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 2026  giugno 12 Venerdì calendario

Le ragioni profonde dietro la rivolta anti-immigranti di Belfast

I disordini che si sono scatenati a Belfast e in altre località dell’Irlanda del Nord dopo che lunedì il rifugiato sudanese Hadi Alodid ha tentato di uccidere, ferendolo gravemente, il 44enne Stephen Ogilvie, sembrano avere poco a che vedere con il conflitto, sopito da quasi 30 anni, ma mai del tutto spento, tra nazionalisti cattolici e lealisti protestanti. Questa volta, infatti, sono chiaramente gli stranieri il bersaglio delle turbe di giovani mascherati che hanno incendiato auto e abitazioni e che nella notte tra mercoledì e giovedì si sono di nuovo scontrati con la polizia, che li ha respinti con un cannone ad acqua. Il segretario di Stato per l’Irlanda del Nord Hilary Benn è stato chiaro: «Beh, se le persone diventano un obiettivo in base al colore della pelle, in che altro modo si può descrivere ciò che sta succedendo? Sono atti criminali razzisti».
Senonché, come notano Politico e lo Spectator – e come ha detto anche la premier nordirlandese Michelle O’Neill che è un’esponente del Sinn Féin, il partito dei nazionalisti – anche se l’aggressione di lunedì è avvenuta in una zona cattolica di Belfast, i disordini più violenti si sono verificati in zone della città ad alta densità di abitanti protestanti. E questo avviene non solo perché i lealisti tendono a essere più di destra e ospitano quindi frange più sensibili ai messaggi del leader di Reform (e padre della Brexit) Nigel Farage, del suo ex alleato e ora avversario Rupert Lowe o dell’agitatore Tommy Robinson, che cercano di capitalizzare e trasformare in voti la paura dei cittadini. La ragione risiede anche in un più banale dato demografico: a Belfast, i cattolici sono in aumento e i protestanti diminuiscono. E quindi è più facile che gli immigrati stranieri trovino un alloggio nelle zone protestanti che in quelle cattoliche. Ed è in quelle vie, spesso abitate da persone a basso reddito, che la convivenza tra i residenti originari e i nuovi arrivati si è rivelata talvolta difficile.
Tra l’altro, dopo la «pace» del 1998, dai gruppi paramilitari protestanti attivi durante i Troubles (così come da quelli cattolici) sono nate organizzazioni criminali che controllano alcune aree della città e che quindi, anche se non avessero avuto alcun ruolo nell’accendere queste proteste stradaiole, avrebbero il potere di spegnerle.
In ogni caso, le vie di Belfast in fiamme evocano mille déjà vu. E l’allarmata immagine evocata da Benn – «Sappiamo di persone che, mentre si trovavano sulla loro auto dirette al lavoro, sono state fermate per essere interrogate su quale fosse la loro nazionalità, e questo è inaccettabile» – richiama alla mente il periodo dei blocchi stradali, su quelle stesse strade, dei paramilitari. Al cui riguardo il giornalista Christopher Hitchens raccontava la storiella di un uomo spaventato che, fermato a uno di questi check point, per togliersi d’impiccio si dichiarava ateo. Ma il miliziano che lo aveva fermato gli chiedeva: «Ok, ma ateo cattolico o ateo protestante?». Perché a Belfast, quasi tutto continua a rientrare in quel piano cartesiano. Forse, anche i disordini di questi giorni.