D - la Repubblica, 10 giugno 2026
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L’economia dell’influencer marketing ha costruito i propri pilastri attorno ad un immaginario fatto di vite piene: piene di viaggi, di relazioni, di eventi, di persone. Recentemente si è però fatta largo una categoria di creator che racconta esattamente l’opposto di quell’immaginario. Sono state definite loneliness influencer o solitude influencer, e sono perlopiù giovani donne (ma inizia a farsi notare anche qualche uomo) che documentano una quotidianità fatta di serate trascorse in casa, passeggiate in solitaria, cene preparate per una persona sola e weekend senza programmi particolari. Mostrano il tempo ordinario, i silenzi, le routine di chi non ha amici, e raccolgono milioni di visualizzazioni su Instagram, TikTok e Youtube.
Pur appartenendo a mondi diversi, molte solitude influencer condividono una sorprendente uniformità estetica. Le loro case sono accoglienti, le inquadrature curate, i ritmi lenti. C’è chi privilegia il minimalismo quasi asettico e chi un’atmosfera più calda e vissuta, c’è chi si prepara piccoli manicaretti e chi scongela qualsiasi forma di alimento che possa entrare in microonde, ma la grammatica visiva resta simile: rituali domestici, self-care, thé caldi consumati in silenzio e una generale sensazione di quiete.
Cambiano però le sfumature narrative. Tra i nomi più citati c’è Lana Isa, diventata uno dei volti più riconoscibili di questo fenomeno. Nei suoi video racconta una vita scandita da piccoli treat casalinghi (la Coca-Cola nel calice da vino, le pantofole soffici, il gelato dopo cena) e gite nei centri commerciali per passare il tempo. Si definisce un’introversa felice, una persona con una forte ansia sociale ma contenta della sua vita, e suoi contenuti hanno attirato una comunità di follower sorprendentemente vasta, composta soprattutto da persone che si riconoscono in quell’esperienza. Per certi versi potrebbe sembrare una contraddizione: una ragazza racconta di sentirsi sola e proprio grazie a quel racconto si costruisce una platea di centinaia di migliaia di persone.
L’account Drama Free Diaries trasforma invece il rientro a casa dopo il lavoro in un piccolo rito di decompressione, che celebra l’ambiente domestico come rifugio dal mondo esterno (“Finalmente lontana dagli esseri umani”, scrive in uno dei suoi video). It’s Paulina Cee racconta una New York vissuta in solitaria tra beauty routine, commissioni quotidiane e un appartamento immacolato – una sua signature move è disinfettare le suole delle scarpe prima di riporle nell’armadio. Nami’s Life attinge all’immaginario dello slow living giapponese, proponendo una quotidianità scandita da gesti ripetitivi, silenziosi e quasi zen; mentre Devon Noehring – conosciuta online come Devon and Willo – introduce una nota più giocosa grazie alla presenza del suo cane corgie, coprotagonista di una solitudine che assume toni meno malinconici rispetto alle sue ‘colleghe’.
Per capire il successo di questi contenuti bisogna partire da ciò che li ha preceduti. Per oltre un decennio i social network hanno alimentato la cosiddetta FOMO, la fear of missing out: la sensazione di essere esclusi da qualcosa che tutti gli altri stanno vivendo. Instagram è stato il grande teatro di questa ansia collettiva, un luogo in cui vacanze, amicizie e relazioni venivano continuamente esibite come prove di una vita piena e desiderabile. Le influencer solitarie possono essere considerate la risposta a quell’immaginario, creator che normalizzano ciò che per molto tempo è stato percepito come una mancanza: passare il venerdì sera senza compagnia, non avere programmi per il weekend, attraversare fasi della vita in cui la rete di relazioni si restringe al punto che l’unica ‘amica’ disponibile è la mamma. Stanno rendendo visibile una condizione che è sempre rimasta ai margini della rappresentazione social, ma nel loro intento c’è la celebrazione della solitudine tout-court, piuttosto la volontà di sottrarla allo stigma. E magari sentirsi meno sole proprio grazie alla community che si crea sui loro canali.
Alcuni utenti però, mettono in dubbio la veridicità di questi racconti, chiedendosi quanto ci sia di spontaneo e quanto invece di costruito. Lana Isa ha risposto alle critiche con un lungo post in cui ha respinto l’idea che la sua solitudine sia una sua strategia narrativa. Ha spiegato che il progressivo restringimento della sua rete sociale è stato il risultato di una serie di eventi personali, e ha insistito sul fatto che i suoi video non vogliono romanticizzare l’isolamento: “Non incoraggerei mai le persone a non avere amici; penso che le vere amicizie possano essere una parte fondamentale di una vita appagante. Credo però che sia importante scegliere con attenzione le persone di cui ci si circonda e, finché non si incontrano quelle giuste, vivere la propria vita al meglio”.
Pur nelle loro differenze, questi creator sembrano convergere su un’idea comune: la vita da soli non è necessariamente una parentesi da superare il più in fretta possibile, ma una condizione che può essere vissuta serenamente e raccontata senza imbarazzo. In inglese esiste una differenza netta tra solitude e loneliness: la prima indica il tempo trascorso da soli, una condizione che può essere ricercata e persino appagante. La seconda descrive invece il disagio che nasce dalla mancanza di connessioni significative.
Gran parte del successo delle influencer solitarie deriva da un’ambiguità in cui non si comprende mai davvero bene quanto siano felici del loro isolamento sociale, e quanto ne soffrano. I loro contenuti oscillano continuamente tra due dimensioni: da un lato l’autonomia, la capacità di stare bene con loro stesse; dall’altro lasciano intravedere la malinconia e il desiderio di appartenenza. I loro followers sono profondamente grati a questa dimostrazione di fragilità: “Mi hai ispirato a lasciar andare la paura di fare le cose da sola e a iniziare a fare ciò che desidero davvero, senza aspettare che qualcuno venga con me. Grazie”, scrive una seguace di Lana Isa. “I tuoi video hanno un effetto terapeutico”, commenta un’altra.
Ridurre il fenomeno a una semplice tendenza estetica sarebbe un errore. Sullo sfondo c’è una questione generazionale piuttosto documentata: negli ultimi anni numerose ricerche hanno evidenziato una crescita della percezione di solitudine tra i ragazzi e i giovani adulti. Uno studio del Joint Research Centre della Commissione Europea ha mostrato come il fenomeno colpisca in maniera particolare la fascia tra i 15 e i 30 anni, mentre dati provenienti dal Regno Unito (Health Survey for England 2024) confermano che adolescenti e giovani adulti dichiarano livelli di solitudine significativamente superiori rispetto alle generazioni più anziane – il 29% dei giovani tra i 16 e i 24 contro il 15% degli over 65. La pandemia ha certamente contribuito ad amplificare questa condizione, ma molti studiosi sottolineano come il trend fosse già visibile da tempo e non possa essere spiegato soltanto dall’esperienza dei lockdown.
La popolarità dei loneliness influencer sembra dunque intercettare qualcosa di più profondo di un semplice trend algoritmico. La Gen Z è cresciuta in un contesto segnato dalla digitalizzazione delle relazioni, dalla precarietà economica, dalla riduzione degli spazi informali di socializzazione e dalla progressiva sostituzione degli incontri fisici con interazioni mediate dagli schermi. Questi video non offrono soluzioni né propongono particolari stili di vita, semplicemente restituiscono un’immagine riconoscibile di una condizione diffusa, ben più familiare di quella di una qualsiasi influencer ‘vecchio stampo’ dalla vita perfetta.
C’è infine un altro elemento che aiuta a spiegare il loro successo: questi contenuti sono, semplicemente, piacevoli da guardare. La loro estetica è costruita attorno alla lentezza, alla ripetizione e alla prevedibilità, tra inquadrature fisse, luci soffuse, piccoli gesti quotidiani, musiche malinconiche. Non provocano, non polarizzano. In un universo digitale dominato dall’accelerazione continua, da eccessi, questi video producono un effetto quasi sedativo. Sono una forma di comfort content in cui il piacere deriva dall’osservazione di rituali familiari e rassicuranti, come la doccia calda, un cioccolatino dopo cena, le coccole del gatto. Dopo anni passati a osservare vite straordinariamente ‘piene’, molti utenti non cercano più l’aspirazione ma il riconoscimento. Non qualcuno da invidiare, ma finalmente qualcuno in cui riconoscersi.