Corriere della Sera, 12 giugno 2026
Meloni accusa Vannacci (e l’Ue)
Ne ha per tutti. Ai deputati di Vannacci rinfaccia di aver votato insieme alla sinistra, «quindi non siete la vera destra, che non è mai funzionale alla sinistra». Alle Cancellerie europee manda a dire che qualcuno dovrebbe avere meno pretese: «Se non abbiamo ancora un inviato della Ue per l’Ucraina è perché alcuni Paesi non rinunciano a guidare il percorso». Riferimenti a Parigi appaiono plausibili. Al Campo largo contesta un dato numerico: «A noi basta una risoluzione unitaria prima di un Consiglio europeo? Difficile immaginare che voi possiate governare visto che ne presentate 6, siete un puzzle con pezzi di scatole diverse».
Non ha peli sulla lingua Giorgia Meloni nelle sue comunicazioni in Parlamento, in vista del Consiglio europeo della settimana prossima. A Macron, ma anche al premier britannico, in sostanza chiede di fare meno riunioni «ridondanti», e di occuparsi più concretamente del dossier ucraino: «Procedere a tentoni, con formati variabili, produce solo frammentazione, confusione, debolezza».
Poi punta l’indice, anche qui senza alcuna sfumatura, contro «i burocrati europei che non devono rendere conto a nessuno delle proprie interpretazioni surreali», e questo in materia di riforma degli Ets, le tasse che gravano sulle aziende, sulle emissioni inquinanti, una riforma che l’Italia chiede a gran voce da mesi, ma le cui prime indiscrezioni non piacciono affatto a Palazzo Chigi.
La presidente del Consiglio, di prima mattina, si presenta alla Camera con una relazione colma di sassolini che ha voglia di togliersi dalle scarpe. Anche contro Bruxelles. Non ci sono solo le parole che additano «i burocrati di Bruxelles» che fanno riforme ignorando l’indirizzo del Consiglio europeo, e cioè dei capi di governo e Stato eletti dai cittadini, c’è anche nel mirino una certa prassi della Commissione a seguire con troppa benevolenza «articoli di giornale e notizie dei media sullo stato di diritto di alcuni Paesi» e sulla condizionalità di questo dossier rispetto all’erogazione di alcuni fondi europei.
Per Meloni è un collegamento inammissibile se non fondato su dati di realtà, e qui la denuncia allude all’Ungheria: ci sono Paesi – dice la premier – che hanno pecche sullo stato di diritto solo quando governa qualcuno che non è gradito a Bruxelles, quando cambia il governo lo stato di diritto di quel Paese ritorna perfetto. Nel mirino c’è il cambio di approccio di Bruxelles sui fondi all’Ungheria dopo la sconfitta di Orbàn.
Di fronte ai deputati Meloni poi ribadisce la frenata del suo governo rispetto all’adesione alla Ue dell’Ucraina: «Guardiamo al futuro europeo dell’Ucraina come a un elemento importante della sicurezza continentale. L’Ucraina dovrà continuare nel percorso di riforme e il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e di parità di trattamento tra i Paesi candidati».
Ci sono anche la Moldova e i molti Stati dei Balcani, non solo Kiev, è il messaggio esplicito. Ma questo non significa cambiamenti di linea sul sostegno alla resistenza ucraina: «La nostra solidarietà all’Ucraina resta piena, convinta, concreta. Sosteniamo attivamente la sua difesa, la resilienza del suo sistema energetico, la sicurezza dei suoi impianti nucleari, i progetti per la ricostruzione».
Le spese Nato
Poi si sofferma sul prossimo vertice Nato, ad Ankara, e in questo caso dà una notizia: gli americani non potranno lamentarsi, perché nell’ultimo anno le spese italiane per la difesa in senso lato legate all’Alleanza atlantica sono arrivate al 2,8% del Pil, più di metà rispetto al 5% deciso nel vertice dell’Aia, insieme a Trump, lo scorso anno. Un dato che dice che «siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità», aggiunge la premier, che segnala un «aumento dello 0,71% soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio».
C’è anche spazio per spiegare la posizione su Israele, a chi chiede al governo italiano di appoggiare la sospensione degli accordi commerciali con Tel Aviv, Meloni risponde che «l’isolamento di Israele è un fenomeno pericoloso, che allontana la pace, la rende più difficile, e finisce per rafforzare le posizioni più estremiste tanto in Israele, quanto tra i nemici di Israele che a quell’isolamento hanno sempre lavorato». E sospendere l’accordo servirebbe solo «a punire la società civile israeliana, sarebbe controproducente».
A Parigi nessun regalo
C’è anche spazio per il colore in un battibecco con Matteo Renzi, che la chiama Lady Tax: «Lei si arrabbiava perché non era stato invitato a un vertice E3, in un momento storico in cui lei stipulava un trattato in cui cedeva ai francesi pezzi di mare italiano tra i più pescosi che avevamo. Ora che io vengo esclusa, atteso che ai francesi non je regalo niente, lo capisco, ma che fosse escluso lei che je regalava pure pezzi di mare mi sembra un pochino più cattivo».