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 2026  giugno 12 Venerdì calendario

Greggio, il rebus dei prezzi bassi e l’economia globale

Nel 2022, dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, non è mai mancato un solo litro all’offerta mondiale di petrolio ma il prezzo del Brent salì a 120 dollari al barile. Succedeva quattro anni fa. Oggi invece da cento giorni è chiuso (o quasi) lo stretto di mare che garantiva il 20% delle forniture di greggio: il più grande choc di offerta nella storia mondiale, al quale per ora non si vede una soluzione. Eppure il prezzo del barile del Brent ieri viaggiava ancora a 90,7 dollari, di un quarto sotto ai livelli di quattro anni fa (ma anche di più se corretto dall’effetto dell’inflazione).
Le quotazioni restano dunque relativamente sotto controllo. E pochi avevano previsto che sarebbe successo così a lungo. In marzo gli analisti di alcune grandi banche di Wall Street – Jp Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley – concordavano nel vedere il prezzo del barile di petrolio oltre 150 dollari al barile, se lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso fino a questo punto. Wood Mackenzie, un grande consulente sull’energia, immaginava il greggio a duecento dollari nella seconda metà dell’anno. Per ora invece non è successo. Ed è probabile che le democrazie avanzate debbano ringraziare, in buona parte, gli stessi che aiutarono durante la pandemia: i Paesi dal reddito per abitante più basso al mondo. Allora aiutarono i Paesi ricchi, involontariamente, lasciando loro gran parte dei vaccini contro il Covid perché non riuscivano a competere sul prezzo: con offerte imbattibili l’Unione europea si accaparrò vaccini per molto più del fabbisogno, lasciando i Paesi poveri sprovvisti, quindi di recente ha distrutto mezzo miliardo di dosi mai usate e scadute.
Stavolta sta accadendo sul petrolio. Lo Sri Lanka limita i consumi a 15 litri a settimana, Myanmar ha le targhe alterne, l’Indonesia proibisce rifornimenti oltre i 50 litri, i dipendenti pubblici nelle Filippine si recano al lavoro quattro giorni a settimana, il Kenya pratica una rigida austerity e così fanno India, Pakistan, Thailandia, Vietnam, Bangladesh, Egitto. Un terzo dell’umanità ha iniziato a bruciare meno petrolio, perché i Paesi avanzati stanno offrendo prezzi troppo alti. Risultato: oltre due miliardi di persone hanno ridotto la domanda internazionale di greggio di due milioni e mezzo di barili al giorno nel momento più intenso e di 1,3 milioni tuttora. È questo taglio dei consumi che sta contenendo il prezzo.
Non è il solo fattore. Aiutano l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che hanno riattivato i loro oleodotti e riescono a portare fuori dal Golfo sette dei venti milioni di barili che passavano da Hormuz ogni giorno. Aiuta il petrolio di scisto, che con l’aumento dei prezzi ha aumentato la produzione di due o tre milioni di barili al giorno.
Ma un contributo decisivo lo sta offrendo anche la Cina, perché è una superpotenza tecnologica e allo stesso tempo un’economia emergente terrorizzata da una fuga di capitali. Negli ultimi due mesi la Repubblica popolare ha silenziosamente ridotto le importazioni di petrolio di più di tre milioni di barili al giorno. Si affida a sistemi di trasporto elettrici ad alta tecnologia, dal parco auto e ai treni ad alta velocità. Così calmiera i prezzi internazionali del greggio, riducendo i problemi di scarsità. Ma se la Cina sta salvando l’economia mondiale da una recessione da choc petrolifero, lo fa accidentalmente. Non era il suo obiettivo. Salvatore Carollo, ex capo del trading dell’Eni, spiega che i compratori di greggio Pechino operano sulla base di limiti stringenti alla quantità di dollari che possono usare, imposti dal governo. Non possono vendere troppi yuan per procurarsi biglietti verdi, altrimenti il cambio della valuta cinese finirebbe sotto pressione. In pratica, la Repubblica popolare applica anch’essa un’austerità e grazie ad essa aiuta, inavvertitamente, a contenere le quotazioni.
Una sola area del pianeta spinge verso un relativo aumento dei consumi e dunque dei prezzi: l’Europa. Qui quattordici Paesi stanno ancora sussidiando i carburanti con la riduzione delle tasse (Italia, Germania e Spagna incluse). L’eccezione europea tuttavia non cambia il quadro. Molti Paesi – anche con il ricorso alle scorte – stanno riportando un fragile equilibrio nel mercato mondiale del petrolio. La buona notizia è che l’inflazione magari non esploderà. Ma non sarà l’emergenza del prezzo del barile, per ora, a spingere Donald Trump a un accordo con Teheran.