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 2026  giugno 11 Giovedì calendario

Intervista a Lea Melandri

Lea Melandri è una femminista storica. Perché ha fatto la storia del femminismo italiano, e perché ha infilato il femminismo nella storia, e quindi nella vita, sconvolgendone prospettive, sguardi, linguaggio. È grazie a lei e alle sue compagne se oggi sappiamo (lei dice «siamo coscienti») che le donne sono il “soggetto imprevisto della storia”, che il mondo è una elaborazione maschile, che non le donne e gli uomini sono astrazioni ma che lo sono il maschile e il femminile.
Lea «ha contribuito a trasformare il modo in cui pensiamo oggi la libertà, il desiderio, la pedagogia e la relazione tra esperienza personale e dimensione pubblica», si legge nell’appello per farle avere il vitalizio che la legge Bacchelli assegna a cittadine e cittadini italiani che abbiano contribuito significativamente alla vita culturale del Paese e si trovino in uno stato di necessità economica. Da giorni, da quando la giornalista Annalisa Camilli ne ha scritto su Internazionale, le firme per “Dire grazie a Lea”, crescono.
«Mi commuove: significa che il mio femminismo è stato per tutti. Anche per i maschi: da tempo, quando li incontro, mi rendo conto che hanno capito che ho sempre parlato di loro. E sono stati due giovani amici a propormi di provare la Bacchelli», dice alla Stampa, mentre si prepara a partire per Roma da Milano, dove vive, per ritirare un premio per il suo impegno nella lotta contro la violenza di genere. Di giornali ne ha fondati (Lapis, L’erba Voglio). Sui giornali ha sempre scritto (Il Corriere della Sera, Gli altri, L’Unità, Il Fatto). Ma è stata prima di ogni cosa un’insegnante. «Sono una compagna di vita, non una maestra». Ha 85 anni, l’accento romagnolo, la “voce da mondina” (così è descritta sull’Enciclopedia delle Donne), un’ironia tenerissima. Dice che con gli anni si diventa più libere e più spiritose.
Ma lei è sempre stata libera.
«E più passa il tempo e più capisco che lo devo ai miei genitori, che mi hanno amata e sostenuta. E sono stati sempre spiritosi, e hanno ballato il liscio ogni sera quando tornavano dai campi: guardandoli, ho imparato anche io. Erano due mezzadri eppure mi hanno fatta studiare, e hanno apprezzato la mia diversità, i miei capelli rossi, il fatto che fossi femmina, sebbene di solito le figlie femmine nelle famiglie contadine fossero disprezzate. Hanno persino ammirato il mio femminismo e la mia singolitudine».

Che bella parola.
«L’ho inventata io, perché non mi piace dire single né solitudine. Non sono una donna sola, ma ho sempre vissuto da sola: ho avuto pochi e brevi amori, e non perché l’amore non mi interessasse, anzi, ma è stato più importante per me ritrovare e scoprire la mia singolarità. Dal 1971, sono una solitaria molto socievole».

Perché dal 1971?
«È l’anno in cui entrai nel femminismo. Erano usciti da poco i libretti verdi di Rivolta Femminile di Carla Lonzi, che teorizzavano il separatismo, ma non ero in condizione di cogliere la forza di quelle posizioni radicali, perché mettevano al centro la sessualità e in ombra l’amore, e per me amore ha sempre voluto dire bisogno d’amore. E io l’avevo».
Perché non era in grado?
«Per vent’anni ho dormito nella stanza dei miei genitori, ero figlia unica ma in casa eravamo in 8, e ho assistito a una sessualità molto vivace ma a volte anche molto violenta. E questo ha reso difficoltosa la mia sessualità da adulta. L’autocoscienza femminista mi aiutò moltissimo. Avevamo capito che la sessualità femminile e il piacere erano stati cancellati, e allora li indagammo. Capii che il sogno d’amore è un’illusione quando finì il mio primo grande amore. Andai in analisi e la mia dottoressa mi disse: lei parla in pubblico, scrive, vuole anche l’amore? Le dissi: mi scusi, forse è troppo».

Con Lonzi litigò?
«Una volta scrissi un pezzo su L’erba Voglio, a proposito del piacere femminile, e feci un titolo che lei non mi perdonò mai: “Piccolo pene, ascolta”. Lei pretendeva che usassi la parola clitoride, ma io non volli, anche perché pensavo con divertimento a una canzone antica che diceva “Pino solitario ascolta"».
Ha avuto altri contrasti?
«Sì. Con il femminismo della differenza, che negli anni ’80 divenne un pensiero unico, dogmatico: ne criticai l’impostazione perché cancellava la pratica legata ai corpi, alle vite e spostava tutto il terreno sul simbolico, mentre noi avevamo cercato di collegare corpo e pensiero. Si creò una divergenza netta, io venni allontanata per vent’anni. Ma non ho mai cambiato idea, sono un mulo da campagna e avevo ragione: mantenere il legame con il femminismo degli anni ’70 è stato fondamentale».
Si riferisce a?
«Almeno a una cosa: la scoperta che il personale è politico, che significava riconoscere la politicità di tutte le esperienze più universali dell’umano come la sessualità, la maternità, il legame familiare, l’invecchiamento, la morte, che da sempre erano privatizzate, cioè confinate nel privato e naturalizzate. Abbiamo sprivatizzato la vita personale e riconosciuto che il sé è ciò che abbiamo in comune con gli altri umani, è un archivio di una storia millenaria».
È un’eredità che è rimasta?
«La sacrosanta battaglia delle identità non binarie e del movimento Lgbtq+ attinge alle medesime forme».
Le non dice femminismi.
«Penso che pur nella varietà delle pratiche c’è una base comune: la lotta per sottrarre il corpo delle donne alla materialità dell’oppressione, e la conquista della loro individualità al di fuori di ruoli e funzioni con cui sono sempre state identificate. Oggi si parla di generi nel senso di maschile e femminile ma non si dice che genere femminile per millenni è stato solo la donna, non le donne. Il femminile era considerato un tutto omogeneo, mentre gli uomini si sono sempre pensati come individui distinti. Infatti ora fanno fatica a pensarsi come genere, e questa è una delle ragioni per le quali difronte alla violenza dei loro simili riescono a dire che non li non riguarda: pensano in chiave individuale».
Come si spiega la violenza dei ragazzi sulle ragazze?
«Ho molte risposte. Ne L’invenzione della virilità, Sanro Bellassai scrive che le guerre mondiali e il fascismo nacquero anche dal rancore maschile verso le nuove libertà femminili. Ho il sospetto che valga anche per le guerre attuali. Poi, ora le donne sono indipendenti, e gli uomini non hanno più i corpi sociali (il clero, l’esercito, il lavoro) che gli garantiscono i privilegi da cui avevano ereditato l’idea della naturalità della loro superiorità. Sono sempre più soli e di fronte alla libertà di una donna che decide della propria vita e che non è più a loro disposizione, si sentono smarriti: capiscono che sono dipendenti da lei. E per loro è intollerabile».
L’educazione sessuo-affettiva è un rimedio?
«Sa che io negli anni ’70 provai a far parlare i miei ragazzi di come vivevano i rapporti tra loro e fui denunciata dal professore di religione? Mi tennero a casa per un anno, con lo stipendio dimezzato, in attesa di un processo che poi non ci fu e tornai a lavoro. Sui giornali mi chiamavano “la prof del Sesso”. E comunque sì, certo, l’educazione sessuo-affettiva a scuola sarebbe importante, così come sarebbe importante che nell’insegnamento scolastico entrasse il femminismo: l’ultimo ddl di Valditara è una vendetta contro la cultura femminista».
Vede anche lei una nuova mistica della maternità?
«Io vedo che è urgente interrogare l’attaccamento al potere di rendersi indispensabili. Dico sempre che la maternità delle donne è estesissima: curano bambini, anziani e uomini in perfetta salute. E quando lo dico, la platea sussulta. Uno una volta una donna si alzò e disse: “Lea, hai ragione, ma risparmiaci”. Tra maschi e femmine vedo poi un gap enorme e molte donne che vorrebbero fare figli, non li fanno perché non sanno con chi farli. Eppure, io di maschi giovani interessati al femminismo, capaci di fare persino autocoscienza, ne conosco moltissimi».
Dal maschile è mai riuscita ad allontanarsi?
«Come avrei potuto? Fin dagli anni del liceo ho amato la cultura della tradizione greco romana perché la ritrovavo dentro di me. Ho cercato sempre di aprire conflittualmente la possibilità di un percorso condiviso gli uomini».
Lei è stata felice?
«Sì. Ho amato la mia vita.
Mi penso ancora come la figlia dei miei genitori, la ragazza che studia. E non ho perso il contatto con le ragazze che combattono e che sono più solidali delle borghesi degli anni ’70».
Un consiglio me lo dà?
«Porti il femminismo sui giornali: non sezioni separate, che diventano angoli femminili. E litighi. Non tema il conflitto».
Balla ancora il liscio?
«L’ho fatto ballare a tutto il femminismo italiano».