la Repubblica, 12 giugno 2026
Domenico Iannacone riflette su sé stesso e il suo nuovo programma
Non giudica ma ascolta; non cade nel facile pietismo, cerca soluzioni. Domenico Iannacone riempie i silenzi con la forza dell’empatia, ti accompagna nelle vite degli altri. Lo fa da sette anni, con il programma di Rai3, Che ci faccio qui. Ha raccontato le periferie, la fatica, la dignità di chi ha poco per vivere, la perdita della salute mentale, il coraggio di chi vuole cambiare le cose, come la professoressa Eugenia Carfora, che ha ispirato la serie La preside con Luisa Ranieri. Dal 16 giugno (alle 21.15) arrivano quattro nuove puntate, commoventi e piene di grazia, con un sottotitolo, Quel che resta dei giorni (ispirato al titolo del romanzo Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro), che spiega tutto. Sono gli ultimi giorni, si parla del corpo che cede, di malattia e cura, delle scelte che vorremmo e non possiamo fare, di fine vita. Tv neorealista, una lunga carriera su Rai3 (Okkupati, Ballarò, W l’Italia in diretta, Presa diretta con Riccardo Iacona, Vacanze d’Italia, I dieci comandamenti), Iannacone, giornalista esploratore dell’umanità, 64 anni, nato a Torella del Sannio, in provincia di Campobasso, non ha mai tradito il suo stile. Una rarità.
“Che ci faccio qui” è senza punto interrogativo. Cosa la guida?
«Il flusso emozionale, che vive anche il mio montatore; il pensiero che quello che facciamo abbia un valore. Le cose che ci colpiscono sono quelle che, a distanza di giorni, tornano a farci emozionare. Capita con il cinema, i film. Anche la tv dovrebbe fare questo».
Gli incontri la sorprendono?
«Non puoi catalogare la vita. Ogni volta, un percorso umano smentisce le mie convinzioni. Questo mi affascina, mi rende vivo. Le storie sono mondi lontani che arrivano nelle case delle persone che ci seguono. Cosa mi resta? Un alfabeto dei sentimenti».
Il suo, in fondo, è un programma politico. Mostra le cose, anche per cercare soluzioni. Fa male sentirsi impotenti di fronte a certe storie?
«Questa domanda me la pongo sempre, per quello che faccio e per il dopo. Il programma è politico, le istanze che muovono le mie storie sono una rivendicazione dei diritti mancati. Quando, alla fine, le cose non cambiano, ti senti impotente. La nostra piccola redazione si trasforma in un ufficio di collocamento. Il lavoro inizia dopo la messa in onda, e mi riconcilio».
In che senso?
«Se non incido, mi sento impotente. Quindi, per ogni storia, io debbo salvare una persona, così mi riconcilio con un mestiere che si dimentica dell’umanità».
Rappresenta la Rai3 che fa servizio pubblico. Come si trova in questa Rai?
«Male. Sa per quale motivo? Perché si è creata una polarizzazione delle tematiche: o si è bianco o nero, come se non ci fossero sfumature. Vale per la tv contemporanea, che semplifica tutto e riduce la complessità. Diventa tutto contrapposizione o slogan. Invece la realtà è piena di contraddizioni, dubbi, sfumature».
Il suo modo di raccontare si prende i suoi tempi, è quasi un’anomalia.
«La televisione, per come la intendo io, non deve avere paura dei silenzi e della lentezza. Se acceleri, di per sé, nascondi la verità di chi parla. La tv guarda le persone, io provo a stare con loro. Non cerco storie esemplari, ma vere: provo a ridurre la distanza con chi ascolta».
Ha sempre voluto fare questo lavoro?
«Sempre. Quando venni a Roma, in disaccordo con la mia famiglia, all’inizio ho scaricato le cassette ai mercati generali, ho fatto il cameriere, ho lavato i cani. Era un modo per emanciparmi e perseguire la mia strada».
Fa tv neorealista?
«Dico sempre che il neorealismo mi ha permesso di fare quello che faccio. Ho scelto questo mestiere dopo aver visto Ladri di biciclette, per il cinema di Vittorio De Sica».
Il suo speciale su Eugenia Carfora ha ispirato la serie “La preside”: come le è sembrata?
«La serie ha usato la mia puntata come canovaccio, la fiction ha una spinta a creare stereotipi, ma ho ritrovato la vitalità di Carfora in Luisa Ranieri. Lei e Luca Zingaretti avevano visto la puntata e hanno trovato in quella donna una specie di fuoco sacro. L’hanno restituito».
La nuova stagione di “Che ci faccio qui” riflette sulla morte.
«Sono partito da domande molto semplici: cosa racconta il nostro corpo quando la vita ci mette a dura prova? Parliamo delle terapie del dolore, ho girato in Molise, a Larino, nell’unico hospice della regione che accompagna le persone nell’ultimo tratto dell’esistenza. Non si tratta di guarire, ma di prendersi cura del dolore, senza negarlo».
Affrontate il fine vita?
«Anche le cure palliative hanno a che fare con la vita. Ci sono attimi in cui si cristallizza ogni sguardo, ogni rapporto. Tutte le persone che ho incontrato lì sono morte, sono entrato dentro le loro storie e nel valore della dignità. In certe situazioni, dovremmo poter scegliere come andarcene».
Che riflessioni ha fatto?
«Che spendiamo tanto tempo per le cavolate. La morte fa paura, è naturale. Uno psicologo della struttura mi ha detto: “Sto qui da 15 anni e non mi sono abituato alla morte perché anche io, pur avendo gli strumenti, ho aspettato prima di portare qui mia madre”. Il dolore si espande da chi se ne va a chi resta».
“Che ci faccio qui” è diventato anche uno spettacolo teatrale.
«Andare in scena mi ha permesso di non terminare il mio racconto, porto avanti il senso dell’umano. Mi piace l’incontro con le persone, è come se fossi un cantastorie. Sono stato molto amico di Andrea Camilleri, quando cominciai I dieci comandamenti gli spiegai che mi ispiravo al Decalogo di Kieslowski. Mi disse che capiva bene il progetto, che era una tv con un passo diverso e di andare dritto per la mia strada».