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 2026  giugno 12 Venerdì calendario

Bagarre e l’insulto dal M5S sull’uso di «ginocchiere»

La maggioranza compatta come una sola donna e le opposizioni plasticamente divise, dalle mozioni parlamentari e dalle scarse reciproche emozioni. Le grida di giubilo e le ovazioni a destra («Giorgia! Brava Giorgia!») e gli applausi mancati a sinistra. Parla Giuseppe Conte e il banco di Elly Schlein è dolorosamente vuoto, parla la segretaria del Pd e il leader del M5S se ne sta in piedi a braccia conserte e appena lei finisce il suo intervento, lui gira i tacchi e fila via per non battere le mani. Ci sono le immagini e ci sono le parole. Quelle rubate a Meloni dopo la corrida di Montecitorio sono più efficaci di un videoracconto: «Questi lavorano sempre per me...». Dove «quelli», manco a dirlo, sono gli avversari dell’edificando Campo largo.
Tra Montecitorio e Palazzo Madama si discetta di Ucraina, di Russia, di Libano, di green deal, di immigrazione, di fisco. Eppure, udite udite, la parola del giorno è assai meno strategica e anche, nell’accezione che rimbalzava ieri dalle antiche volte dei due palazzi alle prime pagine dei quotidiani online, parecchio volgare e sessista: «Ginocchiere». L’ha pronunciata il cinquestelle Francesco Silvestri, anzi l’ha scagliata contro Giorgia Meloni e lì per lì nessuno se n’è accorto, tanto le orecchie dei parlamentari nostrani sono ormai assuefatte ai bassifondi del linguaggio.
E dunque eccolo qua, il Silvestri, che si rivolge alla signora bionda in giacca azzurra seduta al centro dei banchi del governo: «Lei non ha raddrizzato la schiena dalla posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e Trump, lei ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda». Che finezza, onorevole. Il dibattito sul Consiglio europeo del 18 e 19 giugno va avanti come nulla fosse, finché il meloniano Paolo Trancassini schiaffeggia le «belle anime della sinistra» e innesca la polemica: «Vergogna, c’è un limite a tutto».
Il limite lo traccia nella replica l’illustre vittima dell’insulto e lo fa a modo suo, prima in Aula e poi sui social: «Boldrini si è indignata perché il collega si rivolgeva alla sottoscritta dicendo “signor presidente”. Mi chiedo se questo sia davvero il punto del rispetto delle donne. O sia piuttosto quello di ascoltare un collega che mi dice che ho indossato delle ginocchiere». E poi, alzando di parecchi decibel il volume della voce e trascinando con sé l’intera destra che siede alla sua destra: «Collega Silvestri, quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una donna che è arrivata dove è arrivata senza mai indossare delle ginocchiere, senza favoritismi e senza scorciatoie! Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra».
Boom. La claque meloniana si scatena, in Aula e fuori. Da Zangrillo a Musumeci, il coro dei ministri respinge l’agguato «misogino». Galeazzo Bignami invoca la sospensione di Silvestri per le «parole inaccettabili». Il questore Trancassini apre un’istruttoria. La vicepresidente dem della Camera Anna Ascani, che presiedeva l’Aula al momento del fattaccio, porge le sue scuse per non aver redarguito a caldo lo stellato: «Se avessi colto nelle parole dell’onorevole Silvestri il senso che qui è stato poi descritto, naturalmente sarei intervenuta, ma così non è stato». Giuseppe Conte, intercettato dai cronisti, difende il suo deputato: «Nessuna offesa personale. È ovvio che è una critica dovuta al fatto della subalternità. Quindi non c’è nulla da speculare». Quanto all’autore dello scivolone, Silvestri un po’ rammenda e un pò allarga il buco. Certo gli dispiace «per qualsiasi persona in buona fede che abbia frainteso». Cita Michelangelo per dire che «la malizia è negli occhi di chi guarda», ma poi di nuovo infilza: «Io mi chiamo Silvestri e il mio cognome non finisce con la O». Dove il riferimento è al senatore di Forza Italia indagato per violenza sessuale: Francesco Silvestro, appunto.
Nel noi-contro-loro intonato da Giorgia Meloni non ci sono però solo i soliti noti del fronte progressista. Per la prima volta, da quando Roberto Vannacci ha stracciato il patto con Salvini e si è messo in proprio, la torera di Palazzo Chigi afferra per le corna l’eurodeputato. Lui il seggio lo ha conquistato a Strasburgo e dunque la metaforica spada di «Giorgia» colpisce Emanuele Pozzolo, noto alle cronache come il pistolero di Capodanno e fresco di passaggio da FdI a Futuro Nazionale. «Per ben sei volte – ferisce Meloni – avete votato contro la fiducia a questo governo insieme alla collega Schlein, al collega Conte, al collega Renzi... Di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la destra non è mai funzionale alla sinistra».
Ed è subito stadio, con i banchi della maggioranza che esplodono come una curva tra grida e ovazioni in piedi e l’ex capo della Folgore costretto a difendersi a distanza di sicurezza: «Meloni? Nessuna replica. Lei si è rivolta alla sporca dozzina e mi risulta che la stessa sporca dozzina abbia replicato». In gergo vannacciano vuol dire che, se d’ora in avanti la premier vorrà attaccarlo, dovrà farlo personalmente e non per interposto Pozzolo.