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 2026  giugno 11 Giovedì calendario

Beirut, il popolo di Hezbollah scende in piazza contro Israele

«Ai tuoi ordini, Nasrallah», urlano le donne con il nero chador. In alto i telefoni, un selfie e una ripresa. Su le bandiere, giù sul cuore le foto dell’ayatollah Khamenei e di suo figlio Mojtaba. Ci sono la banda con la grancassa, il poeta dai versi ispirati e i maxischermi con fucili e bandiere. I canti patriottici, gli slogan, i cori e il servizio d’ordine: qui le donne a sinistra, là gli uomini a destra. Pare Teheran, con le sue sfrontate liturgie di sostegno al governo. E invece è Beirut: per la prima volta, stanotte il popolo di Hezbollah è in strada nel cuore di Dahieh; in Piazza dei martiri della Resistenza, a pochi passi dai palazzi distrutti nel ventre sciita del Libano.
«Siamo qui per celebrare l’asse della resistenza contro tutto ciò che sta intorno all’operazione terrorista di Israele. Quello che fa è contro ogni diritto internazionale e umano – dice Mohammed Krayem, il capo ufficio stampa di Hezbollah – ma il mondo è cieco e non lo vede. E in piazza stanotte non ci siamo solo noi: la stessa cosa che vedi qui sta avvenendo contemporaneamente nelle capitali di Iran e Iraq, in Yemen e a Gaza. Ci abbiamo messo mesi a organizzarlo: ognuno fa quello che è possibile, in questa situazione, ma ci siamo riusciti».
Mentre Netanyahu tenta i libanesi invitandoli a unirsi a Israele per smantellare Hezbollah, i miliziani in piazza suonano l’inno del Libano: «Ci accusano di essere affiliati all’Iran ma noi siamo libanesi, e vogliamo questo Paese unito». Un migliaio di persone, i bambini piccoli in braccio o sulle spalle di papà, i neonati nel passeggino con mamma dall’altra parte della strada. «Il nostro cuore è Beirut, regina delle capitali. Il nostro battito è il Sud, la sublime resistenza; la nostra forza è Baalbek, i leoni feroci, e la nostra tana è la capitale del sacrificio, la periferia sud», legge i suoi versi il poeta Hussain Abed Assater, professore all’università privata Al Maaref. «La nostra missione – dice – è resistere all’oppressione dalla parte di tutti gli oppressi, non solo del mondo arabo. Anche se pagheremo un prezzo alto non sarà mai più alto della perdita della libertà. Ci sono già 3.700 martiri, in questi tre mesi di guerra, ma con una pace senza libertà potrebbero essercene molti di più».
Ma non c’è nulla di spontaneo, in questo raduno in piazza di inni e di bandiere. L’invito alla stampa è stato spedito dal “Comitato internazionale popolare contro l’aggressione”, la trasmissione è in diretta sulle radio libanesi. Rivendicano l’unità ma in piazza non c’è traccia delle altre anime del Libano travolto dalla guerra: non i quartieri cristiani, non i sunniti ostili a Hezbollah, non chi accusa il movimento di avere trascinato il Paese nel conflitto. Ci sono invece gli scout di Hezbollah con le divise blu. C’è Jawad al Shami che indossa la tunica bianca con il coltello tradizionale yemenita alla cintura: «Sono qui da un anno, felice di trovarmi in mezzo agli eroi della resistenza». Mohammad Lababibi è un ulema sunnita, col copricapo da religioso e il posto in prima fila: «Celebro a titolo personale l’unità di tutto l’asse della resistenza. Hanno aggredito civili e medici, giornalisti e religiosi, ma il governo libanese è al servizio di israeliani e americani invece di difendere il nostro Sud che è Libano, e non terra sciita o iraniana».

«Ai tuoi ordini, Nasrallah», ripartono gli slogan. Tra la banda e una poesia patriottica, lo urla pure il bambino con la bandiera gialla di Hezbollah. Najah, invece, è in disparte, le lacrime le rigano il volto. Ha 54 anni e aiuta i profughi di Dahieh: «Piango per i nostri martiri, sono tutti figli miei. Piango per i bambini che muoiono ogni giorno. Ci tolgano l’anima ma non abbandoneremo questa terra». Tra tanti chador c’è quello di Zaiwa Hamdan, 25 anni, sul petto un medaglione con le foto degli zii: «Sono morti nel sud nel 2024, questa è una guerra tra il male e il bene e siamo fieri di avere dei martiri nella nostra famiglia», dice ringraziando l’Iran per l’aiuto. E le ragazze come lei che a Teheran sono scese invece in piazza cantando “donna, vita, libertà”? Nessuna contraddizione, assicura: «Il nostro paese è diverso, noi siamo per la libertà nostra e della nostra terra», dice. Abir, 17 anni, è l’unica con i capelli al vento: «Credo sia molto importante fare vedere al mondo il nostro sostegno alla resistenza». Qui dove Israele è tornato giorni fa a colpire coi missili, tra macerie e case abbandonate, il Libano sciita giura che non farà un passo indietro. E avverte di non essere solo.