corriere.it, 12 giugno 2026
David Rush e i 40 milioni in lingotti rubati alla Cia
David Rush è l’uomo d’oro. La sua storia è buona per un seguito di Goldfinger e senza bisogno di scomodare i maghi di Hollywood o la fantasia di uno scrittore. Anche se si fatica a credere che sia riuscito a gabbare il suo datore di lavoro, la Cia, in modo così facile.
Ma, come mi ha ripetuto spesso uno del mestiere, mai sorprendersi del fattore umano, delle debolezze e dell’avidità di chi sta nel mondo delle ombre.
Riecco Rush, 49 anni, sposato, membro dal 2009 del Direttorato Scienza e tecnologia dell’agenzia spionistica. Uno dei dipartimenti più affascinanti, sensibili, coinvolti in progetti che ufficialmente non esistono. Sono gli Special Acces Programs, in gergo SAP: solo pochi vi hanno accesso e devono avere le credenziali necessarie per accedervi. Per i suoi superiori Rush le aveva, infatti partecipava a un piano sulla Cina, forse sui sottomarini nucleari. Ma, allo stesso tempo, ne ha creato un altro. Finto.
Un SAP per il quale ha chiesto ed ottenuto 303 lingotti d’oro per un valore 40 milioni, altri due milioni in contanti, una trentina di orologi pregiati. Beni che sono finiti nell’abitazione del funzionario ad Ashburn, in Virginia, sottratti all’intelligence con destrezza e trovati (pare solo in parte) dopo una perquisizione dell’Fbi seguita dall’arresto di questo ladro particolare.
Le indagini hanno appurato – per quanto si sa – che Rush ha ottenuto la collaborazione di due colleghi, compreso uno che gli avrebbe consegnato il tesoretto. Al momento lo status di questi funzionari è al centro dell’inchiesta, si deve capire se c’è stata complicità oppure anche loro sono stati raggirati dal truffatore. Del resto, le regole attorno ai SAP sono strettissime, vige il massimo livello di segretezza, guai (sulla carta) a violarlo. E la classificazione ha agevolato la manovra di Rush: ha fatto credere che il malloppo dovesse servire a fini «istituzionali», quel tipo di valori sono i «pezzi tradizionali per missioni clandestine. Era una menzogna.
Passato e presente di Rush sono stati rivoltati come calzini, gli investigatori hanno ripreso in mano il file dell’arrestato, sono andati alle origini, hanno attuato controlli incrociati. Quelli che avrebbero dovuto fare molto prima, quando ha presentato la domanda di assunzione. Ed è uscito di tutto.
In breve tempo hanno scoperto di avere di fronte un mentitore seriale. Ha presentato un curriculum dove ha raccontato frottole sui suoi titoli accademici e sul suo passato nella Navy, quindi ha incassato dalla Marina una liquidazione di 77 mila dollari che non gli spettava. Per un lungo periodo ha fatto il pompiere volontario ad Ashburn conquistandosi la stima del suo team. Lo hanno definito umile e riservato, ma generoso di racconti quando si toccavano temi militari.
Rush sosteneva di essere stato un pilota di caccia della Navy. E che pilota: era un Top Gun – diceva -, ai comandi di un F-14 in volo dall’Afghanistan all’Iraq. In un’occasione era stato costretto a lanciarsi, era il tocco ancora più avventuroso. Nessuno aveva mai dubitato e invece avrebbe dovuto farlo in quanto non era pilota di caccia, non aveva alcun brevetto aereo, sparava bugie e non missili. Quando era in divisa si occupava di equipaggiamenti.
Fin qui il profilo di un uomo certamente abile, tuttavia potrebbe esserci dell’altro. I media hanno scritto che Rush era in ottimi rapporti con il vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg. Si conoscevano bene perché hanno lavorato insieme su un progetto specifico e i legami sono diventati più solidi. Infatti, Feinberg, secondo il New York Times, avrebbe sollecitato un maggiore ruolo per Rush considerandolo prezioso. Al momento, però, non sono emersi vincoli tra l’alto dirigente del Pentagono e il colpo messo in atto dall’agente. Forse, lui come tanti, è stato fregato dall’uomo d’oro.
Il caso è solo all’inizio e potrebbe portare novità man mano che l’Fbi scaverà nelle attività di Rush. Missione complessa visti i ruoli e tenuto conto della naturale ritrosia della Cia ad accettare che i federali esaminino i suoi «panni sporchi». Ostilità ricambiata quando era il Bureau ad essere nei guai.