. Una messa in scena dell’io».
Lei dove cerca la poesia?
«In quello che Baudelaire chiamava il non condivisibile, come la solitudine senza appello».
Solo la poesia può dare voce a questo?
«Sì, è la parola giusta per il silenzio tra le note. La poesia prima di esprimere qualcosa deve cercare il nome adatto».
Metrica e stile quanto contano?
«Molto, con la mia seconda raccolta Millimetri c’è stata come una frattura e nei libri seguenti sono arrivato a una musica più distesa e narrativa. Ma la parola resta l’ingrediente fondamentale: il lettore deve percepire che quella scelta è l’unica possibile».
C’è un altro ingrediente segreto?
«Conta il ritorno dei luoghi amati. L’ascolto dei posti che chiamano e richiamano. Il cammino in avanti è lo stesso che indietro. Più che la fondazione di un nuovo linguaggio a me interessa disvelare quello che ci aspetta da sempre».
Quali poeti l’hanno ispirata di più?
«I primi amori alle elementari furono Pascoli e Leopardi, con cui ho parlato più che con i miei genitori. Avvertivo la loro severità benefica. Poi è venuta la scoperta di Montale, degli ermetici, di Baudelaire e Rimbaud».
Di Baudelaire ha pure tradotto I fiori del male, com’è andata?
«Tradurre significa sottrarre alla morte un testo che altrimenti scomparirebbe, fare da guardiani del confine tra due lingue, trasportare la verità da una parte all’altra. Tante traduzioni mi sembravano un calco, mentre si tratta di portare una parola nel vivo di un’altra lingua. Nel caso di Baudelaire ho cercato di rendere tutta la sua grandezza e i suoi contrasti».
Come mai ha tradotto anche il De rerum natura di Lucrezio?
«Mi ha sempre colpito il suo senso dell’infinito, l’apertura cosmica, lo smarrimento, la dimensione delirante e onirica. Niente di bucolico e sereno, ma la mortalità imminente».
Lei alterna traduzione e poesia?
«Tra un libro e l’altro c’è molto silenzio, ora traduco Le metamorfosi di Ovidio e intanto prendo appunti e a poco a poco si forma una poesia a mia insaputa. Bisogna aspettare che l’ispirazione faccia il suo giro».
Alla base c’è sempre una ricerca di verità?
«È il cuore della poesia. Non serve decorare o indugiare, ma una freccia dritta e implacabile».
C’è anche un aspetto religioso?
«Un senso dell’assoluto e dell’infinito, ma in senso laico o se mai pagano».
E una dimensione tragica?
«Un senso dell’incompiuto, senza depressione o malinconia. È semplicemente la condizione umana. Come nel film Il grido di Michelangelo Antonioni».
È possibile fare solo il poeta?
«Economicamente no, infatti ho insegnato italiano e storia in carcere per anni, ma il mio pensiero fisso è sempre stato la poesia. Anche in carcere invitavo poeti. La poesia del resto aiuta a conoscersi e a trovare dei valori assoluti non occasionali».

Ha mai pensato di fare altro?
«Fin da bambino i miei racconti si soffermavano sui dettagli, sulle parole, e non finivano mai. La poesia è sempre stata la mia forma preferita».
Concorda con Shelley per cui i poeti sono i non riconosciuti legislatori del mondo?
«Sì, penso che siano portatori di una verità bruciante che viene capita solo successivamente. Sono martiri compresi dopo la loro morte. Sono eroici scrutatori di abissi che passano la staffetta di una grande storia cosmica che si concluderà dopo di loro».
C’è una nuova generazione di poeti?
«Sì, i poeti degli anni ’90 sono molto attenti al dramma, alla ferita e all’incompiuto. Penso a Giovanni Bello, Stefano Bottero e Alessandro Anil».
La poesia resiste nell’era dei social?
«Resta un argine in questo mondo logorroico ricordando l’economia della parola».
Resisterà anche all’Ai?
«È resistita millenni e non sarà certo l’Ai a fermarla. Anche perché la poesia ha poco a che fare sia con l’artificio sia con l’intelligenza. Dino Campana non era tanto intelligente, quanto veggente. La poesia è brancolare nel buio in cerca di una profezia».