Corriere della Sera, 12 giugno 2026
Flotte «ombra», transponder spenti. Così gli alleati Usa passano lo Stretto
Almeno due milioni di barili di greggio stanno attraversando lo Stretto di Hormuz in segreto, ogni giorno, sotto protezione militare americana. Mentre i prezzi del petrolio rimbalzavano dopo i nuovi attacchi sull’Iran, Trump ha confermato mercoledì ciò che i mercati energetici sospettavano da tempo.
Nel weekend precedente le dichiarazioni del presidente, secondo la ricostruzione di Bloomberg, le immagini del satellite europeo Copernicus avevano catturato una scena inedita: 16 petroliere al largo dell’Oman pronte a trasferire i loro carichi. Un mese prima quell’area di mare risultava deserta. Il 6 giugno, la società di tracciamento TankerTrackers.com aveva invece identificato altre 12 navi che movimentavano barili arabi, non iraniani, fuori da Hormuz. La compagnia emiratina Adnoc qualche giorno fa ha venduto in un’asta almeno 14 milioni di barili, con carichi attesi da questo mese e diretti verso le raffinerie dell’Asia orientale. Tutti indizi che avvalorano la stima secondo cui dal Golfo stanno uscendo un paio di milioni di barili al giorno: molto al di sotto della normalità pre guerra (15-20 milioni), ma un risultato notevole rispetto ai minimi del conflitto. E, in particolare, la conferma che si tratti di un flusso trasportato da una nuova «flotta ombra», sotto la copertura di marina e aviazione americana.
Negli ultimi anni il termine «flotta ombra» o «dark fleet» ha designato un universo differente: le petroliere iraniane che aggiravano le sanzioni, le navi russe che esportavano idrocarburi malgrado le restrizioni post Ucraina, i tanker venezuelani che eludevano i controlli internazionali. Navi vecchie, mal assicurate, registrate sotto bandiere compiacenti di piccoli Stati – Comore, Gabon, Palau – per eludere la tracciabilità.
Ciò che sta accadendo nel Golfo da marzo è invece un fatto nuovo. Le compagnie petrolifere degli alleati Usa nel Golfo – Adnoc, Kuwait Petroleum, QatarEnergy – stanno adottando le stesse tattiche operative della «shadow fleet» russa o iraniana. Non per sfuggire a sanzioni, ma ai droni e ai missili iraniani. Lo fanno con l’assistenza militar-commerciale degli Stati Uniti e utilizzando petroliere statali. Navi che in teoria dovrebbero conformarsi alle regole internazionali in vigore.
Di norma il monitoraggio del traffico marittimo avviene tramite Ais (Automatic identification system): ogni nave commerciale è obbligata a montare un transponder che trasmette ogni dieci secondi posizione, velocità, rotta e codice. Ma è sufficiente disattivarlo manualmente perché la nave «sparisca» nel giro di pochi secondi. Molte delle petroliere che hanno attraversato lo Stretto nelle scorse settimane lo hanno fatto di notte, al buio. Le navi emiratine, kuwaitiane e qatarine hanno caricato petrolio, disattivato il transponder, attraversato lo Stretto senza emettere segnali radio per «riemergere» nelle acque dell’Oman o del Mar Arabico. Secondo Vortexa i transiti oscuri hanno rappresentato circa il 57% di tutti i passaggi registrati attraverso Hormuz durante il conflitto, con un picco del 65% a maggio.
Se l’Ais è diventato cieco, ci sono però occhi che non dormono: sono i satelliti equipaggiati con tecnologia Sar (Synthetic aperture radar), il sistema di telerilevamento che usa impulsi radar per costruire immagini della superficie marina indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. Lo stesso sistema che ha consentito lunedì scorso a un aereo F/A 18 Super Hornet di identificare e fermare con la forza la settima petroliera «ombra» diretta a un porto iraniano in violazione del blocco Usa. Intorno a questa tecnologia di base si è sviluppata negli anni un’industria commerciale in rapida espansione: società come TankerTrackers.com, Kpler e Windward monitorano i movimenti delle petroliere combinando dati terrestri con dati satellitari.
Ma la crisi di Hormuz rende evidente una nuova tensione, e l’apertura di un tema politicamente delicato: il controllo dei dati commerciali satellitari e di chi li produce. Fondamentali per valutare quantità e quindi prezzi del petrolio in circolazione, ma anche per il controllo geopolitico. Il caso Anthropic-Pentagono, insomma, può essere un precedente destinato a ripetersi.