la Repubblica, 11 giugno 2026
Intervista a Imma Battaglia
«Questo libro me lo portavo dentro da anni. Ma dovevo aspettare che lei non ci fosse più per poter scrivere la verità. Lei, mia madre. Durezza e severità fatte persona. Immaginate Portici, il Sud, gli anni Sessanta, la chiesa, la morale bigotta. Lei che mi aveva cresciuta a mazz’ e panell’, a botte, lei che parlava soltanto il dialetto e quando scoprì la mia omosessualità mi urlò: vergogna, mi fai schif’, alla fine dei suoi giorni mi disse: «Imma, tu neanche hai idea di quanto ti amo, te vogl’bene assai figlia mia». Così abbiamo chiuso una vita di guerra nell’amore. E ho iniziato a scrivere».
Imma è Imma Battaglia, sessant’anni, lesbica, tra le attiviste più famose del movimento Lgbtq+ italiano, atleta, matematica, ex presidente del Circolo Mario Mieli, organizzatrice dello “scandaloso” World Gay Pride di Roma nell’anno del Giubileo del 2000, ideatrice del Gay Village e fondatrice dell’associazione Di’Gay Project. Scomoda, dissonante, controcorrente. Oggi sposata -felicemente – con l’attrice Eva Grimaldi.
Nel libro «La mia battaglia d’amore» (Castelvecchi) scritto con Roberta Savona, autobiografia dolorosa, irriverente, molto politica e molto privata, Imma Battaglia si mette nudo senza segreti. Sesso, orge e tradimenti compresi.
Imma, andrà al Pride di Roma, il 20 giugno?
«Assolutamente no. Aver escluso dal Pride il carro della associazione ebraica italiana, Keshet, è stato un atto gravissimo. Il Pride è un evento inclusivo per natura, è nato per combattere proprio la nostra esclusione di persone Lgbtq+ dalla società e dal mondo. E noi cosa facciamo? Mettiamo i veti? Assurdo. Questa non è la comunità in cui mi riconosco, il “Mario Mieli” in cui ho militato. No, io me ne andrò a Portici, la mia città e lì sarò madrina di un Pride che accoglie tutti».
Eppure lei è stata una leader del movimento Lgbtq+ italiano.
«Sì, fino a quando era possibile parlarsi e trovare tra le tante nostre anime un punto in comune che non escludesse nessuno. Sono approdata a Roma alla fine degli anni Ottanta e grazie a Rosaria Iardino – ricordate la ragazza sieropositiva che baciò Aiuti – iniziai a frequentare il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. Erano le stagioni terribili dell’Aids che ogni giorno si portava via qualcuno che amavamo. Ecco, in quegli anni, in quello stanzone sgarrupato abbiamo davvero fatto una rivoluzione».
Lei scrive: «La grande battaglia che si combatteva era questa: non volevamo più nasconderci».
«Eravamo la prima associazione dove le persone omosessuali erano libere di essere se stesse. Gli unici a fare informazione sull’Aids di cui addirittura le femministe rifiutavano di parlare. Ricordo il palazzo occupato del “Buon Pastore” dove la ragazza che gestiva il bar, Tiziana, ammalata, fu isolata dalle donne del direttivo che pensavano potesse contagiarle servendo caffè. Non le ho mai perdonate. Accompagnammo Tiziana fino all’ultimo giorno di vita soltanto Iardino e io».
Anni terribili. Poi sono arrivati i farmaci.
«Sì, ma di Aids non si parla più e i contagi aumentano. Però voglio ricordare anche i giorni allegri».
Le grandi feste organizzate con il circolo?
«Iniziammo con alcune serate, per autofinanziarci. E perché sentivamo anche il bisogno di gioia. Nacque Muccassassina. Quando Roma iniziò a fare la fila per le nostre serate con le drag queen capimmo che avevamo aperto una breccia culturale».
Nel 2000 lo scandalo: organizzate nell’anno del Giubileo il “World gay pride”.
«Meraviglioso. Pazzesco. Cercarono di fermarci in ogni modo, il sindaco Rutelli ci tolse il patrocinio, Ruini tuonava dalle stanze vaticane. Che gay, lesbiche e trans sfilassero a Roma nell’anno sacro era considerato un affronto blasfemo. Ma noi volevamo denunciare proprio l’omofobia della Chiesa. E alla fine eravamo un milione».
Imma, oggi anche sulla gestazione per altri lei ha una posizione minoritaria nella comunità Lgbtq+.
«La gestazione per altri deve essere normata e non certo con una legge assurda come quella attuale. Però non possiamo far finta che non ci sia uno sfruttamento del corpo della donna da parte degli uomini».
In realtà viene utilizzata da molte coppie eterosessuali.
«Cambia poco. Non nego che ci siano alcune donne che scelgono liberamente di offrire il proprio utero, ma di fatto il rischio è il commercio, il business. Detto questo i bambini nati con questa tecnica devono essere riconosciuti in Italia».
Torniamo a Portici. Dove tutto è cominciato.
«Famiglia severissima e tradizionale. Quattro figli, tre sorelle e un fratello. Ero insofferente, sembravo un maschio e volevo essere libera. Impossibile. Tutto a casa mia veniva considerato trasgressione. Mia madre ci picchiava per ogni infrazione alle “sue regole”. Ero felice soltanto quando mi allenavo e studiavo matematica».
Nazionale di pallamano, trasferte in tutta Italia, tante storie d’amore che si intrecciano dentro e fuori gli spogliatoi.
«In quella situazione claustrofobica dove vivevo, tra le botte, gli urli di mia madre che mi rinfacciava sempre di non essere “giusta”, lo sport era la mia fuga. Con le compagne di squadra ero felice. Poi avrei capito perchè».
Lei racconta di alcuni maschi e poi di Laura, Vittoria e poi Patty.
«Patty Bragagna. La mia prima relazione vera. Compagne di squadra. Un fisico della Madonna, occhi blu meravigliosi. Quando me ne andai di casa dopo le terribili parole di mia madre a cui la mia omosessualità faceva schifo raggiunsi Patty a Trieste».
Tornò mai a casa dei suoi?
«Molti anni dopo. Mi avevano fatto troppo male».
C’è molto sesso in questo libro. Dark room, esperienze collettive.
«In realtà ci sono molti amori. E qualche situazione hard che mi sono divertita a raccontare. Fino a quando non è arrivata Eva che ha messo ordine e pace nella mia vita».
Figli? Avrebbe voluto essere madre?
«Soltanto con Eva. Se ci fossimo incontrate prima avremmo sicuramente fatto dei bambini. Ma il nostro tempo della maternità è passato».
È vero che grazie a Eva sua madre in qualche modo accettò la sua omosessualità?
«Lei capì quanto fosse autentico il sentimento di Eva per me. E senza proclami fu allora, poco tempo prima di morire, che riconobbe la nostra famiglia».