corriere.it, 11 giugno 2026
Perché la Bce ha rialzato i tassi: il «colpo preventivo» per evitare che l’inflazione esploda
Il 14 settembre 2023 è stata l’ultima volta che la Banca centrale europea abbia alzato i tassi d’interesse. Ora è tornata a farlo, dopo due anni e mezzo. La stretta di fine estate del 2023 fu l’ultima di una rapidissima e ripida serie di dieci rialzi dei tassi nel giro di poco più di un anno. Ora invece la Bce ha alzato il costo del denaro, perché vorrebbe evitare un altro ciclo come quello chiuso allora.
Il precedente del 2022
Due anni e mezzo fa l’economia europea era ancora in fase di riapertura dopo la pandemia, quando venne investita dalla crisi energetica indotta dall’aggressione della Russia all’Ucraina. Il risultato fu un’impennata d’inflazione che nell’ottobre del 2022 arriva al 10,6% nella media dell’area-euro, mentre era ancora sotto il 2% nel giugno di un anno prima. Allora la Bce fu accusata di aver reagito tardi, perché dopo il Covid aveva mantenuto i tassi a zero fino al luglio del 2022.
Il blocco dello Stretto
Stavolta la banca centrale ha avviato la stretta proprio perché vuole evitare l’errore dell’ultimo ciclo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, con l’aumento del prezzo del petrolio da circa 60 a circa cento dollari al barile, ha già sospinto l’inflazione in area-euro al 3,2%, quando era appena all’1,7% in gennaio (l’obiettivo della Bce è attorno al 2%). Per questo Christine Lagarde, la presidente francese della banca centrale – osserva il capoeconomista di Axa Gilles Moec – ha deciso un ritocco dei tassi che funzioni da «colpo di avvertimento»: non il primo rialzo di una serie già deliberata, ma una correzione di rotta per segnalare che stavolta i banchieri centrali non si lasceranno scappare l’inflazione di mano.
L’andamento del prezzo delle commodity
Dipenderà molto, naturalmente, dall’andamento della guerra nel Golfo Persico e dunque dal prezzo del petrolio e in parte di gas naturale, fertilizzanti, elio. Dipenderà anche dalla debolezza dell’economia europea, che è reale ma forse non così pronunciata come si temeva. Intanto però il primo «colpo di avvertimento» dell’istituto di Francoforte è arrivato.