Corriere della Sera, 12 giugno 2026
Per Putin non c’è un Piano B
Da una scintilla, l’immane incendio. È una di quelle frasi che restano attaccate alla memoria, quando si studiava la storia sulle enciclopedie illustrate per ragazzi. Le immagini disegnate mostravano l’attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando e poi le sofferenze dei soldati in trincea. La didascalia e quell’aggettivo, immane, sottolineavano l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto, qualcosa che mai più sarebbe dovuto accadere nel cuore dell’Europa. Adesso che la guerra in Ucraina ha superato la Prima guerra mondiale come durata temporale, sarebbe il caso di guardare a cosa pensa davvero chi ha scatenato questa nuova carneficina. Per farsi un’idea di cosa ci aspetta, e di cosa ci riserva il futuro, nel momento in cui il ruolo di supporto dell’Europa nei confronti dell’Ucraina viene rinforzato e al tempo stesso è sempre più messo in discussione.
A poco valgono le prese in giro costruite con l’intelligenza artificiale che girano sui telefonini di molti moscoviti rappresentando un Vladimir Putin in versione struzzo che infila la testa sotto la sabbia. La chiave del discorso che il presidente russo ha tenuto al Forum economico di San Pietroburgo è un costante e sempre più marcato diniego della realtà. «La nostra economia sta rallentando volontariamente» ha detto.
È stata la frase illuminante di una prolusione dove non è stata fatta alcuna menzione dell’aumento crescente delle tasse e del sempre più grave indebitamento di famiglie e imprese. Anche qui, è bene capire lo stato delle cose, per non alimentare false speranze. L’economia russa ha enormi problemi, e sta attraversando una fase di grande turbolenza e di scarsa unità di vedute, quest’ultimo problema evidenziato in modo plastico dall’assenza della governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina all’evento più importante dell’anno. Ma non sta per fallire. Il crollo dell’economia russa è soltanto una illusione, o un miraggio.
Nella sua malaya rodina di San Pietroburgo, la piccola patria, il luogo natio che ci si porta nel cuore per tutta la vita, Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro, continuando in maniera ostinata a negare la verità di un conflitto ormai allargato alla Russia, fingendo di ignorare la paura che attanaglia persino i moscoviti, gli abitanti della «città più sicura del mondo», che ormai non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni. Tutto questo, per lui non esiste, così come non esistono le difficoltà di reclutamento, che a fronte di incentivi economici sempre più deboli, sono un indice rivelatore della sfiducia e della disillusione della Russia profonda. Poche sere fa, chi fosse passato davanti al teatro Et Cetera, nel cuore della capitale, avrebbe visto decine e decine di uomini con mutilazioni orrende, volti sfigurati e sguardi persi nel vuoto, che nella piazza antistante attendevano i bus adibiti al loro ritorno negli ospedali militari. La guerra ormai si vede e si sente ovunque.
Per il presidente russo invece c’è solo la realtà del fronte, della trincea, come nel 1914-18, e della «pace attraverso la forza», formula ambigua con la quale i suoi trombettieri mediatici ne hanno celebrato il discorso. Noi parliamo di nuove tecniche di guerra, qualcuno vagheggia di sfinire la Russia per mano dei droni ucraini. Lui si dice fiducioso sui risultati della campagna militare estiva, mentre i suoi media parlano di «evidente manipolazione politico-psicologica» da parte di un Occidente che «ha ancora una volta elaborato una tesi sulla possibilità di sconfiggerci». Non è mai stato vero che tutti i russi sono favorevoli a questa guerra, ma è vero che molti di loro sono stati forzati a credere di essere in una guerra esistenziale contro l’Europa, seguendo la narrazione imposta da un uomo che vive in una bolla tutta sua, lontano dalla vita quotidiana e da una sua rappresentazione accettabile. Mikhail Rostovsky, secondo alcuni ex allievo di Putin nei servizi segreti, comunque l’editorialista al quale il Cremlino affida l’interpretazione più pura delle parole presidenziali, ha scritto che «i grandi leader prendono decisioni sulla base della propria comprensione della realtà».
Donbass o guerra per sempre, questo è l’unico baratto che viene proposto in base a una visione distorta, che Donald Trump aveva follemente assecondato lo scorso agosto ad Anchorage. Ma è l’unica che conta, ed è quella sulla quale siamo chiamati a confrontarci. Putin non cambierà idea. Dopo la mancata presa di Kiev in tre giorni e la cacciata di Volodymyr Zelensky, resa impossibile dalla commovente resistenza degli ucraini, non c’è mai stato un piano B, questo appare evidente a chiunque. Oggi rimane solo il feticcio di quel venti per cento di territorio che ancora manca per dichiarare una vittoria fasulla, contro Kiev e contro l’Occidente. Ma per averlo, Putin è disposto ad aspettare altri anni, altro sangue, altri massacri. L’incendio ucraino è ben lontano dall’essere spento.